THE BLOG

12
Ott

Processione Caridad del Cobre all’Avana

09
Ott

Ancora tu?


Di nuovo qui. Computer acceso, sigarette, totale disordine nella mia stanza, una trentina di libri sulla mia destra, un Kindle, un ombrello macchiato, uno scampolo di stoffa mal piegato, uno scatolone, due materassi in verticale, una lastra di cartongesso, un cavalletto, un pacco di carta igienica, una bici rotta, buste, un fornello, una scala, ma alla fine, qui,davanti a me, l’importante: lo spazio per questa tastiera, le mie dita, la voglia di scrivere.  In realtà, seppur con un’incostanza terrificante, ci sono sempre stato. Intendo dire nei pressi di questo blog, dalle parti di un diario di un viaggio che non è più un viaggio. Nell’ultimo anno ho scritto qualcosa ma, tirando le somme, gli ultimi post scritti con un impegno serio ed una cadenza regolare risalgono a quando? A un anno e mezzo, due anni fa? Ok. In questo tempo non sono stato in un sottoscala a piangere rivoltandomi in un lago di vomito ma ho tirato avanti.

Sono passati e naufragati un paio di progetti per riprenderlo in mano questo blog, sono passati due libri che ho scritto (uno in via di pubblicazione, l’altro, una nuova raccolta di racconti su Cuba, quasi terminato), amicizie, tempo, Lilin, Bolano, De Carlo, Hosseini, Montalban, Murakami, Palahniuk, De Lillo, altri, strade, persone, la cronica mancanza di soldi, di tempo, di forze, Il Messico, L’Ecuador, presentazioni in Italia, Fidel, la tv, la radio, fiacche lezioni d’italiano, un ciclone, errori, l’adolescenza di mia figlia, quella mia senza fine, donne casuali, vere, presunte, mancate, poi Flabia, mia moglie oggi, a modificare gli orizzonti, orizzonti come nuvole di panna che si deformano dandoti il senso del nulla e dell’eternità insieme, paure, gioie, potresti essere suo padre, potrebbe essere tua figlia, Francesco Totti che mi lascia solo, e poi, dal niente, l’arrivo dei cinquant’anni. Ecco, cinquant’anni. Come uno schiaffone dato bene. Incassato male. Ancora mi gira la testa. Ci rido sopra. Alla fine è più la recita che la sostanza. Mi vivono accanto. Come un coinquilino rumoroso ma divertente. Mi impongono ricordi, rimpianti, risate, fallimenti, soddisfazioni, in una carrellata sfocata che solo io so, che solo io sono. E Cuba. Ancora lei. L’avana per l’esattezza. Questo piatto agrodolce che non mi annoio di provare. Che quando penso di averlo capito sprigiona un sapore diverso che disfa la matassa. Più ci sto dentro e meno la conosco. La città, la gente. Mi sembra irragionevole ogni giorno di più l’ossessione per le categorie, per i paradigmi, l’istinto di rendere commestibile, di spiegare con parole proprie ciò che non è proprio. Si perde sempre, non una partita ma il gusto unico di un boccone. E’ forse per questo, per questa sottrazione costante di certezze, che ancora mi piace vivere qui. Scartando le definizioni che ti si costruiscono dentro, quelle degli altri, mi piace ancora vivere a cuore aperto questa intimità con l’ignoto. Cuba, L’Avana. Mi è venuta voglia di parlarne ancora. Perchè parlare di lei è parlare poco del fuori e molto del dentro. Itinerari interiori, tentativi, più che una geografia reale di persone e di cose. Ho fatto una lista di temi e in mezz’ora me ne sono venuti fuori 45. Considerando un tema a settimana ho un anno di cose da dire. Già perchè voglio impormi un metodo ed una disciplina. Parole arabe per me ma ho deciso di studiare l’arabo. E’ già deciso: ogni lunedì, cascasse il mondo, pubblicherò un pezzo sul blog. Poi so che il mondo cascherà spesso, che magari mi fermerò, che sarò fagocitato da altro, da altri. Ma per ora mi piace pensarlo così. Ogni lunedì, cascasse il mondo, io ci sarò. Fate un po’ voi.

21
Mar

La Cuba di Alessandro Zarlatti

Unica data a Roma per parlare di Cuba, di attualità, di storia e di storie con uno scrittore che ha fatto di Cuba lo scenario per i propri racconti.

Vi aspettiamo

12
Gen

Mentre corri


La tua mezz’ora, due volte a settimana se non vince la pigrizia, pare faccia molto bene al cuore. Dicono così, al cuore soprattutto ma anche al resto, alle ossa, alla testa, al sangue. La tua mezz’ora sudata, che certe volte passa in un attimo, mentre altre volte sei costretto a spezzettarla in frammenti agonizzanti per comporla. Mezz’ora. Da quasi cinque anni all’Avana. Il tuo ritmo lentissimo a causa del quale tutti ti superano e ti umiliano, i giovani ovviamente, ma anche le donne, tutti, la tua musica nelle orecchie, il vento caldo.

Oggi stavo correndo e mi sembrava che il tempo fosse passato proprio intorno alle mie corse, come un avversario dispettoso e imprendibile che ti passa a lato e ti sfotte. Correvo per Quinta ascoltando la Playlist con cui attualmente mi devasto le giornate, e ripensavo alle mie corse. 
I primi tempi andavo a correre a Santa Fe. Lì abitavo. C’era un campo molto grande ed un sentiero che ne percorreva l’intero perimetro. Era il 2012 e avevo appena iniziato quest’avventura ubriacante che si chiama Cuba. E immediatamente la mia vita disfatta e poi un’altra donna e poi i saluti a mia figlia, le promesse, e poi quel senso di colpa che m’inseguiva ad ogni passo. Cercavo di scattare in avanti ma quello mi raggiungeva. E allora speravo di morire là, in un attimo, un battito diverso del cuore e fine. E invece non morivo. E allora ricostruivo e allora andavo a correre sul Malecon, mesi dopo. Vivevo con un’altra donna e mia figlia la vedevo i fine settimana. E scendevo per calle M e arrivavo all’altezza dell’ambasciata americana. Mettevo le cuffie e pensavo alla bellezza della vita. Ascoltavo le canzoni del gruppo Camila e sognavo. Scrivevo molto e coltivavo l’illusione di fare qualche tipo di ordine nella mia esistenza. Ma l’ordine non esiste. E’ un’allucinazione nevrotica e nient’altro. E allora era arrivata la pubblicazione del mio primo libro e allora sono andato a correre e ho pianto. E allora ho telefonato a quella che era stata mia moglie e abbiamo pianto insieme. In fondo i sogni non sono niente se non hai qualcuno con cui piangerne o riderne insieme, no? E allora correvo perché poteva essere la mia ultima corsa e non me ne sarebbe fregato niente. Ero felice. Ma non riuscivo a morire. E poi, continuando a correre, niente è rimasto com’era. E allora ho conosciuto un’altra donna e ci siamo inseguiti come bambini e ci siamo mandati migliaia di messaggi in bottiglia e allora non abbiamo trovato mai la sceneggiatura giusta che comprendesse due talenti come noi e allora andavo a correre nello stadio devastato tra Calle G e Malecon. Mi piaceva quella terra sporca, mi piacevano le gradinate distrutte come la dentiera di un matto, mi piaceva quell’odore di tutto. E correndo ci siamo stati lontani e vicini e intimi ed estranei e poi un giorno ci siamo dati un bacio che sembrava l’inizio e invece era una specie di addio. Ma gli addii non esistono neanche coi morti figurarsi coi vivi. E allora ho cambiato casa un’altra volta. E mia figlia cresceva e i miei amori cambiavano e correvo in Quinta. E inseguivo storielle da poco e ricevevo messaggi proprio mentre correvo e in certi momenti mi sentivo un gigante, in altri nessuno, e mi piaceva quell’alternanza. E correndo mi piacevo di più. Mi sentivo parte di questa città. Dei pischelli che mi superavano sugli skateboard, dei miei coetanei che arrancavano sputando bestemmie come me, mi sembrava il centro del mondo ed era il centro del mondo, ne sono sicuro. E sarei potuto morire ancora una volta e non sarebbe stato un dramma: cos’altro cercare, in fondo, se quello che volevi lo hai avuto? Ma correndo riscrivevo una nuova, difficile, lista dei desideri. Pare faccia bene al cuore, come la corsa, pare facciano bene alla vita, i desideri, il futuro, la metafisica di queste quattro ossa. E allora con lei facevo sul serio e allora lei faceva sul serio con me. E nella mia cuffia c’era Tiziano Ferro e Vasco Rossi e cantavo quelle canzoni mentre correvo e ballavo. La gente mi guardava ma non era importante. Quando si corre con la musica nelle orecchie e la vita va bene, o anche soltanto una donna ti ha sorriso dichiarandoti il proprio amore, allora bisogna ballare. E’ bello ballare e cantare all’Avana al tramonto, col caldo. Perchè poi le canzoni finiscono e bisogna interpretarle lì, davanti a tutti, al massimo delle proprie possibilità, ognuna come fosse l’ultima. E allora cantavo e correvo. Da Calle 16 fino a calle 70, andata e ritorno. La solita mezz’ora. E pensavo alla prossima sera, alla prossima rappresentazione. E pensavo alle cose che si mettono in ordine per poi disfarsi di nuovo come i mandala e il vento. E allora la mandavo via dalla mia vita e correndo pensavo che sarebbe finita lì. E invece continuava a inseguirmi coi ricordi. E allora ricordavo quando correvamo insieme su Quinta e parlavamo. E poi la fatica ci toglieva il fiato e le parole ma non la voglia di correrci accanto. E allora ricordavo il giorno in cui aveva avuto un attacco di asma correndo e allora ci siamo resi conto di essere mortali e siamo diventati seri. Non tristi. Seri. Poi mi è venuto in mente il suo passo irregolare che me la faceva amare. Vaglielo a spiegare che era quello il centro dell’universo per me. E allora mettevo la musica più forte e allora smettevo di pensare e lei tornava lontana senza dirmi addio perché gli addii sono un’astrazione di chi non ha capito la vita. E allora arrivavano altre a corrermi accanto, a non lasciarmi solo e si appoggiavano alle canzoni, gli davano vita. Mi dicevano che la corsa è il tragitto, i volti che incroci, i sorrisi che lasci.  
Oggi sono passati quasi cinque anni dalla prima volta e stavo correndo in Quinta ancora una volta. Dopo venti minuti mi sono fermato. Ho bloccato il cronometro ed ho iniziato a camminare. Non ero particolarmente stanco ma avevo voglia di cantare a squarciagola una canzone stupida che era appena passata nelle mie orecchie. L’ho rimessa da capo. Mi piacciono le canzoni stupide. Quelle che la gente considera poco. Spesso aprono crepe inaspettate. Senza volerlo, ma le aprono. “Niente di grave” di Max Pezzali. Ho iniziato a cantare mentre la gente che mi scorreva accanto mi guardava perplessa. “Niente di grave, tutto si aggiusterà…”, a pieni polmoni. In un tardo pomeriggio unico di L’Avana. Perché la vita è sempre un ininterrotto tramonto. E quella canzone stupida mi faceva piegare i suoi significati ad un’idea soltanto: che non c’era niente di grave in questo assurdo tramonto che ci attraversa, ma solo sorrisi, canzoni da cantare forte, sguardi da incrociare, baci da dare, distanze indeterminate da percorrere al proprio ritmo fino alla fine. Correre ancora, perché pare faccia bene, benissimo al cuore. E il cuore è una cosa seria: è l’unica luce che non si spegne anche nei tramonti che sembrano infiniti.
28
Dic

Fantasmi


C’era il mare dietro al buio della Playita de 16 e in mezzo sagome di persone che passavano come fantasmi tra la terra e il cielo. Tra ciò che restava della terra e ciò che restava del cielo. Giovanni e Daisy avevano preso un tavolo appartato nel ristorante 7 dias che si affacciava proprio su questo panorama soltanto intuito e intuivano le onde e le maree e la sensazione della risacca sulla pelle, quella che ti sposta appena ma ti avverte soltanto di ciò di cui sarebbe capace.

Venivano da una giornata di incomprensioni, di messaggi gridati, di passi indietro, di preghiere sussurrate. C’era qualcosa di più, e lo sapevano entrambi. Ma era un grumo e nient’altro. Non aveva un volto né un nome come nei parti prematuri o negli amori che si allontanano fino a diventare niente. Avevano chiacchierato di nulla quasi fino al dolce. Avevano riempito l’aria di frasi inutili, di fatti da poco, ma c’erano fantasmi. Li vedevano entrambi. Che si sedevano accanto. Gli toglievano respiri. Gli acceleravano i battiti.
“C’è una cosa importante che devo dirti”
“Già la so. Lasciami indovinare: viene il tuo ragazzo, il tuo ex, quello che è, dagli Stati Uniti e vuoi vederlo…”
“No, lui non c’entra. E’ un’altra cosa…”
“Vuoi lasciarmi. E’ questo che volevi dirmi?”
“No. Non è questo…”
“E allora che è. Finiscila con i misteri”
“Me ne vado”
“Te ne vai… che vuol dire?”
“Martedì mattina ho l’appuntamento in ambasciata. Mi danno il visto e me ne vado a Miami a febbraio se tutto va bene”.
Giovanni aveva sentito qualcosa d’imprevisto. Un fantasma aveva trovato accesso da qualche parte nel suo stomaco e stava salendo: i polmoni, il cuore, la gola, gli occhi. Aveva iniziato a piangere senza avvisare neanche se stesso. Stavano andando via tutti. E tutti gli avevano lasciato un cesto di sentimenti mozzati e di addii. Ora era la volta di Daisy che gli si dissolveva davanti agli occhi in un secondo come fosse un sogno di neve d’estate.
“Come, te ne vai…”
“Lo sapevi. Lo sapevamo. Era solo questione di tempo…”
“Eh, ma adesso…”
“Adesso… che c’ha adesso?”
“Adesso… è adesso che fa male, lo sento solo io il male che fa?”
Daisy si era voltata verso il mare senza guardare il mare e cercava di nascondere le sue di lacrime. Poi si erano presi una pausa stringendosi la mano e dando qualche sorso al bicchiere di vino che avevano davanti.
“Quanto tempo abbiamo?”
“Che domanda assurda. Sembra la domanda di un malato terminale. Noi non stiamo morendo”
“Quanto tempo abbiamo?”
“Un mese e mezzo, al massimo due…”
“Stiamo morendo, lo sai?”
“Smettila…”
“E i documenti sono a posto? Voglio dire, li hai tutti?”
“Sì, volevo spiegarti che in questi giorni mi vedevi nervosa e forse misteriosa… In realtà non avevo niente contro di te. Ero presa da tutta questa storia dei documenti…”
“Non avevi niente contro di me. Mi fa ridere. E contro di chi? Contro di noi, mi dirai. O già non esisteva più un noi nella tua testa?”
“Giovanni, smettila, lo sapevi…”
“E che me ne importa se lo sapevo… So anche che devo morire un giorno ma non voglio morire e non voglio essere mai pronto”
“Non fare lo scrittore…”
“So fare solo quello…”
“Ma non stai scrivendo più…”
“No, invece scrivo. Quando sono solo scrivo”
“E quando è che sei solo?”
“Sempre, mi sembra di capire…”
Giovanni si era asciugato gli occhi e si era guardato intorno preso da un pudore tardivo. Daisy aveva messo la testa fra le mani e cercava di nuovo il punto in cui riagganciare la sicurezza che aveva con sè un attimo prima.
“E come facciamo?”
“Che vuol dire come facciamo? Un anno, anche meno, e vengo a passare un tempo qui…”
“Che mostruosità… Un anno. Che senso ha?”
“Boh…”
“E’ che finisce… Questo è il punto. Inutile che ci giriamo intorno. Stavamo costruendo. Stavamo andando nella direzione giusta. Era bello questo immaginarci insieme…”
“Già…”
“E io, amore mio, io che faccio?”
“Tu che fai… Lo sai bene. Tu sai vivere…”
“Io so sopravvivere. Non so vivere. E non è la stessa cosa”
“Troverai un’altra donna. Lo hai sempre fatto”
“Io non voglio cercare un’altra donna che non sia tu”
“Sei patetico. La cercherai…”
“Non ne ho voglia…”
“Non dire cazzate. Non ti sei mai fatto lo scrupolo di tradire chiunque. Sempre”
“Non sempre…”
“Quella che c’era prima di me. La tradivi con me”
“Quello non era tradire, era un’altra cosa. E poi anche lei mi tradiva”
“E le tue studentesse? Ti sei mai dato un limite?”
“Quelle erano un’altra cosa ancora. Erano giochi”
“Giochi… certo. Per te forse, non per loro. E’ che sei sempre stato solo, hai ragione quando lo dici. Solo giocando ad esistere…”
I fantasmi erano lì, da qualche parte, ma avevano smesso di tormentarli. Alcuni erano andati a sedersi vicino alla spiaggia, nel buio. Altri erano rimasti nei pressi del tavolo ma non facevano rumore. Ascoltavano ogni frase con la stanchezza dei fantasmi che ripetono sempre le stesse parole, quelle che annoiano.
“Che merda, se ne vanno tutti. Non fai in tempo ad innamorarti e spariscono. Sembra una metafora della vita ma non è la vita. Non la è per intero”
“E’ vero, e poi sembrano così assurdi tutti questi addii. Comici. Si va a 90 miglia da qui e diventa una distanza incolmabile”
“Ma come faccio adesso… dimmi, come faccio io?”
“Un anno, Giovanni. Un anno”
“Ma in un anno sarai cambiata. Sarai un’altra. Ed io sarò lontano. Più di queste stronze 90 miglia. Staremo su barche diverse, in senso opposto, e ci saluteremo con la mano… Non sono un bambino”
“No, tu resterai sempre un bambino, questa è l’unica cosa che so…”
Giovanni aveva sentito di nuovo salire quella specie di onda, dallo stomaco fino agli occhi. Quell’emozione intermittente che non dipendeva dalle maree e non lo teneva a galla.
“Facciamo una cosa, ascoltami. Facciamo una cosa…”
“Ok, ti ascolto”
“Facciamo così: come con la morte”
“Che vuol dire…”
“Che non lo sappiamo. Che cancelliamo tra noi questo segreto, quello che ci siamo detti, la tua partenza, tutto. Come una malattia mortale che uno nega a se stesso…”
“Come un malato di cancro ai polmoni che continua a fumare e non lo dice a casa?”
“Brava, proprio quello… Continuiamo a fumare, come non facesse male… e poi partirai quando dovrai farlo e sarà come una morte improvvisa, inattesa…”
“Come non facesse male…”, ripete Daisy per sentire meglio il sapore di quelle parole che diventavano amare sulle ultime sillabe.
“Non so se sono capace. Comunque farà male…”
“Non importa, farà male, come fa male la vita…”
“Resti sempre un bambino. Uno scrittore bambino. Te l’ho già detto? Perdi i tuoi giochi in un terremoto e credi che il terremoto sia venuto solo per te…”
“E il terremoto cosa sarebbe nella nostra storia, fammi capire la metafora…”
“Sarebbe la vita, ad esempio, Giovanni…”
Cuba era diventato un paese di fantasmi. Che ti tormentavano le giornate. Alcuni ti telefonavano ogni tanto e decretavano una tregua. Ma poi tornavano. Si arrampicavano sui balconi, percorrevano in lungo e in largo le strade di Vedado, di Playa, delle periferie, e ti toglievano il sonno. Diventava tutto un rimando, tutto l’incipit di un romanzo che c’era un momento prima e che è scomparso. Fantasmi. Telefonate. Amori tagliati in due, in tre, in mille sentieri interrotti. Il dolore di una malattia taciuta, di un’epidemia di cui ti vergogni. Erano tutti lontani. Irrimediabilmente. Nessun viaggio, nessun sorriso, ma la pasta dura degli abbandoni. Tutti orfani di qualcosa. Tutti orfani dell’amore. Milioni di cuori spezzati, di lacrime seccate, di parole non dette. Da Cuba al vento. Sperando che il vento fosse dio e le conservasse. Ma il vento non era dio e lasciava in giro solo fantasmi, fantasmi, fantasmi, ed un paese spolpato, decimato, umiliato, come un uomo anziano che ha perso il cuore dopo che ha visto morire tutti i suoi figli in una guerra che non fa rumore.