Category: #TrasferirsiaCuba

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Gen

Cuba: per turismo o per sempre?


Pochi giorni fa ho ricevuto la mail di un italiano che mi aveva chiesto a dicembre consigli per il suo viaggio a Cuba e in poche righe ha cercato di descrivermi l’entusiasmo e quel senso di prospettiva che lo porta a dire oggi che forse, (non è sicuro, forse…) un pensierino di trasferirsi a Cuba lo sta facendo. Per esperienza, una dichiarazione del genere ha un sottotesto ben chiaro.

Quel “forse” è una concessione al proprio censore interiore, che ha quasi sempre la faccia di una madre perennemente incazzata, per farlo stare tranquillo e anche un po’ una giocata d’anticipo, come il miglior Cannavaro, per ripararsi dai fendenti dei professionisti del consiglio assennato e delle ricette per costruirsi, un mattoncino alla volta, una bella vita di merda. Chi parla così, da qualche parte della sua mente ha già completamente ceduto, ha sbracato, s’immagina nell’immancabile chiosco in riva al mare a shekerare caipiriñe, vestito come un coglione e a ballare con plotoni di mulatte consenzienti. In quel sottotesto c’è, infatti, anche qualche cubana che lo ha rivoltato come un pedalino e lo ha fatto innamorare perdutamente, promesse ben al di là del minimo buon senso, la ubriacatura violenta con quel cocktail che tutti conosciamo bene: fatto di aria vacanziera, di musica, di sole, di frasi tipo si-vive-una-volta-sola, di gente vera, di sorrisi veri, di ritmi umani, di assenza di sovrastrutture. Questo ed altro. Le dolcissime forche caudine nelle quali, con variazioni minuscole, siamo passati tutti. Quelli che lo dicono e anche quelli che dicono di aver scelto Cuba per il promettente rapporto tra Pil e coefficiente di crescita (?). Bene, l’entusiasmo de tizio mi ha fatto pensare di scrivere qualcosa sulla differente percezione che si ha di Cuba (come di qualsiasi posto, credo) quando si arriva come turista rispetto a quando ci si viene per vivere. È qualcosa che è necessario tenere in conto perché in molti casi questa differenza di lettura e le conseguenti emozioni che essa provoca, assume le caratteristiche della delusione cocente. Per chi realizza il sogno di trasferirsi in pianta stabile qui, può rivelarsi una scoperta difficile da superare. La nostra mente è strana: prova una situazione piacevole e pensa di poterla rivivere in eterno ricreando le stesse condizioni. Non è così. Possono non cambiare le condizioni mentre lentamente, ma inesorabilmente, cambiamo noi. Succede anche a Cuba. Passiamo i mesi a ricercare i nostri occhi della prima volta, quel nostro primo incontro, l’atterraggio, l’odore agrodolce che ti assale appena fuori dall’aeroporto, i primi sorrisi scambiati, quella sensazione di semplicità e di atterraggio, ancora una volta, come un ritorno, inspiegabile, fra gli esseri umani. E poi ci abituiamo. Perdiamo sempre, in ogni posto, lo stupore della prima volta (delle prime volte, va’). L’abitudine è l’allegato più logorante che io conosca. Corrode un po’ tutto, relazioni, amicizie, luoghi, lavori. E allora fatichiamo a ritrovare la vertigine di quelle prime volte. Ogni tanto succede ma poco. Sempre meno. Ricordo i primi tempi qui all’Avana, quando insegnavo all’Avana Vecchia, e mi sembrava incredibile andare a lavorare proprio in quel posto. Camminavo per quelle strade e non ci credevo. Le prime lezioni erano una fonte di emozioni intensissime. La dolcezza degli alunni cubani, la loro intelligenza, quei ritmi, quella tranquillità contagiosa. Oggi mi capita di percorrere quello stesso tragitto per impegni vari, per appuntamenti, per lavoro, e neanche ci faccio caso. Non sempre ma sempre più spesso. Mi sforzo a guardarmi intorno, a fermarmi. Quando m’impegno ci riesco. Rallento la mia tendenza alla corsa, alla concretezza, all’andare al succo. E poi osservo le mie lezioni.  Sotto molti punti di vista hanno sviluppato una automaticità che era prevedibile ma che in larga parte combatto come un leone. Mi sforzo di cambiare ogni volta il metodo per insegnare un contenuto. Una guerra campale contro l’abitudine, la mia. E allora dov’è finita Cuba? Dov’è finito quel sogno, uguale a quello di mille altri, di mollare tutto e di andare a Cuba a vivere sul serio? Era un’allucinazione o era un’intuizione vera? Dunque, credo che la risposta a queste domande sia altamente soggettiva. Nel mio caso, stemperata l’effervescenza dei primi tempi, caduta quella patina superficiale di una Cuba tutta musica, socialismo, chiappe e rum (che poi esistono patine peggiori in giro, tutto sommato, bisogna dirlo…) resta la sensazione di fondo di stare nel posto che fa per me. Non ho molti argomenti per descrivere questa sensazione e rimane inevitabilmente vaga però è forte ed è la ragione principale per cui non mi muovo da qui. In tutti gli altri posti del mondo (Italia per prima) io non mi sento bene. Sono scomodo, fuori luogo. Un po’ come quando sei ospite da qualche parte e non vedi l’ora di scappare per andare al bagno di casa tua. Mi rendo conto della bassa metafora ma la sensazione è quella. A Cuba sto a casa, nel mio bagno, con tutta la mia estraneità, con tutta la mia lista dettagliata di cose che mi fanno schifo, con tutta quella consapevolezza di sogni e aspettative che sbiadiscono, ecco, con tutto questo, resta la mia camicia sbrindellata che preferisco, quella senza marca e un po’ lisa sulle maniche ma che non cambierei con niente al mondo. Lo scenario cigolante che, se lo guardo da qui, oggi, ha già una prospettiva, una storia che amo, dalle mille luci dei primi tempi a questa specie di intimità profonda di oggi, a questi rumori più tenui. Luoghi che parlano di storie sovrapposte, strade quartieri, muretti, che parlano di me e mi parlano. Ecco, se dovessi descrivere quello che cambia, quello che si trasforma negli occhi di un viaggiatore che decide di mettere radici è questa aggiunta interiore di possessivi in ogni angolo. Oggi potrei parlare del mio tragitto tra calle 16 e calle 8, della mia pizza a 10 pesos di calle 70, della mia corsa notturna sull’autobus 20 che solo io so, che solo L’Avana sa. Se dovessi parlare della differenza sostanziale direi che alla passione si sostituisce l’amore e l’amore è proprio l’opposto delle passioni. Forse è anche per questo che molti che vengono, poi, finita la festa, vanno via. Per l’amore c’è un impegno interiore a cercarsi nelle rughe dell’altro, nei suoi lineamenti che perdono effervescenza, forse anche nelle passioni che perdono forza. E l’amore non è da tutti. Per una persona come per una città. Diventa il gusto profondo di non essersi lasciati la mano. Finita la festa, appunto.