Category: Settimana della Cultura italiana a Cuba

21
Nov

Settimana della Cultura Italiana 2017 Il Programma

Di seguito il programma delle attività della Settimana della Cultura italiana che si terrà a L’Avana dal 27 novembre al 3 dicembre

29
Nov

Settimana della cultura italiana e il fisarmonicista Marco Lo Russo

Come sta il blog? Bene, grazie. In realtà sembra svenuto ma è in una specie di letargo, un letargo di quelli buoni. Sta per nascere dalle sue ceneri (?) qualcosa di nuovo e di più grande. Riunioni febbrili e incontri vari stanno componendo una squadra forte e compatta. A breve ne parleremo anche qui. Intanto, rompo momentaneamente questo silenzio terrificante per una valida ragione. Proprio ieri, 28 novembre 2015, si è chiusa la settimana della cultura italiana a Cuba e nascono inevitabilmente molte riflessioni. Si sono alternati eventi più o meno riusciti, proposte più o meno invitanti, a rappresentare la cultura del nostro paese. Come sempre c’è a monte una questione di soldi, a quanto pare, soldi che non ci sono. In un clima di totale austerità sembra un miracolo aver portato Uto Ughi ed altri artisti di prima fascia. Certo, fa un po’ di rabbia sapere che altri paesi, assolutamente più modesti culturalmente del nostro, possono contare su budget notevolmente più alti portando a Cuba illustri sconosciuti.

Diciamo che in queste nozze coi fichi secchi si racconta molto della “cultura” italiana, e di un paese capace di dare il meglio di sé quando si tratta di arrangiarsi. Sarebbe bello un giorno vedere se siamo capaci di offrire il meglio senza limitazioni e tagli. Faccio comunque i miei complimenti agli organizzatori (primi fra tutti Cinzia Rizzotti e Maurizio Capuano che hanno perso anni di vita per stare dietro a tutto!) per aver messo in piedi una settimana di qualità. Di qualitànel contesto ma in certi momenti eccellente. Voglio segnalare su tutti la presenza del fisarmonicista di fama mondiale Marco Lo Russo che si è dato con generosità in diversi eventi della settimana rendendoli indimenticabili. L’amicizia che mi lega a lui non ostacola una riflessione serena ed obiettiva. Marco Lo Russo, professore al conservatorio di Trapani, sta, negli anni, riuscendo in una “missione impossibile” sulla quale nessuno avrebbe scommesso un peso. Sta traghettando la fisarmonica, da una specie di ghetto popolare e di strada ad uno strumento al passo coi tempi, in una terra “di qualcuno” tra il pop, la musica sperimentale e i palcoscenici giovanili. Attraverso la sua musica si riscopre uno strumento e se ne apprezzano immediatamente virtù che sembravano confinate a scenari marginali tra Kusturica e qualche vagone sudicio della metropolitana di Roma. È già il secondo anno che mi spello le mani assistendo alla fusione piena delle sue sonorità con la sperimentazione continua e imperdibile della compagnia di teatro/danza Retazos. Una fusione nella fusione è la presenza scenica di Lo Russo che riesce, con quattro passi sul palcoscenico, a togliere tutte quelle incrostazioni nell’immaginario collettivo che delineavano uno strumento di serie b in scenari di serie b. E poi ieri, nel teatro “naturale” della Plaza Vieja di L’Avana, la disinvoltura con cui accompagnava il concerto composito di David Blanco, cantante tra il rock e il pop cubano, adesso molto in voga. Premetto che non amo le canzoni di David Blanco perché le ritengo semplici e furbette, sempre che strizzano l’occhio e cercano pubblico, ma, nonostante ciò, alcuni momenti musicali con Lo Russo sono stati di altissimo livello ed il pubblico li ha apprezzati. Da sottolineare anche la presenza del maestro pianista Giulio Vinci che si è prodotto in un lungo assolo introduttivo che ha lasciato tutti a bocca aperta. Da non sottolineare, invece, l’apparizione sul maxischermo, a metà concerto, del papa che diceva delle cose. Non so, mi sono sentito catapultato in un luogo così prossimo alla tristezza, all’oscurantismo, all’opposto della cultura che mi veniva da piangere. L’inconciliabilità dei preti con la cultura l’hanno sofferta milioni di esseri umani sulla propria pelle. Non ultimo lo stesso Pasolini, giustamente celebrato nella settimana. Mi sembrava allucinante che proprio a Cuba si dovesse pagare questa marchetta a questi tizi. Va bene, ormai è una barzelletta il paragrafo della costituzione sulla laicità dello stato italiano, però mescolare le esternazioni del capo di un altro stato alla cerimonia di chiusura della settimana della cultura italiana mi sembra grottesco. E perché non ospitare un comizio di Erdogan? O  una chiacchierata di repertorio con Geddafi? Vabbè, in ogni modo pensiamo ad altro, va… Insomma, forse questa rottura del silenzio era solo per dire: se vi capita di leggere “concerto del fisarmonicista Marco Lo Russo” trovate il tempo ed andateci. Non ve ne pentirete. Ad maiora.

25
Mar

La vita dopo la morte

È tutto a posto: esiste la vita dopo la morte. Fine delle angosce, fine del pessimismo, fine delle religioni. Ora non ho tutti i dettagli ma è sicuro. Abbiate la pazienza di leggere queste righe fino alla fine e saprete tutto sul vostro destino.
Dunque, vorrei che fosse chiaro che a Cuba tutti quegli spettacoli con donne vestite come Moira Orfei che mostrano la loro bellezza al ritmo di una musica qualunque sono specchietti per le allodole. Servono per togliere dei soldi a canadesi scorticati dal sole e dall’alcol con uno spettacolo mediocre facendo loro credere che Cuba si muova così. Si muove così il loro immaginario da quattro soldi. Il Tropicana ( e mille altri posti simili) è un locale turistico e non solo per i prezzi. È turistico perché crea una realtà che risponde alle aspettative del visitatore, nada mas. Un po’ come i centurioni appostati come rapaci sotto al Colosseo. Monnezza.

Bene, come non mi stancherò mai di ripetere, a Cuba esiste una realtà artistica che passa sotto traccia rispetto al baraccone turistico e che esprime sovente una profondità ed una bellezza che lasciano senza fiato. Un’idea di donna e donne in carne ed ossa lontane anni luce da quell’esposizione anatomica di frattaglie senza vita dei locali più gettonati. Lo dico dopo aver assistito al nuovo spettacolo della Compagnia Retazos nel bellissimo Teatro Martì, luogo storico, appena ristrutturato in un leggerissimo stile liberty che lo rende una specie di cavità all’interno di un cake cubano tutto merengue e panetela. Viene voglia di mordere le poltrone. Io vado pazzo per la compagnia Retazos. Divido la mia vita in un’era PR e in una DR. Oggi, nell’anno 1 DR posso dire che questa compagnia è riuscita a rompere, poco più di un anno fa, la mia avversione cancerosa contro tutto ciò che avesse a che vedere col teatro. Il mio vecchio slogan “una caserma al posto di ogni teatro” e “lavori forzati per gli autori di teatro” non ha più senso. Mi emoziono. Li ho conosciuti per sbaglio. Mesi fa Marco Lo Russo, vero artista italiano della fisarmonica ed amico, mi invita a vedere la prova generale di uno spettacolo che avrebbe presentato il sabato successivo. Un incontro tra la fisarmonica e la poesia in movimento della compagnia Retazos. Presentata così, quei vecchi slogan hanno iniziato a rimbombare nella mia testa come mantra tibetani. Ma poi ho trovato il coraggio di sedermi là e sospendere il giudizio. Bene. Emozioni. Una cascata di cose belle e nessuna banale, nessuna scontata. Una serie di sberle di Mike Tyson e tu sei Alvaro Vitali messo su quel ring senza essere stato avvisato. Ho pianto. Pianto ad una prova generale. Da non credere. Pianto per gente che si muoveva al ritmo di musica. Al ritmo è una parola grossa. Questo gruppo ha superato da tempo l’idea di ritmo e tutto diventa una danza sul baratro della fine, sul baratro di ciò che diventa assurdo un secondo dopo, una danza continua su questo magma del quale continuamente cerchiamo il verso. Penso alla morte. A quegli intrecci inaspettati con l’amore, con il rompicapo per niente spassoso del tempo. La mia testa vomita nomi di filosofi dimenticati, una poesia di Giovanni Giudici, una canzone semplice, gli occhi di una donna. Esco di fretta. Quel giorno, dopo quella prova generale esco di fretta. Faccio i complimenti a Marco e alla direttrice della compagnia, Isabel Bustos, che Marco mi presenta. Resto così, a godermi l’eco di quell’emozione nuova, dell’alba di una nuova era personale.
Dopo quella prova generale ho avuto modo di vedere molti altri spettacoli di Retazos ed ogni volta sono uscito con la netta sensazione di aver assistito ad una manifestazione di arte enorme. E quando l’arte è enorme non può non convergere in qualche modo con la spiritualità. Dunque, per non venir meno alla mia promessa dell’incipit in verità vi dico: dio in questa fase della storia dell’uomo si è incarnato in una tizia che si chiama Alina Ramirez. Dire che è una ballerina della Compagnia Retazos è come dire che Gesù era uno scemotto con la barba che bazzicava Betlemme. Alina Ramirez é un’artista geniale. Isabel Bustos è  intelligente e lo sa. Fosse per lei, forse, le lascerebbe il palco libero e le direbbe: “Alina, fai quello che ti pare, poi chiudi la porta…”, ma non lo fa. Ogni cerimonia ha bisogno della sua liturgia e quindi Alina è in una compagnia e divide lo spazio con altre ballerine bravissime. Ma lei è un’artista. Ne sentirete parlare. E se non ne sentirete parlare è perché qualcuno la avrà crocifissa. La differenza tra il ballare e fare arte. Ce l’ho ancora negli occhi. Resta a lungo negli occhi. L’altro giorno mi ha detto che non può essere tutto qui. Me lo ha detto ballando. Che non può finire tutto col cuore che smette di battere. Me l’ha detto in un momento preciso del secondo tempo. Non saprei spiegarvi con esattezza come ma ho precisa ancora con me quella sensazione che mi ha fatto dire “non finisce tutto qui, non finisce…”.
Ho avuto la fortuna di conoscere Alina Ramirez personalmente. Qualche mese fa ha onorato con la sua presenza un’attività che avevo organizzato per la settimana della cultura italiana a Cuba e nella quale si parlava di pazzia e lo ha fatto attraverso una performance indescrivibile che ha lasciato tutti a bocca aperta. Parlandoci ho conosciuto una ragazza giovane, timida e modesta. Quasi inconsapevole, leggera, come una divinità allegra. Di persona finisce sempre che si dicono fesserie. Beh, con queste righe voglio riparare: ti adoro, ti adoriamo.
Non so, si è capito che consiglio gli spettacoli del gruppo Retazos? Andateci. Rompete la pigrizia. Non ficcatevi in qualche serata idiota, andate in calle Amargura numero 61 tra San Ignacio e Mercaderes, a L’Avana Vecchia, ed assistete a qualunque cosa Retazos proponga. Vale il prezzo di un intero viaggio.