Category: Scritti di Alessandro Zarlatti

22
Apr

L’Avana itinerario turistico n.1

Mi piace l’idea di suggerire alcuni itinerari avaneri un po’ diversi dai luoghi consueti delle rotte turistiche. Non che non sia bello e, in un certo senso, necessario visitare il museo de la Revolucion o la Plaza de la Catedral, ma non serve certo un mio post per avere questo tipo di dritte. Anche la guida scritta da un bambino di due anni prevederebbe determinate mete.

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01
Apr

Tal vez

Scritto di Alessandro Zarlatti
Mi si permetta un passaggio nella sfera strettamente privata e personale. E quando mai parlo di altro, alla fine, mi verrebbe da dire? In ogni modo, esattamente un anno fa iniziava la mia storia con Flabia. Sono ideologicamente contrario alla celebrazione delle ricorrenze ma si vede che con l’età le cose cambiano, si diventa nostalgici anche dei capelli che si lasciano dal barbiere, si diventa solenni e patetici.

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26
Mar

Una vacca all’Avana

Scritto di Alessandro Zarlatti
Una volta mi trovavo all’aeroporto Jose Martì e stavo aspettando l’aereo dall’Italia. Credo arrivasse mia madre. Non ricordo più. Sì, forse mia madre. Stavo lì, appena fuori dagli arrivi internazionali fumando una sigaretta e pensavo, questo me lo ricordo bene, che tutto stava andando di meraviglia. Così, il pensiero e la sensazione piena che tutto andasse nella direzione della tua volontà. Non succede sempre. A dire il vero, a me quasi mai. Succede spesso ai ricchi, ai fortunati, agli idioti. Non a me.

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18
Mar

Aereo di ritorno

Scritto di Alessandro Zarlatti
Sono sull’aereo di ritorno. Sfiancato dalla sveglia e dal conto di energie che mi presenta lo spirito santo dopo due settimane così. Conto in rosso. Come sempre. Sono sul solito aereo della Blue Panorama e mi domando se abbia un senso su questo pianeta la Blue Panorama: personale sgarbato, facce che esprimono in coro lo stesso concetto: ti facciamo un favore, fosse per noi faremmo i becchini e comunque, crepa!

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20
Feb

Lucciole all’Avana

 testo   Alessandro Zarlatti
 foto  ©Emanuele Mozzetti

C’è un fenomeno strettamente cubano che mi ipnotizza come il fuoco del camino. Mi blocco lì e lo osservo come un uomo che non ha niente da fare (capita spesso), come un guardone.
Mi piace notare le variazioni di luce, gli acuti, le risate grasse, le lacrime, il concerto di lucine, centinaia, che me lo fa sembrare un campo di lucciole d’estate.

Parlo dei parchi wifi disseminati per l’isola intera e che hanno ormai sviluppato vita propria, una storia, stratificazioni, leggende. Spieghiamo: per parchi wifi si intendono dei luoghi (spesso parchi ma anche lungomare, pezzi di strade principali, piazze) in cui lo stato ha aperto il segnale wifi per l’accesso ad internet.

È un segnale fruibile per un raggio di un centinaio di metri e quindi, per forza di cose, obbliga gli internauti a stare gomito a gomito nelle loro navigazioni. L’idea dei parchi wifi è nata qualche anno fa per rispondere con rapidità ad una richiesta crescente di connessione da parte del popolo cubano. Sono così spuntati come funghi e ogni volta, soprattutto la sera, hanno cambiato il panorama dei quartieri. Mi piacciono. Mi sono sempre piaciuti. Surreali, lunari forse, questi assembramenti di persone vicine ma lontanissime. Ognuno nel suo percorso: esplorazioni professionali, cazzeggio, videochiacchiere, telefonate strazianti, che camminano su binari paralleli e non s’incrociano. Cuba, però, come al solito, è un po’ diversa dagli altri.

Chiaro, è già allarmante quella deriva alienata di persone istupidite davanti a un cellulare che passano nella realtà senza viverla. Panorama a noi già fin troppo familiare. Esseri umani sempre altrove. Sempre nel proprio mondo protetto e ammortizzato. Mai allo scoperto, mai fuori. Ma questa variante, il parco, è qualcosa che spariglia l’alienazione tout court. Trasforma un atto privato, direi intimo, in un elemento tra i tanti che formano il tessuto impossibile, unico, assurdo, della quotidianità cubana.

Convivono, si sovrappongono, si alternano siparietti familiari fatti di dozzine di persone incollate davanti ad un solo telefono a gridare fesserie, nonne obese, nipoti rompipalle, adulti ottusi, donnette, in una rappresentazione che dura troppo per non diventare fiacca, stancante, ripetitiva fino allo strazio.

Un’infinità di “Allora come vanno le cose?” – “e come devono andare? Come un minuto fa” – “Tutto a posto, quindi?” – “Sì, tutto a posto…”, e via così. Ad un centimetro una ventenne che si porta avanti col lavoro con la sua conquista, che so, danese: imbarazzi linguistici, comunicazioni basiche, silenzi terrificanti, secche paralizzanti al limite del naufragio.

Ad un altro centimetro un trentenne che comunica con la serietà di un killer. Più avanti una vecchia devastata dal suo analfabetismo digitale che trasmette al nipote di Miami una diretta di mezz’ora della basetta del vicino di posto. E tutto senza imbarazzo.

Senza il minimo pudore. Trasferendo nei parchi wifi quell’assenza di vergogna che viene da lontano. Dalla calle, dai pasillos, dalle porte lasciate aperte come porti di mare. Se oggi vuoi conoscere Cuba e i cubani forse ha un senso fare un giro in un parco wifi. Se hai occhi per vedere, un cubano lo vedi. Ma bisogna sbrigarsi.

Ho paura che i parchi wifi termineranno presto. Lo stato sta installando la adsl nelle case.

Entro qualche mese tutti potranno scegliere questa opzione e allora… e allora i parchi wifi andranno tramontando. Poi daranno la linea dati sul cellulare e il gioco sarà fatto. Si vedranno dozzine di monadi alla fermata dell’autobus con la testa, il corpo, tutto, immersi nel proprio smartphone ed il silenzio terrificante della ragione. Oggi mi piace spiarli in questa comunicazione che non è mai abbastanza. L’illusione della connessione globale che si scontra poi con l’assenza di cose importanti da dire. Tutti se ne accorgono. Tutti se ne stanno accorgendo. Alla fine gli uomini non hanno bisogno vitale di comunicare sempre. È un bisogno indotto. È una cazzata. Hanno bisogno di comunicazioni che valgano. Come certe lettere di un tempo.

Senza voler fare del trito passatismo. Ma certe lettere, il pensare e ripensare, ma anche certe telefonate difficili, sognate, conquistate, avevano la profondità che oggi inseguiamo invano con milioni di parole. Miliardi di byte sprecati in dirette imbarazzanti, in miliardi di “Allora tutto a posto?” – “Sì, tutto a posto, te l’ho detto…” – “Insomma, tutto bene…” – “Sì, tutto bene” – “Molte bene…”. Boh. Resta comunque il valore estetico di certi luoghi, di certe riunioni di umani al tramonto a causa delle strane traiettorie della storia. A Cuba, adesso, nel mondo. In questo momento.