L’Avana itinerario turistico n.1


L'Avana itinerario turistico n.1
 Mi piace l’idea di suggerire alcuni itinerari avaneri un po’ diversi dai luoghi consueti delle rotte turistiche. Non che non sia bello e, in un certo senso, necessario visitare il museo de la Revolucion o la Plaza de la Catedral, ma non serve certo un mio post per avere questo tipo di dritte. Anche la guida scritta da un bambino di due anni prevederebbe determinate mete.

In più, ho l’impressione che certi percorsi così “ufficiali”, all’Avana come altrove, sfiorino soltanto, a volte manchino del tutto, la sintonizzazione con un posto, con una città, con un mondo e quindi non ci permettano di iniziare quel processo di conoscenza che ogni viaggio ha nella sua promessa più profonda. Figurarsi, io neanche credo che l’osservazione di posti serva a conoscere niente. L’osservazione in sè non è niente. E neanche l’accumulo di informazioni su un determinato luogo. Ci rendono esperti ma non conoscitori. Buoni per partecipare all’Eredità ma non alla vita. Quando viaggiavo perchè ancora credevo che viaggiare fosse una cosa interessante e utile, evitavo come la peste musei e carovane esplorative e cercavo di sentire l’effetto che faceva applicare le mie solite routine di vita a quel nuovo scenario. Mi svegliavo alla solita ora. Leggevo. Scrivevo. Andavo a comprare qualcosa da mangiare, ecc. Uno dei viaggi più belli in questo senso fu in California, da solo, quando avevo circa 23 anni. Una routine molto pigra tra scrittura, lettura, meretricio, confezioni da 6 di birra e spostamenti minimi. In ogni modo, senza scivolare troppo in una visione omosessuale delle cose, a me sembra che il contatto con un mondo lo facciano gli odori, i toni di voce, la sessualità, gli sguardi dei bambini e degli anziani, l’atmosfera dei mercati, l’ordine delle cucine, l’odore delle persone. E poi quella strana energia che trasmettono i posti. Ecco, il mio maestro in questo senso, Giuseppe Ferraro, potrebbe metterci in piedi un trattato insuperabile. Ancora ho negli occhi la sua faccia spiritata quando, come un rabdomante farabutto, si posizionò in zona Tuscania (Vt) e diede il suo assenso energetico. “Sì, Alessà, questo posto lo sento positivo una cifra… procedi!”. Fu bellissimo e mostruoso allo stesso tempo. Comunque sto sviando… Dunque, il primo itinerario Avanero per me comincia dal cimitero di Colon. È chiaro che molti lettori stiano in questo momento ravanando nei pantaloni producendo gesti apotropaici ma, davvero, il cimitero di Colon è in cima alla mia lista dei luoghi da visitare. Bello, dolce, morbido, così pieno di vita e di tracce vere di questo mondo che quasi trabocca di senso. Io ci vado almeno ogni due mesi. Mia moglie ancora mi asseconda, monta in moto rassegnata e dice: “Vamos!”. È bello perdersi nei suoi vialetti, fermarsi a leggere gli epitaffi, osservare le architetture che vanno da un profondo barocco a un neoclassicismo spinto, si possono attraversare strati di storia, privilegi decaduti, anime dimenticate, eroi, vittime, ingiustizie inaccettabili. E poi quella mano cubana su tutto, quell’odore inconfondibile di questa città che in quel posto non è stemperato dai profumi d’oltremare nè dalle voci sopra le righe dei turisti paonazzi. Quel loro modo di avvicinarsi alla soglia del mistero, della morte, quel misto tra credulità e realismo quasi cinico. In questo senso sarebbe fondamentale anche fare un salto in qualche funeraria della città ma mi rendo conto che chiedo troppo ad un viaggiatore spensierato. Comunque è l’atmosfera, l’energia direbbe Peppe, che ti avvolge e ti calma. Poi farei un salto su 26 che è proprio lì vicino. Solo un salto, pochi minuti nel cimitero cinese. Se non altro per vedere che anche i cinesi muoiono, argomento controverso, e per entrare, attraversando soltanto una strada, in quel mondo parallelo, quell’oriente di niente, che all’Avana sembra reggersi miracolosamente come un solaio sospeso nel vuoto. Poi si torna indietro, sempre su 26 ma andando in direzione della Ciudad Deportiva, nel Nuevo Vedado. Qui c’è il giardino zoologico. Non sono un appassionato di giardini zoologici ma ci si va per vedere i bambini. Una specie di contrappunto da due soldi ma due soldi preziosi se li sai spendere. Dopo il senso della morte, il senso della vita. Osservare i bambini cubani cura molte malattie, ne sono sicuro. Sono belli, tutti, anche quelli brutti. Hanno una vita prepotente negli occhi, hanno una luce interiore che ti acceca. Sono forti e leggeri allo steso tempo, ti fanno pensare ad una festa permanente di cromosomi freschi, potenti, che hanno da dire molte cose ancora al mondo, che vogliono fare storia, fare amori, fare idee, fare arte, cambiarla, rivoluzionarla, riderci sopra. Mi piace la loro educazione, il loro stare bene nel centimetro quadrato in cui si trovano. Lontano da quel senso di insoddisfazione di molti bambini italiani, tormentati, spenti, compressi. Quelli cubani sembrano sempre sapere qualcosa che tu non sai, e allora ti fanno sentire un coglione. Quella sensazione che sintetizza il detto: “se dopo due mani di poker non hai ancora capito chi sia il pollo da mettere in mezzo, allora il pollo sei tu”.
Vabbè, per oggi mi fermerei qui. Sono quasi sicuro che se nella vita facessi la guida turistica finirei ben presto a mangiare pane e cipolla. Come scrittore, invece, banchetti faraonici… Alla prossima!
Scritto di Alessandro Zarlatti 

Tal vez

Scritto di Alessandro Zarlatti
Mi si permetta un passaggio nella sfera strettamente privata e personale. E quando mai parlo di altro, alla fine, mi verrebbe da dire? In ogni modo, esattamente un anno fa iniziava la mia storia con Flabia. Sono ideologicamente contrario alla celebrazione delle ricorrenze ma si vede che con l’età le cose cambiano, si diventa nostalgici anche dei capelli che si lasciano dal barbiere, si diventa solenni e patetici.

E allora è da giorni, settimane forse, che aspetto questo primo di aprile con trepidazione. Primo di aprile la dice lunga su tutto. Sulla lotta contro gli elementi che come due eroi abbiamo dovuto fare nostra per renderci veri. Tutto ci suggeriva di lasciar perdere, di cambiare strada, di non fare sul serio. L’irragionevole differenza d’età ma non soltanto, anche uno straccio di credibilità che avevo perso lungo la strada, in mille racconti di me e nelle mille peripezie fuori tempo massimo. Nel mondo che con una scelta soltanto lei si era messa contro per intero. Il suo mondo ordinato andato in mille pezzi. Il mio mondo disordinato che voleva rimanere intatto, quello che rivoltavo come un calzino solo per tirare fuori un paragrafo decente, una frase, che spremevo quotidianamente in preda a un’ossessione come se morire in fondo non m’importasse e il futuro fosse l’allucinazione degli stupidi. Oggi mi sono svegliato canticchiando nella testa una canzone. S’intitola “Tal vez”, ed èdi Juan Formell. Lui aveva uno strano talento. Non era un vocalista ma era un grandissimo compositore, l’anima dei Van Van, gruppo storico cubano che è rimasto mezzo secolo nei balli e nella testa degli amanti della salsa. Negli anni 70 aveva scritto e cantato quella canzone. Tal vez. Tal vez vuole dire forse. È una canzone diversa da tutte le altre. Parla di rimpianti. Di quel momento esatto, di quell’istante in cui non ha avuto il coraggio di chiamarla a sé, di baciarla. E allora dice: “Forse, se ti avessi baciato un’altra volta, forse, ora le cose sarebbero diverse, avrei un ricordo di te. Ma forse, se ti avessi parlato, amore mio, ora ti avrei qui accanto a me e sarei felice”.
Bene, quella canzone la consiglio a tutti ma te la dedico, Flabia. Per intero. E te la dedico proprio perchénon parla di noi. Parla del rischio che abbiamo corso. Perché quel bacio noi abbiamo avuto il coraggio di darcelo. Perché la storia delle nostre vite abbiamo avuto la forza di prenderla in mano e di mandarla dove non voleva. Del futuro non sappiamo niente ma del passato sì. E allora questo anno ètutto in quel bacio che hai avuto il coraggio di darmi, che ho avuto il coraggio di darti, sulla linea notturna dell’autobus 27, da Vedado a Playa, in quel primo aprile del 2017 pieno di paure, pieno di sogni, pieno di tal vez.

Una vacca all’Avana

Scritto di Alessandro Zarlatti
Una volta mi trovavo all’aeroporto Jose Martì e stavo aspettando l’aereo dall’Italia. Credo arrivasse mia madre. Non ricordo più. Sì, forse mia madre. Stavo lì, appena fuori dagli arrivi internazionali fumando una sigaretta e pensavo, questo me lo ricordo bene, che tutto stava andando di meraviglia. Così, il pensiero e la sensazione piena che tutto andasse nella direzione della tua volontà. Non succede sempre. A dire il vero, a me quasi mai. Succede spesso ai ricchi, ai fortunati, agli idioti. Non a me.

Eppure sono sufficientemente idiota. Quella netta sensazione, quel netto bilancio che ti fa dire: se tutto si fermasse così non farebbe un soldo di danno. Bene, non avevo ancora finito la sigaretta e dal caos dell’esistenza è apparsa una forma elegantissima di risposta: una vacca. Forse non proprio una vacca ma più piccola, una vitella (esiste la vitella femmina, vero?) ha iniziato a correre fra la gente. Una vacca impazzita, spaventata, senza meta ha cominciato ad attraversare quel non-luogo, quei labirinti squadrati fra i posacenere a colonna, le panchine, le valigie, persone immobilizzate, grida, taxi. Tutti l’abbiamo guardata in questa tormentata fuga da tutto, impreparati, come si puòessere impreparati di fronte all’assurdo, incapaci di dare risposte agli eventi. Solo sorpresa. Un po’ di paura ma poca. Lei correva come fosse inseguita da un predatore invisibile, consegnata in un istante al nostro pianeta, quello che abitualmente la contempla solo divisa in bistecche e a media cottura, non correndo senza controllo agli imbarchi internazionali. Un minuto, forse qualcosa di meno. Congelato in quella apparizione. Ricordo di averla letta come una risposta. Così nascono le religioni. Come una sberla sulla nuca del prete delle elementari. Pensavi di averla capita la faccenda, eh? Pensavi di aver trovato il verso della vita, non è vero? Eccoti qui una vacca impazzita all’aeroporto, così torni tra gli umani, la smetti di fare il coglione. Questo per dire cosa? Che a 51 anni sto ancora a Cuba per questo genere di cose. 51 li compio oggi 26 di marzo (domani mentre scrivo e porta una sfortuna terrificante anticipare ma tant’è…) ma sono queste irruzioni violente dell’assurdo, quelle che questo paese ancora permette, che mi tengono attaccato agli scogli di questa isola. Fuori da Cuba è rimasta soltanto la morte a svegliarci. Non abbiamo ancora asfaltato il suo portato di casualità e di fuori controllo. Stiamo lavorandoci ma ancora ci sorprende. Il resto lo abbiamo disintegrato. Lo abbiamo neutralizzato o lo abbiamo fatto scendere alla categoria di fastidio. La scomodità, la puzza, la fame, i negri, i froci, l’altro, gli altri, li abbiamo più o meno imbrigliati. La vita senza sorprese. Una vita che qualsiasi narratore mediocre saprebbe raccontare dall’inizio alla fine. Qui no. Qui no, per fortuna. Quella vacca come metafora delle cose inaspettate. Quelle che ti costruiscono dentro i semi della saggezza. Perché la saggezza, quella che ho incrociato qualche volta in questi cinquantun’anni di cammino, ha un forte sapore di sorriso, di poca identificazione, di serena distanza dalle cose troppo serie. E qui a Cuba la saggezza sembra nutrirsi della fragilità delle case che crollano quando passa un ciclone. Delle relazioni che si sfasciano perché la vita è fatta così, perché le cose finiscono ed è meglio sorridergli che farle diventare il nostro tormento. La saggezza si nutre dei cavi non a norma dei palazzi del centro, della carne di maiale esposta sui banconi dei mercati ben lontana da un nevrotico ciclo del freddo per noi, invece, sacro. Sto a Cuba perché a volte le strade si riempiono di una puzza violenta. Merda, ma non soltanto. Forse una fogna che non è più neanche se stessa, ma èla sua degenerazione, il suo inferno. Quello che non finisce sotto il tappeto. Quello che non abbiamo asfaltato nel nostro discutibile modello asettico del mondo. Sto a Cuba per partecipare al rito dell’indifferenza delle commesse dei negozi. Per respirare l’odore del loro distacco, dei loro sgarbi. Per pulirmi gli occhi, per disintossicarmi dai sorrisi professionali di milioni di sconosciute. Quelle che ti investono di contrazioni muscolari del viso che chiamano sorrisi, appunto, e ti armano una festicciola per venderti un contratto di Wind. Sto a Cuba per quello. Perché c’è ancora spazio per germi non addomesticati, per tempeste, per sentimenti non codificati dal prete o dal sessuologo di turno, perché la gente cade in amore (l’unica espressione bella della lingua inglese – fall in love – che infatti rubo) e ci crede ancora, davvero, costi quello che costi, fino alla fine, senza riserve, senza paracadute. Oggi compio 51 anni e mi piace pensare alla vita, alla vita che mi piace, come ad un’attesa all’aeroporto, fumando una sigaretta, in un pomeriggio tiepido di fine marzo. Dove a un certo punto passa una vacca impazzita. Quasi te la aspetti. Ti sfreccia davanti e ti ricorda che tutto puòsuccedere. La morte, certo, ma anche cose piùdolci, come regali che piovono dal cielo. E tu impari poco a poco ad accoglierli tutti quei regali, senza fare selezioni, con lo stesso sorriso.

Aereo di ritorno


Aereo di ritorno
Scritto di Alessandro Zarlatti
Sono sull’aereo di ritorno. Sfiancato dalla sveglia e dal conto di energie che mi presenta lo spirito santo dopo due settimane così. Conto in rosso. Come sempre. Sono sul solito aereo della Blue Panorama e mi domando se abbia un senso su questo pianeta la Blue Panorama: personale sgarbato, facce che esprimono in coro lo stesso concetto: ti facciamo un favore, fosse per noi faremmo i becchini e comunque, crepa!

In ogni modo, l’ho scelta io questa splendida compagnia e quindi prego solo che arrivi dove deve arrivare e amen. Ho tempo. Penso al mio nuovo libro. Lo guardo. È la prima volta che lo faccio con attenzione. In queste due settimane in Italia l’ho dato per scontato. L’ho presentato. L’ho notato di sfuggita lì sul tavolo, ma l’ho toccato poco. È il mio terzo libro e sento di aver acquisito una certa automaticità, un approccio di routine, mi spiego? Una specie di perdita della sorpresa. So presentarlo. So rispondere alle domande. So mettere le firme e scegliere le dediche. So dare la mano. Ma penso al primo. Penso a quell’attesa. Penso a quel giro di boa che avevo aspettato una vita intera, la pubblicazione, quella parola che col desiderio frustrato che montava diventava, anno dopo anno, una parola più sconcia, più lontana, più astratta. Ricordo le prime presentazioni. Ricordo i primi sguardi. Quella parola ingombrante che tracimava dalla mia bocca come una patata rovente: scrittore. La sputavo lì, per terra, come un dente malato e scappavo lontano. Oggi ritorno a casa e mi domando cosa sia rimasto, in quale punto della mia mente io senta ancora quella vibrazione di fondo. Cosa la spegne. Cosa la riceve. Dove voglio fuggire. Da cosa. Ripasso il mio nuovo libro fra le mani e immediatamente mi accorgo di costruire nuovi scenari, strategie, mercato, efficacia, progetti. Sento di non essere là. Temo che tutto questo somigli terribilmente alla routine da cui fuggo, da questo mercanteggiare se stessi, il proprio doppio, quella specie di baraccone di me stesso che sa stringere mani, mettere firme. Mi dico che c’è di peggio. Che io almeno cerco sempre di non perdermi, di essere me stesso. Me stesso. Mi sembra il concetto più assurdo del mondo visto da qui. C’è sempre quella lieve recita, quel recitare la persona-che-rimane-se-stessa che mi atterrisce. E allora cos’altro? Cosa cerchi ancora? Più vanità? Un applauso ancora? Un “bravo davvero”?  Soldi? No, non mi sembra. Mi piacciono gli applausi ma non scrivo per quelli. Mi piacciono i soldi ma non riescono ad essere una motivazione. E allora? Ripasso fra le mani il libro. Osservo la copertina, l’immagine, mi piace. Guardo la mia foto sopra alla biografia e sorrido: un po’ meno vecchio, congelato di profilo in chissà quale concetto. Congelato. Mi soffermo per secondi su questa idea. Certo, la scrittura, questa debole protesi della vita che fugge. Questo sopravvivenza imposta a se stessi ed al mondo. È quello? In parte. Quella èuna delle radici dell’arte in generale. Quell’esisto, sono esistito, qualcuno può ricordarmi? Apro il libro. Ho tempo. Comincio a leggere. Penso di leggere una decina di righe. Massimo una paginetta. E invece mi sveglio dopo molti minuti. La mia scrittura. Ciò che mi piace di me. Beh, non solo, ma la mia scrittura è l’unico regalo che posso fare agli altri. È questo. Certi passaggi. Il frutto di un tormento di decenni. Identificazioni, cambi, virate, paralisi, delusioni, tentativi, migliaia di ore leggendo, pensando, traducendo in parole, parlando al vento, a donne inesistenti, a fantasmi, alla vita difficile, dando sul foglio le risposte che non so dare, le visioni che non so condividere, gli umori del mio universo intimo. La scrittura. Proprio lei. La ritrovo sempre là. Tornando a Cuba. Tornando con mia moglie alla nostra casa disordinata, al nostro cane con la gamba storta, alla mattonella staccata dell’ingresso, ai vicini, agli studenti. Mi sembra di tornare al mio strano laboratorio. In camera. Al riparo da quasi tutto. A leggere scrittori incredibili, a scrivere una parola dietro l’altra in mezzo al caos della cucina e dei piatti non lavati, alle visite a sorpresa, al flusso debole del rubinetto. Solo lei vale la pena. Solo lei. Non ci fossero queste parole, non ci fosse questa esistenza imperfetta in cui trovo nomi e storie da scrivere, niente varrebbe la pena. Neanche uno degli applausi, neanche una delle pause che so fare, neanche un euro dei libri venduti. La scrittura. Torno all’Avana con ogni mare, con qualunque durezza negli occhi del vicino di posto, con qualunque sgarbo della hostess, con qualunque brutto pensiero sugli anni che passano. Il senso delle mie cose mi aspetta sempre lontano da tutto. Al riparo da tutto. La mia nuova, splendida, pagina bianca. L’unica cosa che so fare: riempirla di parole.

Le mie elezioni


Scritto di Alessandro Zarlatti

Sono a Roma. Lo dico per eventuali sicari qui o per chiunque volesse svuotarmi la casa all’Avana. Dai, è questo il momento! Dunque, a Roma, catapultato in un lampo nelle elezioni politiche 2018. In un lampo in tutto ciò che uno credeva di potersi lasciare alle spalle per sempre.
Il dibattito, Porta a porta, gli ammiccamenti di Vespa, l’idiozia di La Russa, la parabola clinica di Gasparri, giornalisti nuovi, direttori di giornale nuovi ma leccate di culo dal sapore antico o meglio, quel servilismo stanco, ormai di maniera, svuotato da ogni forma minima d’ideologia, di ispirazione, e quindi solo la difesa di un posto ben pagato che di questi tempi bisogna proteggere con le unghie e con i denti. Il mio istinto suicida che mi porta a consultare materiale di repertorio dell’intera campagna elettorale ed allora scovo uno Scalfari che, pimpante come un corpo cremato, snocciola a Di Battista un vademecum progressista come il discorso di un gesuita. La sinistra. Ahhhhh! Trovo discorsi di Renzi che fanno rabbrividire. Allusioni, minacce velate, code di scazzi interni, regolamenti di conti. Un mafiosetto permaloso ipnotizzato dal proprio culo, dalla propria carriera. Un mediocre senza respiro. Tutta gente invecchiata. Io per primo. Ma la distanza e il tempo restituiscono facce come fossero corpi morti portati dalla corrente. E allora scopro che Sgarbi è ancora vivo. Andiamoci piano, vivo… lo sterco vive? L’urina è materiale biologico? Incartato come sempre, ma con meno energia, in quel pupazzo che si è costruito addosso con pazienza certosina. Sempre per soldi. Sempre per difendersi il culo. Ho cercato febbrilmente Ferrara. È vivo? Vi prego, ditemi che è vivo! Non l’ho trovato. Dirige ancora quel giornale meraviglioso che vende tre copie l’anno e becca soldi dallo stato? Mi informerò. Di Berlusconi neanche parlo. Ho rispetto per i morti. Sembra mio nonno che nei suoi ultimi anni di vita piangeva alla parola “tritacarne”. È andato. Se Silvio ti beccava per strada nelle settimane di campagna elettorale ti prometteva, nell’ordine: due uccelli, l’immortalità, sua madre, sua figlia, dodici puttane, una barzelletta. Vecchi. Un’intera generazione di vecchi stronzi (perchè c’erano anche i vecchi belli ma credo li abbiano inceneriti) che non vuole morire. Perdono pezzi, sorrisi, parole, facce, una dietro l’altra, ma non muoiono. E non dipende dall’età, sono vecchi Renzi, Salvini, la Boschi, Concita De Gregorio, quella poraccia della Meloni, Michele Serra, e poi, certo, quelli già decomposti, Berlusconi, Scalfari, D’Alema, chi altri? Sono avvelenato dalla sinistra. Non ho altro da dire, avvelenato. Com’è stato possibile affidare un intero partito, un’intera storia, a Renzi? Le ceneri di Berlinguer, di Gramsci, quelle di Pavese, il neorealismo, cinquant’anni di cultura italiana, quelle ceneri che lateralmente lo hanno odiato ed amato quel partito, Pasolini, dio santo, Pasolini. Migliaia di donne e di uomini che silenziosamente lo hanno costruito il PCI, gli hanno consegnato un’anima, giorno dopo giorno, riunione dopo riunione, nelle sezioni piene di sigarette e di ragionamenti contorti, negli attacchinaggi pericolosi, nelle scazzottate coi fascisti, nei libri letti di nascosto, nei coglioni arroventati di chi scioperava contro tutto e contro tutti, nelle donne che dicevano NO, in quelli che si rovinavano la vita per non voler cambiare idea, in quelli che perdevano il lavoro, in quelli che li ammazzava la mafia, in quelli che morivano sulle montagne per regalare un paese migliore a questi stronzi, a noi stronzi. A Renzi.

Ecco, noi stronzi. Io lontano che cambio paese. Sento una colpa che serpeggia quando ne parlo. Un paese lasciato proprio al suo destino. Mi dico che non avrei potuto fare niente. Solo rovinarmi la vita e il fegato. Ma poi l’argomento solito: se tutti avessero pensato come te, allora il paese sarebbe stato consegnato nelle mani dei Salvini e compagnia. E invece? E invece avete partorito Renzi! Ahahaha. In questo panorama i Cinque Stelle sembrano marziani. Ho ascoltato con attenzione quello che hanno detto. Gente normale. Finalmente giovani davvero. Con le incertezze e le ingenuità dei giovani davvero. Dei giovani che in questa epoca passa il convento. Non ho visto il giovane Lenin, nè il piccolo Ernesto Guevara, è chiaro, ma esseri umani che davano la sensazione di essere vivi. Per intenderci, non i giovani alla Renzi che trasudano paraculaggine democristiana da tutti i pori. Non i figli della borghesia più conservatrice e bara come la Boschi e la De Gregorio, il vero cancro della sinistra e forse del paese. C’è qualche speranza? Io questo proprio non lo so. L’Italia è un paese difficile, forse impossibile. Guccini diceva: “Ne abbiam visti geni e maghi uscire a frotte, per scomparire…”. È un paese che sporca chiunque, lo insozza, la bruttezza ha anticorpi potentissimi, ha dalla sua parte la mafia, la chiesa, il razzismo, un malaffare diffuso in modo capillare sul territorio, ha l’insofferenza cronica, questo sostanziale non sopportarci più, questo non credere più ormai da un pezzo ad un progetto comune, ha questo “arraffa tutto quello che si può prima che sia tardi”. Vedremo.
Io faccio il turista ed osservo. La mia città bella anche sotto la pioggia battente. Mi faccio cullare dalle frasi sguaiate di qualche vecchio romano che mi riconciliano con la vita. Un tizio a cui chiedo affannato l’indicazione di una strada e mi dice: “ahò, mica c’amo fretta, respira, piatela comoda che mò te spiego…”. Quando le cose grandi perdono la speranza è bello afferrarsi a quelle piccole, a quelle da niente, ti tengono sulla terra e ti fanno vivere.   

Lucciole all’Avana

 testo   Alessandro Zarlatti
 foto  ©Emanuele Mozzetti

C’è un fenomeno strettamente cubano che mi ipnotizza come il fuoco del camino. Mi blocco lì e lo osservo come un uomo che non ha niente da fare (capita spesso), come un guardone.
Mi piace notare le variazioni di luce, gli acuti, le risate grasse, le lacrime, il concerto di lucine, centinaia, che me lo fa sembrare un campo di lucciole d’estate.

Parlo dei parchi wifi disseminati per l’isola intera e che hanno ormai sviluppato vita propria, una storia, stratificazioni, leggende. Spieghiamo: per parchi wifi si intendono dei luoghi (spesso parchi ma anche lungomare, pezzi di strade principali, piazze) in cui lo stato ha aperto il segnale wifi per l’accesso ad internet.

È un segnale fruibile per un raggio di un centinaio di metri e quindi, per forza di cose, obbliga gli internauti a stare gomito a gomito nelle loro navigazioni. L’idea dei parchi wifi è nata qualche anno fa per rispondere con rapidità ad una richiesta crescente di connessione da parte del popolo cubano. Sono così spuntati come funghi e ogni volta, soprattutto la sera, hanno cambiato il panorama dei quartieri. Mi piacciono. Mi sono sempre piaciuti. Surreali, lunari forse, questi assembramenti di persone vicine ma lontanissime. Ognuno nel suo percorso: esplorazioni professionali, cazzeggio, videochiacchiere, telefonate strazianti, che camminano su binari paralleli e non s’incrociano. Cuba, però, come al solito, è un po’ diversa dagli altri.

Chiaro, è già allarmante quella deriva alienata di persone istupidite davanti a un cellulare che passano nella realtà senza viverla. Panorama a noi già fin troppo familiare. Esseri umani sempre altrove. Sempre nel proprio mondo protetto e ammortizzato. Mai allo scoperto, mai fuori. Ma questa variante, il parco, è qualcosa che spariglia l’alienazione tout court. Trasforma un atto privato, direi intimo, in un elemento tra i tanti che formano il tessuto impossibile, unico, assurdo, della quotidianità cubana.

Convivono, si sovrappongono, si alternano siparietti familiari fatti di dozzine di persone incollate davanti ad un solo telefono a gridare fesserie, nonne obese, nipoti rompipalle, adulti ottusi, donnette, in una rappresentazione che dura troppo per non diventare fiacca, stancante, ripetitiva fino allo strazio.

Un’infinità di “Allora come vanno le cose?” – “e come devono andare? Come un minuto fa” – “Tutto a posto, quindi?” – “Sì, tutto a posto…”, e via così. Ad un centimetro una ventenne che si porta avanti col lavoro con la sua conquista, che so, danese: imbarazzi linguistici, comunicazioni basiche, silenzi terrificanti, secche paralizzanti al limite del naufragio.

Ad un altro centimetro un trentenne che comunica con la serietà di un killer. Più avanti una vecchia devastata dal suo analfabetismo digitale che trasmette al nipote di Miami una diretta di mezz’ora della basetta del vicino di posto. E tutto senza imbarazzo.

Senza il minimo pudore. Trasferendo nei parchi wifi quell’assenza di vergogna che viene da lontano. Dalla calle, dai pasillos, dalle porte lasciate aperte come porti di mare. Se oggi vuoi conoscere Cuba e i cubani forse ha un senso fare un giro in un parco wifi. Se hai occhi per vedere, un cubano lo vedi. Ma bisogna sbrigarsi.

Ho paura che i parchi wifi termineranno presto. Lo stato sta installando la adsl nelle case.

Entro qualche mese tutti potranno scegliere questa opzione e allora… e allora i parchi wifi andranno tramontando. Poi daranno la linea dati sul cellulare e il gioco sarà fatto. Si vedranno dozzine di monadi alla fermata dell’autobus con la testa, il corpo, tutto, immersi nel proprio smartphone ed il silenzio terrificante della ragione. Oggi mi piace spiarli in questa comunicazione che non è mai abbastanza. L’illusione della connessione globale che si scontra poi con l’assenza di cose importanti da dire. Tutti se ne accorgono. Tutti se ne stanno accorgendo. Alla fine gli uomini non hanno bisogno vitale di comunicare sempre. È un bisogno indotto. È una cazzata. Hanno bisogno di comunicazioni che valgano. Come certe lettere di un tempo.

Senza voler fare del trito passatismo. Ma certe lettere, il pensare e ripensare, ma anche certe telefonate difficili, sognate, conquistate, avevano la profondità che oggi inseguiamo invano con milioni di parole. Miliardi di byte sprecati in dirette imbarazzanti, in miliardi di “Allora tutto a posto?” – “Sì, tutto a posto, te l’ho detto…” – “Insomma, tutto bene…” – “Sì, tutto bene” – “Molte bene…”. Boh. Resta comunque il valore estetico di certi luoghi, di certe riunioni di umani al tramonto a causa delle strane traiettorie della storia. A Cuba, adesso, nel mondo. In questo momento.

San Valentino


di Alessandro Zarlatti
San Valentino è notoriamente la festa più idiota dell’anno. Se la batte col carnevale e con il ferragosto. Però forse vince. Oddio, quando sono obbligato a spiegare il ferragosto ai miei alunni cala nell’aula un’atmosfera plumbea di silenzi e di mezze frasi.

Che cazzo è il ferragosto? L’ascensione della madonna. Ok, nessuno si esalta per la notizia. Un’ascensione di fine estate in mezzo ai cocomeri e ai calippi? In mezzo all’orgia olfattiva di oli solari ed ai tatuaggi di guerrieri che cavalcano tricipiti? In mezzo ai giro vita frollati da sessioni terrificanti di Pilates e alle cottarelle da ombrellone per quel troione della signora Furlan che si è ripassata tutto il quadrante nord degli stabilimenti di Lignano Sabbiadoro. In ogni modo è di San Valentino che tocca parlare e allora emerge immediatamente quel fastidio automatico per gli umori, per i balli, per le trasgressioni decise dagli altri. Se non altro (e più passa il tempo più mi pare che non ci sia altro) gli italiani hanno una bella vena anarchica. Se non proprio anarchica, un certo approccio laico verso comportamenti imposti dall’alto. Perciò anch’io, da buon italiano, sento parlare di San Valentino e mi ritraggo come un celenterato. Non è neanche il discorso: “non deve esserci solo un giorno all’anno per dimostrare di amare il proprio partner. Bisogna dimostrarlo sempre”.  Questo va bene per le scemenze su Facebook. No. A me semplicemente non va che io debba emozionarmi e che gli occhi della mia donna debbano illuminarsi quando lo decide la Perugina o la Rexona. Non mi va. E non mi piace che succeda in coro. Tutti insieme. Boh. Non mi va. E allora, a Cuba come in Italia, mi piace essere disperatamente provocatorio. Verso chi? Boh. Magari verso la Rexona, che però non mi sembra soffrirne molto. Mi invento impegni alternativi mortificanti. Decido di rivedere, che ne so, l’episodio sette del Decalogo di Kieslowski. Se la frustrazione è molto forte metto anche l’episodio sei e lascio l’audio in polacco originale. Non vi dico la gioia di mia moglie. Un vero e proprio vertice di intesa e di complicità di coppia. La cosa più neutra che pensa credo sia il suicidio. Il divorzio non è abbastanza. Comunque sia, nell’antivigilia del giorno dell’amore, rispettando il mio dettato iconoclasta, provo a dire qualcosa sull’opposto dell’amore, sull’odio a queste latitudini. Vediamo che ne esce fuori. Dunque, l’odio. Sarò un ingenuo ma a me proprio non sembra di averlo mai visto. Non mi sembra di averlo visto in purezza intendo: odio viscerale di un essere umano verso un altro essere umano. Sempre mi sembra di vederlo sporcato da sentimenti meno gelidi, più mutevoli. L’invidia, il rancore, l’orgoglio. Nelle storie di coppia, per esempio, mi sembra di assistere spesso ai passi finali di una danza sciatta. Certe rappresaglie, certe cattiverie non hanno dietro di sé nessun guerriero, nessun predatore intrepido ma cuccioli offesi. A Cuba è macroscopica questa alternanza. Storie d’amore travolgenti che si incartano e sfociano in saghe familiari di cattiverie e di affronti. Una guerra di posizione che si regge col tempo soltanto sull’orgoglio e su un’inerzia un po’ vigliacca. E poi vedo molta mutevolezza. L’odio, così come una lega chimica instabile, come un esplosivo, può cambiare in un attimo. Un mezzo passo del meno orgoglioso verso la riconciliazione e si sciolgono lastroni di ghiaccio secolari e nell’arco di due giorni si finisce a cazzeggiare tutti insieme. I latini. I cubani, noi. Percorriamo questa strana visita guidata senza senso che è la vita e sembriamo nascondere una carta segreta nella manica. La poca serietà. La voglia irresistibile di riderne. La voglia di non programmare l’indomani. La voglia di non cavalcarla per intero, per sempre, una brutta emozione. Un odio non possiamo tenerlo dentro per sempre. Non possiamo vestirlo di tanta serietà. Non come l’amore. Già, finisco a parlarne. L’amore per noi latini è una cosa terribilmente seria. L’odio forse no. Se penso agli anglosassoni mi sembra di poter dire il contrario. Loro sì che sanno odiare. La loro storia di odi persistenti li ha portati ad essere diversi, oserei dire lontani. Se vedessi il mondo come loro, direi inferiori. Quando parlo con i cubani mi piace molto indagare il loro bagaglio di sentimenti verso gli Stati Uniti. Se da una parte c’è un poveraccio che sbraita contro Cuba con odio, che minaccia la guerra, che ha sull’anima morti ed ammalati, che, in poche parole, vive congelato in sentimenti così poco umani e così disumanizzanti; dall’altra parte c’è un popolo che non ha mai odiato sul serio nessuno. Si è difeso, certo, anche con durezza, ma non ha mai odiato. Il cubano sa amare e non odiare. Naturalmente sa amare. Poi è orgoglioso. In certi casi anche permaloso e allora s’incazza, ma l’odio, quello, è un copione che non sa reggere per più di cinque minuti. I latini, dicevo. Anche noi italiani siamo così, o, mi correggo, sicuramente eravamo così. Oggi non lo so più. Per il nostro provincialismo patetico abbiamo svenduto la nostra anima e ci ritroviamo a scimmiottare la bruttezza dei nostri antichi invasori. Odiamo i negri. Odiamo gli ebrei. Odiamo quelli che non sono italiani. Odiamo i romani. I napoletani. I cinesi. Chi altri? Chi siamo pronti ad odiare? Però dopodomani festeggiamo San Valentino, perchè l’amore è una cosa meravigliosa. E per un giorno accettiamo pure che il negro ci pulisca i fanali della macchina e gli diamo un euro. Tanto poi riprende la guerra, non ti credere: do un bel voto alla Meloni e in serata, col buio, passo sulla Salaria che ci sono le slave che la danno via a poco. Io, qui, dall’altra parte dell’oceano, metto il mio Decalogo sei, mia moglie resta tramortita dalla scelta ma faccio finta di non vederla, le do un bacio e aspetto giorni migliori in mezzo alla gente che non sa odiare.

La razza


di Alessandro Zarlatti
Questa settimana, preso dai preparativi del mio prossimo viaggio a Roma, sono stato un po’ in crisi d’ispirazione riguardo al blog. Avevo diversi temi in agenda ma nessuno che mi rapisse in modo decisivo. Poi, ieri, inaspettatamente, è arrivato un demente (i dementi arrivano sempre senza avvisare) e magicamente ho trovato il tema.

Il demente è ovviamente quel tizio, Traini mi pare che si chiami, il quale, assediato dagli immigrati (?) e giunto al limite della sopportazione, invece di tatuarsi un’altra croce celtica, magari questa volta su un testicolo per sublimare nel dolore la frustrazione, invece di andare al circolo (?) di Casapound ad esprimere lucidamente in mezzo al fior fiore degli esegeti di Ezra che “li immigrati abbasta, perché ir sangue italiano si è stancato, perché toglieno il lavoro a noi patriotti, perché strupreno le nostre donne (?), perché li negri puzzeno, che c’hai dù euri?”, ha pensato bene di aggredire dei poveri disgraziati. Purtroppo un intero pianeta è giunto al limite della sopportazione per gente come ‘sto scemo. Il problema è che non sappiamo dove mettercelo, dove sputarlo uno così. Problema che si moltiplica perché sono molti come lui, forse la maggioranza degli italiani tra prime linee e fiancheggiatori, e diventa un rebus di difficile soluzione. Come è noto il fascismo, così come il razzismo che ne è conseguenza pratica, è un disagio psicologico. Trattarlo come un’idea politica, come un ideale, è un errore che ormai in pochi fanno. Sarebbe come trattare la pedofilia come una preferenza sessuale. No, sono disturbi psichici. Il razzismo è una patologia anche parecchio banale. Lo psicologo meno ispirato potrebbe spiegare in cinque minuti che un atteggiamento di questo tipo verso la vita trova le sue radici nella prima infanzia, nelle donne che non ti filano, nelle persone che non ti ascoltano perché dici cose poco interessanti, in un senso di inferiorità devastante, in qualche trauma a questo livello, in quella cocente consapevolezza di essere, sotto sotto, niente. È un horror vacui da cui l’ometto che ne è vittima esce, si fa per dire, con un colpo di reni tutto interiore, autistico: si autoproclama superiore per ragioni poco verificabili, di sangue, di colore della pelle, di investitura divina, di terra dove è nato, e così, poveretto, sopravvive. Costruisce un’intera impalcatura di vita su queste fregnacce semplicemente perché, mancando quelle, lui non sarebbe niente. Viene da sé che con certa gente non ci può essere dibattito politico ma solo assistenza, carità. Sarebbe come chiacchierare di conquiste con Hannibal Lecter. No, prima ti curi e poi magari, se ne ho voglia, parliamo. Non parlo con te di sistemi migliori o peggiori per amministrare la cosa pubblica ma ti do soltanto qualche buon numero di specialisti che ti possano aiutare. Perché tu non stai qui per quello, non stai qui per trovare la soluzione alle sfide di una società complessa ma è come se con i tuoi atti pronunciassi con tono crescente un “Io esisto! Mi sentite? Esisto! Qualcuno mi caghi!”. E faresti di tutto per uscire da quell’anonimato nel quale sei infognato. Capriole, volteggi ai trapezi, sparatorie. Una sfida continua a questa autorità che giganteggia nella tua mente (la gente sana e normale) per fare almeno in modo che ti noti e che ti sgridi. In cinofilia si sa bene che dal padrone un cane preferisce un calcio all’indifferenza. Il calcio gli fa almeno sentire di esistere. Un cretino così raggiunge la pienezza della sua esistenza proprio in questo momento. Proprio oggi. Esiste. Mentre gli dedicano trasmissioni, articoli, analisi. Meglio esistere come un demente che non essere niente.

Sì, ma tutto questo cosa c’entra con Cuba? Niente, forse, oppure molto. Perché anche qui si vive un razzismo strisciante che la Rivoluzione non è riuscita a curare per intero. Ci ha provato in ogni modo e in gran parte è riuscita a saldare nella mente dei cubani un sentimento di uguaglianza che è incondizionatamente bello. Ma resta il razzismo come malattia in molti. Lo senti nelle frasi dette a mezza bocca, nelle occhiate, nel gesto che fanno i bianchi sfregandosi le dita sull’avambraccio per dire “negro”. Quello che si nutre esattamente con le stesse radici, nelle stesse falde in cui si abbevera il razzismo nostrano. La malattia. Un peccato d’ingenuità. La Rivoluzione credeva che bastassero la cultura, la ragione e l’educazione per distruggere quell’erba cattiva senza capire per intero quanto fosse un disturbo da curare, come una fobia o un complesso. E purtroppo è una malattia sempre latente. La tentazione di una scorciatoia poco faticosa. Quella che si rafforza proprio quando vacillano le sicurezze e l’autostima personali. Bisogna capirne il movimento, vederlo e rivederlo tante volte dentro di sé. Come, quando nasce. Dove arriva. È uno di quegli atteggiamenti umani brutti da qualunque angolazione li si osservi. Si pronuncia una frase razzista, un aggettivo soltanto, un’occhiata, ed è un colpo all’umanità intera. Un’ennesima pennellata nera, sbagliata, sull’opera d’arte che non riusciamo a mettere in piedi.

Le relazioni pericolose


Uno degli aspetti che mi hanno più sorpreso, soprattutto nei primi tempi in cui frequentavo Cuba, riguarda il concetto di relazione che hanno sviluppato da queste parti. Più che sorpreso, direi lasciato basito, incapace di incasellare un materiale tanto eterogeneo, tanto non catalogabile, in un reticolato di categorie note, domestiche, inoffensive. Le relazioni.

Mettevi appena il naso in qualche famiglia e ne uscivi con le ossa rotte: il padre che aveva fatto due figli con la prima moglie, poi era scappato e si era messo con la sorella del cugino, aveva fatto tre figli e poi si era fatto mormone. Dopo due anni si era fidanzato con un mormone e ora si è fidanzato con suo padre. Donne con più relazioni parallele di Rocco Siffredi che recitavano la parte delle vittime; uomini scorticati dal desiderio coatto che si inchiappettavano qualunque animale a sangue caldo gli girasse la schiena. Compresi i cani (purtroppo è tratto da una storia vera). Mi sembrava incredibile. I primi tempi vinceva il mio censore interiore. Vinceva in me quella bella cultura cattolica che imponeva di fare esattamente le stesse cose ma di nascosto, laddove l’unico imperativo era quello di salvare la faccia. Rispettabilità prima di tutto: un bel sorriso per il mondo e poi i panni sporchi si lavano in famiglia. Invece Cuba mi sembrava una specie di mattatoio a cielo aperto. Aveva qualcosa di mostruoso e splendido allo stesso tempo. Una presa diretta con l’inferno, quello di ognuno di noi, quello che, illuminato dal sole, perdeva, se non altro, la vischiosità malaticcia degli spazi chiusi. Alcuni elementi mi facevano riflettere. Non era una sorta di libertinismo evoluto. Non c’era il gentleman agreement in stile anglosassone e socialmente condiviso nel quale il tradimento e la gelosia erano considerati retaggi di un’epoca lontana, come la coda o il sesto dito. No, qui c’era la quotidiana mattanza ma poi le persone soffrivano come animali squartati per un paio di corna. Finivano il coniuge a cazzotti o a machetate, se erano donne piangevano per un mese. Rese dei conti in piazza. Anatemi allucinanti. Malocchi. Stregonerie. Bilioni spesi per far seccare le palle a questo o a quello. Gente sfigurata dalle malelingue. Vendette. Era irrazionale al massimo grado. Era mostruoso e magnifico. Entrare in relazione non aveva nessuna protezione. Nessuna garanzia. Eccetto patine leggerissime, pellicole neanche troppo autentiche, scimmiottamenti di società-altre in tutti i sensi. Entravi in relazione e immediatamente andavi ad abitare in quella nicchia indefinibile proprio sotto la tua pelle. Le correnti incontrollabili dei desideri. Ció che non è ragionevole, ciò che non conviene, dove la guerra è guerra e il resto chiacchiere. Istituti come il matrimonio venivano decapitati davanti ai miei occhi ed esposti in piazza come fosse la stagione del terrore. Io, sempre io, con il mio bel catechismo annidato dentro come la sifilide, mi misuravo con quelli che si sposavano per aver diritto alla cassa di aranciata che offriva lo stato. La vendevano e poi si divorziavano. Così, il matrimonio. La verginità offerta come un apericena. Ce n’era bisogno. Ne avevo bisogno. Non per imitarli. Non per far mio integralmente un modello. Ma per far soffrire un po’ il mio, quello che avevo dentro senza neanche saperlo. Troppa ansia del momento giusto, troppa retorica della donna giusta, troppa merda del grande dono della verginità, troppa sacralità delle relazioni, del matrimonio, avevano bisogno di un contrappunto violento. Avevano bisogno del troione della porta accanto che la dava via per riflesso condizionato come un cane di Pavlov, avevano bisogno degli intrecci machiavellici di un barrio soltanto, quelli che sfidano la matematica, che tendono all’infinito. Quella con quello ma poi anche col fratello, il cugino, il nipote, con i charangueros di Regla, con il nonno, con il santero, con sua madre, con il corpo docente della facoltà d’ingegneria, con quello frocio che poi è mezzo frocio e ha sei figli, con il turista che gli ha rifatto le tette, con quello di Etecsa che gli paga le bollette, con il vicino del vicino ma che il cognato, vergine santisima, non lo deve sapere e nessuno ha mai capito perchè. Ecco, questo. Prima di venire a vivere a Cuba avevo una specie di avversione per le telenovelas. Mi sembravano così improbabili e stupide da farmi disprezzare un intero continente. Ma è mai possibile, mi dicevo, che la gente si beva quella roba? Intrecci inverosimili, lagne latinoamericane. Oggi so che le telenovelas non sono altro che cronaca. Cronaca allo stato puro. Senza neanche troppa fantasia. Se vuoi sapere qualcosa delle relazioni in America latina non comprare mezzo libro, piuttosto noleggiati qualche gigabyte di novelas. Mi ringrazierai.

Insomma, a Cuba mi è sembrato di scoperchiare quel mondo sommerso su cui, dall’altra parte del mondo abbiamo costruito cattedrali. Apollineo e dionisiaco. E dietro a tutto la paura. La paura dell’ignoto e dell’ingovernabile. Una delle più grandi dorsali su cui si è costruita la storia del nostro occidente. Paura. Le foglie messe in fretta e furia sul sesso delle statue, la condanna eterna delle adultere, le pire su cui sono state bruciate le donne libere, i silenzi sotto i quali veniva nascosta la vita, in poche parole.

Todo cambia


Il bello all’Avana cambia. Da tempo si girava intorno a questo progetto  e non si trovava mai una forma convincente. Un paio d’anni fa ci siamo andati molto vicino. Insieme ad una mezza dozzina di amici abbiamo pensato alla maniera di farlo diventare il fratello maggiore di quello che era. Riunioni, idee, discussioni infuocate. Poi non se ne è fatto niente per un pelo.

Però ha continuato ad essere quell’incostante barometro del tempo che fa all’Avana. Incostante. Personale. Un continuo punto di vista. E in questi anni è andato macinando consensi. O no, mi correggo: consensi non lo so. Lettori. Quelli sì. Forse la curiosità o forse il gusto, neanche me lo domando. Ma certi post hanno sfiorato i 4000 lettori, altri, quelli meno fortunati e forse meno riusciti, sempre alcune centinaia. Un trend (come dicono quelli che si prendono sul serio) in continua crescita, soprattutto in questi ultimi tempi che sto dando una certa cadenza ai miei pezzi.  Doveva cambiare, crescere, evolversi. L’immediatezza e, forse, la sfrontatezza della sua fondazione cominciavano a stare stretti, a limitare gli spazi di crescita di questo spazio. Sentivo ogni giorno di più che era un blog che doveva uscire dalla totale identificazione con lo scrivente e reggersi su più gambe per correre. Ma non tutte le gambe sono uguali. Mi piaceva che continuasse a collocarsi di traverso rispetto a tutto quello che c’era già, in una posizione competente e consapevole. Competente nel senso di cercare contributi di persone che conoscessero davvero L’Avana. Che ci vivessero da anni e che avessero sfrondato, quindi, le prime impressioni e fossero andati oltre. È pieno di narratori della domenica e questo blog sapeva benissimo che non si sarebbe mai accodato, in nessun momento della sua vita, a questa fila di pane scadente fatto di immagini stereotipate, di luoghi comuni, di abbagli. E poi consapevole. Già perché era necessario che chiunque fosse inserito nell’organico avesse cose da dire e sapesse dirle. Il numero dei papabili, perciò, si riduceva parecchio. Rimando a un mio articolo recente riguardo gli “Italiani a Cuba” per capire come la penso, e comunque, di artisti qui ne ho visti passare ben pochi. Insomma, non è stato facile. E poi doveva essere italiano. Se l’aspirazione era quella di costruire un punto di riferimento per gli italiani che amano questa città, allora continuo a considerare indispensabile che sia scritto e pensato da italiani. Solo noi conosciamo le nostre corde, le nostre virtù e le nostre vergogne. Come madri pietose che diventano suocere sappiamo solo noi quello che vogliono i nostri figli, come si cucina la melanzana alla parmigiana e come si stirano le loro camicie. Perciò è arrivato Emanuele. Emanuele Mozzetti per l’esattezza. Prima di tutto un amico con cui condivido chiacchiere, birre, passioni (la seconda è la Roma) e amori. Quello per Cuba prima di tutto. Per la Cuba meno banale, più vera, più ricca, più sorprendente. E poi un artista. Un artista davvero. Che etichetto in questo modo non per amicizia. In questo senso non regalo niente a nessuno perché sarebbe un regalo stupido. Un artista della fotografia che mi ha emozionato sin dal primo momento in cui ho visto i suoi lavori. Poi ho fatto il freddo perché non si montasse la testa… Uno di quelli che ti fanno cambiare gli occhi su un oggetto visto mille volte. Che ti ricostruiscono interi scenari e con cui è sempre bello confrontare le proprie allucinazioni.

Di immagini Cuba ne ha fin troppe. Fare buone foto a Cuba è un gioco da ragazzi. Ne discutiamo spesso. Nei miei archivi ho anch’io un paio di foto buone scattate qui ed è tutto dire. È un fondale continuamente montato, devi solo fare clic. Oddio, ho visto mostre imbarazzanti su questa città che sembravano il prodotto di un collettivo di bambini del circulo infantil. In ogni modo, a parte casi umani, questa facilità rende ancor più difficile il lavoro di un artista. Se non vuoi cadere nell’immagine del solito almendron che sfreccia, nella faccia della vecchia col sigaro o nelle evoluzioni dell’immancabile negro col ritmo nel sangue, devi saper scavare e conoscere quello che c’è sotto la pelle di questa città. Ed Emanuele ci riesce. Perché è un intellettuale e si posiziona sempre con la mente accesa di fronte alla realtà. La pensa e pensando la immagina. Guardando le sue foto mi viene alla mente, quasi in automatico, una delle frasi-tormentone della mia vita (usata da Fellini ma attribuita a Leopardi): niente si sa, tutto s’immagina.
Con Emanuele non abbiamo nessun accordo o piano di lavoro. Siamo cercatori sufficientemente solitari e anarchici (diciamolo a bassa voce) per imbrigliarci in qualche modo. È stato sufficiente dire: una cosa a settimana, ce la fai? Penso di sì. Ci accordiamo sul tema? Boh, anche no. A volte sì, ma a volte. Con una linea comune? No, direi di no. Magari su un certo argomento la vediamo in modo totalmente differente e, bene così. Sticazzi. Cerchiamo di dare chiavi di lettura diverse di questa città. Ce la facciamo? Credo di sì, a volte di più, altre di meno.
Ok, insomma, tutta questa menata per dire che il bello all’Avana cresce. Io manterrò il mio impegno settimanale scrivendo ed Emanuele lo farà pubblicando le sue visioni.  Abbiamo un’idea di dove vogliamo arrivare ma questo si capirà piano piano, non c’è fretta.
Non mi resta che dire quello che funziona in certi casi: buon proseguimento, amici.