San Valentino


di Alessandro Zarlatti
San Valentino è notoriamente la festa più idiota dell’anno. Se la batte col carnevale e con il ferragosto. Però forse vince. Oddio, quando sono obbligato a spiegare il ferragosto ai miei alunni cala nell’aula un’atmosfera plumbea di silenzi e di mezze frasi.

Che cazzo è il ferragosto? L’ascensione della madonna. Ok, nessuno si esalta per la notizia. Un’ascensione di fine estate in mezzo ai cocomeri e ai calippi? In mezzo all’orgia olfattiva di oli solari ed ai tatuaggi di guerrieri che cavalcano tricipiti? In mezzo ai giro vita frollati da sessioni terrificanti di Pilates e alle cottarelle da ombrellone per quel troione della signora Furlan che si è ripassata tutto il quadrante nord degli stabilimenti di Lignano Sabbiadoro. In ogni modo è di San Valentino che tocca parlare e allora emerge immediatamente quel fastidio automatico per gli umori, per i balli, per le trasgressioni decise dagli altri. Se non altro (e più passa il tempo più mi pare che non ci sia altro) gli italiani hanno una bella vena anarchica. Se non proprio anarchica, un certo approccio laico verso comportamenti imposti dall’alto. Perciò anch’io, da buon italiano, sento parlare di San Valentino e mi ritraggo come un celenterato. Non è neanche il discorso: “non deve esserci solo un giorno all’anno per dimostrare di amare il proprio partner. Bisogna dimostrarlo sempre”.  Questo va bene per le scemenze su Facebook. No. A me semplicemente non va che io debba emozionarmi e che gli occhi della mia donna debbano illuminarsi quando lo decide la Perugina o la Rexona. Non mi va. E non mi piace che succeda in coro. Tutti insieme. Boh. Non mi va. E allora, a Cuba come in Italia, mi piace essere disperatamente provocatorio. Verso chi? Boh. Magari verso la Rexona, che però non mi sembra soffrirne molto. Mi invento impegni alternativi mortificanti. Decido di rivedere, che ne so, l’episodio sette del Decalogo di Kieslowski. Se la frustrazione è molto forte metto anche l’episodio sei e lascio l’audio in polacco originale. Non vi dico la gioia di mia moglie. Un vero e proprio vertice di intesa e di complicità di coppia. La cosa più neutra che pensa credo sia il suicidio. Il divorzio non è abbastanza. Comunque sia, nell’antivigilia del giorno dell’amore, rispettando il mio dettato iconoclasta, provo a dire qualcosa sull’opposto dell’amore, sull’odio a queste latitudini. Vediamo che ne esce fuori. Dunque, l’odio. Sarò un ingenuo ma a me proprio non sembra di averlo mai visto. Non mi sembra di averlo visto in purezza intendo: odio viscerale di un essere umano verso un altro essere umano. Sempre mi sembra di vederlo sporcato da sentimenti meno gelidi, più mutevoli. L’invidia, il rancore, l’orgoglio. Nelle storie di coppia, per esempio, mi sembra di assistere spesso ai passi finali di una danza sciatta. Certe rappresaglie, certe cattiverie non hanno dietro di sé nessun guerriero, nessun predatore intrepido ma cuccioli offesi. A Cuba è macroscopica questa alternanza. Storie d’amore travolgenti che si incartano e sfociano in saghe familiari di cattiverie e di affronti. Una guerra di posizione che si regge col tempo soltanto sull’orgoglio e su un’inerzia un po’ vigliacca. E poi vedo molta mutevolezza. L’odio, così come una lega chimica instabile, come un esplosivo, può cambiare in un attimo. Un mezzo passo del meno orgoglioso verso la riconciliazione e si sciolgono lastroni di ghiaccio secolari e nell’arco di due giorni si finisce a cazzeggiare tutti insieme. I latini. I cubani, noi. Percorriamo questa strana visita guidata senza senso che è la vita e sembriamo nascondere una carta segreta nella manica. La poca serietà. La voglia irresistibile di riderne. La voglia di non programmare l’indomani. La voglia di non cavalcarla per intero, per sempre, una brutta emozione. Un odio non possiamo tenerlo dentro per sempre. Non possiamo vestirlo di tanta serietà. Non come l’amore. Già, finisco a parlarne. L’amore per noi latini è una cosa terribilmente seria. L’odio forse no. Se penso agli anglosassoni mi sembra di poter dire il contrario. Loro sì che sanno odiare. La loro storia di odi persistenti li ha portati ad essere diversi, oserei dire lontani. Se vedessi il mondo come loro, direi inferiori. Quando parlo con i cubani mi piace molto indagare il loro bagaglio di sentimenti verso gli Stati Uniti. Se da una parte c’è un poveraccio che sbraita contro Cuba con odio, che minaccia la guerra, che ha sull’anima morti ed ammalati, che, in poche parole, vive congelato in sentimenti così poco umani e così disumanizzanti; dall’altra parte c’è un popolo che non ha mai odiato sul serio nessuno. Si è difeso, certo, anche con durezza, ma non ha mai odiato. Il cubano sa amare e non odiare. Naturalmente sa amare. Poi è orgoglioso. In certi casi anche permaloso e allora s’incazza, ma l’odio, quello, è un copione che non sa reggere per più di cinque minuti. I latini, dicevo. Anche noi italiani siamo così, o, mi correggo, sicuramente eravamo così. Oggi non lo so più. Per il nostro provincialismo patetico abbiamo svenduto la nostra anima e ci ritroviamo a scimmiottare la bruttezza dei nostri antichi invasori. Odiamo i negri. Odiamo gli ebrei. Odiamo quelli che non sono italiani. Odiamo i romani. I napoletani. I cinesi. Chi altri? Chi siamo pronti ad odiare? Però dopodomani festeggiamo San Valentino, perchè l’amore è una cosa meravigliosa. E per un giorno accettiamo pure che il negro ci pulisca i fanali della macchina e gli diamo un euro. Tanto poi riprende la guerra, non ti credere: do un bel voto alla Meloni e in serata, col buio, passo sulla Salaria che ci sono le slave che la danno via a poco. Io, qui, dall’altra parte dell’oceano, metto il mio Decalogo sei, mia moglie resta tramortita dalla scelta ma faccio finta di non vederla, le do un bacio e aspetto giorni migliori in mezzo alla gente che non sa odiare.