Category: #L’avana

23
Gen

Punto di vista

Ho un’oretta per scrivere qualcosa e quindi scrivo. Il bello all’Avana ha avuto un rallentamento preoccupante in questi ultimi mesi, ha perso il ritmo come un ballerino demotivato. E qualcuno mi domanda: “chiude i battenti?”. Non lo so. Forse diventerà una cosa più grande. Forse più piccola. Forse niente. Non ho idea. Invece so che la sua intermittenza mi piace. Mi piace scrivere quando ne ho voglia. Quando ho qualcosa da dire, quando ho tempo e soprattutto quando tira il vento giusto. Nasce su una promessa di irregolarità, di parzialità, di umori, e le dichiarazioni di intenti, come i peccati originali, sono importanti.

L’Avana attraversa un periodo strano. Piove tanto. Dicono sia colpa del Niño. E’ vero che spesso i ragazzini sono dei mostri. In ogni modo vedo molti turisti, molti più del solito, che camminano per la città per succhiare le ultime gocce d’anima rimaste nei vicoli storti, nei passi di ballo sfiniti, negli occhi incrociati per sbaglio. Niente di nuovo: a Roma succede da 2000 anni. Vedo l’ansia di assicurarsi una pietruzza di un tempio che crolla. L’anima, appunto. È un problema d’anima. Molto al di là di un luogo fisico. Sfilano star internazionali che fatico a riconoscere; imprenditori indemoniati; cantanti che vengono a Cuba perchè ora Cuba tira e fa immagine; teste di cazzo; CEO – che non so bene cosa voglia dire ma credo siano esseri straordinari che salveranno il pianeta -; cordate di monnezzari che vojono collabborà co ‘a curtura de ‘sto paese; rappresentanti di pezzi da novanta che vogliono rimanere anonimi e di cui non posso fare il nome ma, credimi, parliamo del livello più alto… – ma dai, fammi un nome, nun je lo dico a nessuno – non posso, perdonami… – ma ti prego me lo porto nella tomba – non posso davvero, non insistere, a proposito che c’hai du’ CUC che so’ rimasto senza contanti? Project manager; business planners; hallo, pronto, pronto, America me senti? Santi Baylor in questo sozzo letamaio. Senti, questo domani me lo cacci via! (mi andava di ricordare); sottosegretari; cavalieri e spingitori di cavalieri; preti allegramente mignottari; gente affetta da solidarietà compulsiva; suorine silenziose; quelli che la sanno lunga; quelli che adesso che hanno tolto l’embargo… – guarda che non hanno tolto un cazzo – ti sbagli, l’hanno tolto – a tua sorella l’hanno tolto, qui non s’è mosso niente; quelli che sono rimasti scossi dall’interpretazione di Uto Ughi e ti dicono: “sarà pure mezzo rincojonito però ammazza quanto spigne su quer violino coso…come se chiama?…”; quelli che ti dicono: i cubani, non c’è niente da fare, sono proprio un bel popolo. Tutti, indistintamente, uomini e donne. Colti, intelligenti, fieri. Ogni volta che vengo a Cuba mi riempiono l’anima con la loro forza interiore. Tu me la potresti dà una mano a cercà una certa Soraya che batteva a Vedado l’anno passato?; quelli che qui è tutto uno schifo –  E perchè nun te ne vai? – Che c’entra… -Come che c’entra, vattene… – no, nun me ne vado – vattene! – no – te fa schifo, l’hai detto, quindi vattene! – no; quelli che Cuba la conosco solo io, ci vengo da 75 anni… Vabbè, insomma, ci siamo capiti, un periodo strano. Gli americani iniziano ad alzare la voce nei bar. I preti iniziano a rialzare la testa. Molti cubani flirtano con questa ventata accecante confondendo il Mistral con la corrente d’aria che viene dalla porta del cesso lasciata accostata. Mi rifugio. Io mi rifugio. Non faccio altro da una vita. In quella nicchia tra le cose che non puoi cambiare e il tuo mondo personale. Mi rifugio in certe lezioni d’italiano di mezza sera. Nei sorrisi degli alunni. Nelle chiacchiere telefoniche col mio unico amico. Nella giungla di seduzioni che sta fuori dalla porta di casa. Negli occhi della mia donna. Nei film che ci guardiamo nel televisore rotto. Nei progetti senza capo nè coda. Nelle letture che mi fanno sognare. Mi rifugio in questa “giusta distanza” dalla mia terra, dalla mia città, dagli altri. Nella scrittura che mi riprende per la collottola come un micio che s’è cacciato nel recinto del cane. Di un cane incazzato. Mi rifugio nell’amore incondizionato di mia figlia che si ostina a vedermi come il più bello e il più bravo di tutto l’universo. Nelle mattine in cui non ho nulla da fare e cammino lungo i marciapiedi rotti di Playa e compro dieci case in ogni strada, e le ristrutturo e le vivo e ci scrivo e le vendo e ci invecchio e ci passo giornate lentissime su dondoli infiniti aspettando che cambi il vento. Che finisca la pioggia. Mi rifugio ancora e ancora nella caverna di Platone e vedo ombre, e ci costruisco sopra un mondo intero. E lo chiamo L’Avana quando capita. Altre volte Roma. Altre volte amore. E intanto fugge il tempo.