Category: #L’avana

23
Ott

La cubania


Per certi versi vivere a Cuba è un continuo intreccio di due mondi, in alcuni momenti di scontro, di negazione, in altri di incontro, di identificazione. In ogni modo è un elemento costante nelle giornate di uno straniero, che lo si voglia o no: c’è sempre uno spigolo della tua visione del mondo che se la vede con un altro del mondo che ti ospita e se non si combinano in qualche modo, allora fanno scintille. Molti anni fa, Loredana, un’amica italiana con decenni di navigazione nell’universo cubano cercò di trasmettermi un concetto che allora non colsi. “la cubania è forte”, questo mi diceva.

Io non capivo. Liquidavo dentro di me questa affermazione dicendomi che ad un italiano non puoi parlare di cultura forte. L’italianità è forte. L’italianità è una portaerei che naviga su tutti i mari e li trasforma. Non la cubania. E invece con gli anni penso di aver capito le ragioni di Loredana. La cubania è forte. Ma in che senso lo è? Intanto perché il cubano ha un’identità chiara e un senso di appartenenza che altri popoli non hanno. Il cubano è, prima di ogni altra cosa, cubano. E non è poco. Questo aspetto non lo mette mai in discussione. Non ha nessuna proiezione verso l’esterno. Vuole viaggiare ma non vuole cambiare. È curioso, certo, ma non vorrebbe mai essere altro da quello che è. Può criticare, lamentarsi del suo paese, ma poi la via cubana alle cose è quella che preferisce, è quella che pratica. Non è alla ricerca di suggerimenti. Quando parlo di identità chiara mi riferisco al fatto che una rete di valori e di abitudini sono patrimonio universalmente condiviso e indiscusso. Il modo cubano di divertirsi, di intendere il divertimento, di intendere i codici non scritti (il rispetto, l’amicizia, le relazioni), la famiglia, il lavoro, la religiosità, gli altri, la propria terra, sono un serbatoio nel quale nessuno ha mai messo le mani. Si potrebbe dire intatto, sacro. Ed è in questa rete così diversa da tutto, così uguale solo a se stessa, che si articolano le giornate dei cubani. Di tutti i cubani. Una rete leggera, forse, agile, ma chiara, e, neanche a dirlo, una delle prime leggi della pubblicità recita che la semplicità e la chiarezza del messaggio sono uno degli elementi principali per una campagna di successo. E l’immagine cubana oggi vince sempre. Basta un video di un minuto girato all’Avana ed è tutto chiaro, ed è tutto caldo, quel mondo, il suo strano equilibrio, quell’identità. Se penso all’Italia penso a maggiore frammentazione, a complessità, a infiniti strati, ad una corrente strana, discontinua, appesantita, dove perdi rapidamente la voglia di cercare direttrici costanti, dorsali condivise, il nostro personalissimo odore. L’italiano ritrova se stesso forse ancora davanti ad una partita di calcio (del suo club, sia chiaro, non della nazionale), davanti ad un piatto di spaghetti, nel proprio dialetto (non nella lingua), e poi? E poi è un individuo solo al mondo, isolato, debole. L’italiano è iconoclasta per natura e in quel serbatoio di cui si parlava ha affondato le mani e ha fatto a pezzi ogni cosa, ha tagliato teste, ha profanato tombe. Così si può dire che la cubania è forte, non migliore, forte, e l’italianità debole. Aveva ragione Loredana. La cubania ti fagocita nella sua corrente che non ha bisogno di niente, nè di te nè di nessuno. Non vuole essere cambiata e non vuole cambiare. Questo elemento, tanto sottovalutato da un’infame e stupida (e non a caso fallita) politica di embargo e così tanto ben compreso dal genio politico di Fidel, è la vera forza di questo paese. Non conosco posto nel mondo dove avrebbe senso una canzone come quella di Habana d’primera “Me dicen Cuba”, dove un gruppo musicale di prima grandezza fa una dedica appassionata proprio a quella cubania che tutti unisce e su cui tutti poggiano i piedi terminando con una rivisitazione struggente dell’inno nazionale alla tromba. Non conosco una canzone del genere (voglio dire, da noi ci ha provato Mino Reitano con “Italia, Italia” e la gente ancora ride) che unisca in un unico sentimento tutti i cubani, dal primo all’ultimo, da quelli che qui ci vivono a quelli che sono andati via, da quelli a favore a quelli contro. Ascoltatela se vi capita, o guardate il video, meglio ancora, così capite cosa voglio dire. Alla prossima.

19
Ott

I Colossi di Maisel Lopez

I colossi sono volti di bambini cubani che costellano le strade di Buenavista a Playa. L’artista che li realizza è il giovane Maisel Lopez. Sono vere e proprie apparizioni nelle strade della città.

16
Ott

Lo straniero

C’è poco da fare: è un concetto, uno steccato, un muro contro il quale un immigrato – perchè questo sono a Cuba – sbatte la testa in continuazione. L’essere straniero. Se non lo vivi sulla tua pelle non lo capisci. Oppure vai avanti ad ipotesi ed astrazioni. Se decidi di andare a vivere all’estero questo allegato te lo porti dentro come una malattia autoimmune. È una questione di abitudini diverse, di gusti diversi, di modi di decodificare gli altri e di essere decodificato, di modi di ridere, di modi di mangiare, di modi di amare.
Credo sia una distanza ineliminabile. Possono passare decenni ma esisterà sempre quella zona grigia e malinconica a segnare una prossimità ma mai un’identità. Molti stranieri scelgono la via della mutazione. La patetica via della mutazione. Acquisiscono modi e linguaggio del posto, tic, gusti, perfino religioni, fino a diventare caricature. Credono, in questo modo, di avvicinarsi a qualcosa, di essersi guadagnati il biglietto d’ingresso ad una festa da ballo. Invece per me restano ormeggiati in un’isola in mezzo all’oceano, come tutti. Perchè uno straniero resta sempre tra due mondi senza essere più né dell’uno né dell’altro. È una brutta sensazione: stai a Cuba, ti portano, fai conto, ad uno spettacolo di umoristi cubani (non andateci mai!) e ti cascano la palle, ti senti lontano come su una spiaggetta di Alfa Centauri. E poi, mesi dopo, stai a Roma, vai, che ne so, in un ristorante, e ti senti fuori posto, fuori ritmo, fuori mondo. Certo, la romanità, chi me la toglie, quell’impronta così forte che ho nei miei gusti, nelle mie parole, nella mia maniera di vedere gli altri. Però c’è un però. Una sfumatura forse. Qualcosa è cambiato. Qualcosa ti ha cambiato. Sei cubano? No. Sei italiano? Sì, certo, ma un italiano fuori ritmo, immediatamente invecchiato rispetto al suo ambiente, immediatamente passato, superato. Ovviamente l’essere stranieri ha il suo bello, se no si tratta di un confino. È bello conoscere altro. È bello affacciarsi sull’altro-da-sè e assaporare per un po’ altre direzioni della vita possibili. Toccare con mano un altro modo di coesistere, di vedere l’oggi, il domani. Imparare. Allargare lo spettro delle opzioni possibili o, se non altro, relativizzare le proprie, contestualizzarle. È ancora tutto quello che mi sorprende a Cuba. Il fatalismo allegro della gente, il rapporto sereno con il denaro quando c’è, quando non c’è, la disinvoltura nelle relazioni, l’approccio alla vita, alla morte. Ma poi sei sempre là. Se sei onesto con te stesso, sei sempre là, a un passo da tutto ma mai dentro. E questa posizione mi piace. Sia chiaro. Non c’è nessuna amarezza. Il mondo che mi porto dentro mi piace. L’essenza italiana, se queste parole indicano davvero qualcosa di concreto e esprimibile, mi piace da matti. Anzi, la riscopro giorno dopo giorno. La pulisco dalla polvere della quotidianità che ci rende ciechi ed antiitaliani. La pulisco da un’attualità avvilente, dai Salvini e dai D’Alema, dai Renzi e dai Di Maio, dai Casapound e dai Moccia. Siamo dei fuoriclasse della vita. Noi italiani. Abbiamo l’oro dentro. Abbiamo generato millenni di cultura. Abbiamo detto tutto quello che c’era da dire di alto, di degno. Un paese piccolo così che ha fatto praticamente tutto. Ha dato l’alfabeto della bellezza al mondo intero. Parole di uno straniero. In mezzo al mare. Con poche speranze di toccare terra.

12
Ott

Processione Caridad del Cobre all’Avana

09
Ott

Ancora tu?


Di nuovo qui. Computer acceso, sigarette, totale disordine nella mia stanza, una trentina di libri sulla mia destra, un Kindle, un ombrello macchiato, uno scampolo di stoffa mal piegato, uno scatolone, due materassi in verticale, una lastra di cartongesso, un cavalletto, un pacco di carta igienica, una bici rotta, buste, un fornello, una scala, ma alla fine, qui,davanti a me, l’importante: lo spazio per questa tastiera, le mie dita, la voglia di scrivere.  In realtà, seppur con un’incostanza terrificante, ci sono sempre stato. Intendo dire nei pressi di questo blog, dalle parti di un diario di un viaggio che non è più un viaggio. Nell’ultimo anno ho scritto qualcosa ma, tirando le somme, gli ultimi post scritti con un impegno serio ed una cadenza regolare risalgono a quando? A un anno e mezzo, due anni fa? Ok. In questo tempo non sono stato in un sottoscala a piangere rivoltandomi in un lago di vomito ma ho tirato avanti.

Sono passati e naufragati un paio di progetti per riprenderlo in mano questo blog, sono passati due libri che ho scritto (uno in via di pubblicazione, l’altro, una nuova raccolta di racconti su Cuba, quasi terminato), amicizie, tempo, Lilin, Bolano, De Carlo, Hosseini, Montalban, Murakami, Palahniuk, De Lillo, altri, strade, persone, la cronica mancanza di soldi, di tempo, di forze, Il Messico, L’Ecuador, presentazioni in Italia, Fidel, la tv, la radio, fiacche lezioni d’italiano, un ciclone, errori, l’adolescenza di mia figlia, quella mia senza fine, donne casuali, vere, presunte, mancate, poi Flabia, mia moglie oggi, a modificare gli orizzonti, orizzonti come nuvole di panna che si deformano dandoti il senso del nulla e dell’eternità insieme, paure, gioie, potresti essere suo padre, potrebbe essere tua figlia, Francesco Totti che mi lascia solo, e poi, dal niente, l’arrivo dei cinquant’anni. Ecco, cinquant’anni. Come uno schiaffone dato bene. Incassato male. Ancora mi gira la testa. Ci rido sopra. Alla fine è più la recita che la sostanza. Mi vivono accanto. Come un coinquilino rumoroso ma divertente. Mi impongono ricordi, rimpianti, risate, fallimenti, soddisfazioni, in una carrellata sfocata che solo io so, che solo io sono. E Cuba. Ancora lei. L’avana per l’esattezza. Questo piatto agrodolce che non mi annoio di provare. Che quando penso di averlo capito sprigiona un sapore diverso che disfa la matassa. Più ci sto dentro e meno la conosco. La città, la gente. Mi sembra irragionevole ogni giorno di più l’ossessione per le categorie, per i paradigmi, l’istinto di rendere commestibile, di spiegare con parole proprie ciò che non è proprio. Si perde sempre, non una partita ma il gusto unico di un boccone. E’ forse per questo, per questa sottrazione costante di certezze, che ancora mi piace vivere qui. Scartando le definizioni che ti si costruiscono dentro, quelle degli altri, mi piace ancora vivere a cuore aperto questa intimità con l’ignoto. Cuba, L’Avana. Mi è venuta voglia di parlarne ancora. Perchè parlare di lei è parlare poco del fuori e molto del dentro. Itinerari interiori, tentativi, più che una geografia reale di persone e di cose. Ho fatto una lista di temi e in mezz’ora me ne sono venuti fuori 45. Considerando un tema a settimana ho un anno di cose da dire. Già perchè voglio impormi un metodo ed una disciplina. Parole arabe per me ma ho deciso di studiare l’arabo. E’ già deciso: ogni lunedì, cascasse il mondo, pubblicherò un pezzo sul blog. Poi so che il mondo cascherà spesso, che magari mi fermerò, che sarò fagocitato da altro, da altri. Ma per ora mi piace pensarlo così. Ogni lunedì, cascasse il mondo, io ci sarò. Fate un po’ voi.