Le relazioni pericolose


Uno degli aspetti che mi hanno più sorpreso, soprattutto nei primi tempi in cui frequentavo Cuba, riguarda il concetto di relazione che hanno sviluppato da queste parti. Più che sorpreso, direi lasciato basito, incapace di incasellare un materiale tanto eterogeneo, tanto non catalogabile, in un reticolato di categorie note, domestiche, inoffensive. Le relazioni.

Mettevi appena il naso in qualche famiglia e ne uscivi con le ossa rotte: il padre che aveva fatto due figli con la prima moglie, poi era scappato e si era messo con la sorella del cugino, aveva fatto tre figli e poi si era fatto mormone. Dopo due anni si era fidanzato con un mormone e ora si è fidanzato con suo padre. Donne con più relazioni parallele di Rocco Siffredi che recitavano la parte delle vittime; uomini scorticati dal desiderio coatto che si inchiappettavano qualunque animale a sangue caldo gli girasse la schiena. Compresi i cani (purtroppo è tratto da una storia vera). Mi sembrava incredibile. I primi tempi vinceva il mio censore interiore. Vinceva in me quella bella cultura cattolica che imponeva di fare esattamente le stesse cose ma di nascosto, laddove l’unico imperativo era quello di salvare la faccia. Rispettabilità prima di tutto: un bel sorriso per il mondo e poi i panni sporchi si lavano in famiglia. Invece Cuba mi sembrava una specie di mattatoio a cielo aperto. Aveva qualcosa di mostruoso e splendido allo stesso tempo. Una presa diretta con l’inferno, quello di ognuno di noi, quello che, illuminato dal sole, perdeva, se non altro, la vischiosità malaticcia degli spazi chiusi. Alcuni elementi mi facevano riflettere. Non era una sorta di libertinismo evoluto. Non c’era il gentleman agreement in stile anglosassone e socialmente condiviso nel quale il tradimento e la gelosia erano considerati retaggi di un’epoca lontana, come la coda o il sesto dito. No, qui c’era la quotidiana mattanza ma poi le persone soffrivano come animali squartati per un paio di corna. Finivano il coniuge a cazzotti o a machetate, se erano donne piangevano per un mese. Rese dei conti in piazza. Anatemi allucinanti. Malocchi. Stregonerie. Bilioni spesi per far seccare le palle a questo o a quello. Gente sfigurata dalle malelingue. Vendette. Era irrazionale al massimo grado. Era mostruoso e magnifico. Entrare in relazione non aveva nessuna protezione. Nessuna garanzia. Eccetto patine leggerissime, pellicole neanche troppo autentiche, scimmiottamenti di società-altre in tutti i sensi. Entravi in relazione e immediatamente andavi ad abitare in quella nicchia indefinibile proprio sotto la tua pelle. Le correnti incontrollabili dei desideri. Ció che non è ragionevole, ciò che non conviene, dove la guerra è guerra e il resto chiacchiere. Istituti come il matrimonio venivano decapitati davanti ai miei occhi ed esposti in piazza come fosse la stagione del terrore. Io, sempre io, con il mio bel catechismo annidato dentro come la sifilide, mi misuravo con quelli che si sposavano per aver diritto alla cassa di aranciata che offriva lo stato. La vendevano e poi si divorziavano. Così, il matrimonio. La verginità offerta come un apericena. Ce n’era bisogno. Ne avevo bisogno. Non per imitarli. Non per far mio integralmente un modello. Ma per far soffrire un po’ il mio, quello che avevo dentro senza neanche saperlo. Troppa ansia del momento giusto, troppa retorica della donna giusta, troppa merda del grande dono della verginità, troppa sacralità delle relazioni, del matrimonio, avevano bisogno di un contrappunto violento. Avevano bisogno del troione della porta accanto che la dava via per riflesso condizionato come un cane di Pavlov, avevano bisogno degli intrecci machiavellici di un barrio soltanto, quelli che sfidano la matematica, che tendono all’infinito. Quella con quello ma poi anche col fratello, il cugino, il nipote, con i charangueros di Regla, con il nonno, con il santero, con sua madre, con il corpo docente della facoltà d’ingegneria, con quello frocio che poi è mezzo frocio e ha sei figli, con il turista che gli ha rifatto le tette, con quello di Etecsa che gli paga le bollette, con il vicino del vicino ma che il cognato, vergine santisima, non lo deve sapere e nessuno ha mai capito perchè. Ecco, questo. Prima di venire a vivere a Cuba avevo una specie di avversione per le telenovelas. Mi sembravano così improbabili e stupide da farmi disprezzare un intero continente. Ma è mai possibile, mi dicevo, che la gente si beva quella roba? Intrecci inverosimili, lagne latinoamericane. Oggi so che le telenovelas non sono altro che cronaca. Cronaca allo stato puro. Senza neanche troppa fantasia. Se vuoi sapere qualcosa delle relazioni in America latina non comprare mezzo libro, piuttosto noleggiati qualche gigabyte di novelas. Mi ringrazierai.

Insomma, a Cuba mi è sembrato di scoperchiare quel mondo sommerso su cui, dall’altra parte del mondo abbiamo costruito cattedrali. Apollineo e dionisiaco. E dietro a tutto la paura. La paura dell’ignoto e dell’ingovernabile. Una delle più grandi dorsali su cui si è costruita la storia del nostro occidente. Paura. Le foglie messe in fretta e furia sul sesso delle statue, la condanna eterna delle adultere, le pire su cui sono state bruciate le donne libere, i silenzi sotto i quali veniva nascosta la vita, in poche parole.

Hape, la festa più cool dell’Avana. Intervista a Simone Buosi.


Quando si parla della vita notturna di Cuba si pensa soltanto a locali di salsa, di merengue, di rumba o, al massimo, a discoteche martoriate dal reggaeton. Invece l’offerta, soprattutto nella capitale, è molto più varia e non mancano sorprese in linea con le tendenze più aggiornate sui generi musicali internazionali. Una delle iniziative più alla moda e, in un certo senso “diversa da tutto” è Hape. Nata quasi per gioco tra un gruppo di stranieri che lavorano a Cuba, è diventato molto rapidamente l’evento clou per chi vuole conoscere tutti i sapori, anche quelli meno banali, delle notti habanere.

Hape é qualcosa che ti spiazza: nell’orario (inizia generalmente nel tardo pomeriggio e dura fino a tarda

notte); nei luoghi (la scelta della location è diventata col tempo una specie di fiore all’occhiello degli organizzatori: scenari atipici, suggestivi, storici, evocativi); nella scelta musicale (niente di scontato, musica elettronica ma sonorità che vanno a selezionare il meglio della tradizione locale e delle nuove tendenze internazionali); nella gente (all’Hape si trova una giusta miscela di persone cubane e straniere e tutte animate dalla sana voglia di divertirsi, ballare e ascoltare buona musica. In poche parole, se si cerca un luogo dove trovare le trite dinamiche di abbordaggio, dove trovare un certo tipo di stranieri e un certo tipo di cubani, Hape non è il posto giusto! Il respiro internazionale e lo straordinario equilibrio tra tradizione locale e ponti verso l’altro da sè è, a mio parere, il segreto di Hape.

Ho intervistato Simone Buosi, uno degli ideatori storici di Hape in visita all’Avana per qualche giorno.

Ciao Simone, mi spieghi cos’è l’Hape?
Hape è nato da un collettivo di 5 persone che si trovavano a Cuba in un periodo di grandi cambiamenti, nel 2015. L’idea si è concretizzata nel 2016 in tempi di grande trasformazione per Cuba, di rivoluzione sulla Rivoluzione, tempi d’apertura. Quindi c’è stato un po’ il desiderio di riscoprire il passato, le radici cubane, e quelle latinoamericane fondendole con la musica elettronica, con la ricerca musicale, animati dal principio fondante dell’incontro.
L’idea originaria è stata concentrata sulla ricerca musicale oppure era già in progetto l’idea di creare delle serate, degli eventi?
L’incontro è sempre stato un concetto fondamentale, l’incontro tra stili e correnti musicali, tra generi, insieme all’incontro reale di persone, di culture, di origini, è stato sempre il nostro punto forte. Il nostro è uno spazio dove s’incontrano non soltanto diversi stili musicali ma anche diverse persone. Tutto questo nella cornice di luoghi architettonicamente e storicamente interessanti, coreografici, sorprendenti. 
La storia poi si è sviluppata: ce ne racconti i passaggi fondamentali? 
Le prime volte si è trattato di una festa, una bella feste di amici che poi, nelle versioni successive

è diventata un vero e proprio evento dove varie persone si interfacciavano culturalmente e musicalmente mettendo in scena le proprie creazioni. Poi dall’evento è diventato un collettivo: tutte le persone che gravitavano intorno ad Hape hanno visto l’importanza dell’iniziativa e ci siamo dati una struttura, seppur informale, di collettivo che ci ha permesso di andare al di là dei semplici eventi che organizziamo una volta al mese all’Avana e in altre città. Adesso Hape è un laboratorio di incontro di artisti dove si può lavorare e creare. Laboratori creativi, così li chiamiamo. Da Cuba i fondatori hanno cominciato anche a viaggiare, alcuni a cambiare sede di lavoro, come me, quindi c’è stata una diaspora ed oggi Hape è una realtà il Italia, in Belgio, in Francia, e in Chad, un paese dell’Africa centrale dove siamo riusciti a creare dei collegamenti con artisti locali e l’idea è anche quella di cercare di portarli un po’ in giro per il mondo. Non è che l’Hape abbia abbandonato L’Avana, anzi, questa città resta uno dei punti nevralgici del nostro progetto insieme a Venezia, Bruxelles e N’djamena. Questa è anche la sua forza perché è diventato un network internazionale di artisti
Un passo indietro: chi sono le persone che stanno dietro Hape
Michele arriva all’Avana come ultimo e voglio cominciare da lui. Si trova di fronte ad una situazione di cambiamento avanzato, un anno dopo l’apertura di conversazioni con gli Stati Uniti, un anno dopo l’apertura al turismo americano. Lui lavora per l’Unesco, si occupa di cultura, capisce subito le potenzialità del progetto e si unisce al collettivo con voglia e capacità. Poi c’è Clemence che lavorava in Havana Club nell’area-cultura nella promozione del marchio Cuba all’estero, e nella promozione della cultura cubana qui. Poi c’è Benjamin, diplomatico. Infine Giuseppe, un imprenditore indipendente che arriva a Cuba un po’ più tardi degli altri. Poi ci sono io, che ho lavorato alle Nazioni Unite qui all’Avana, che stavo osservando da vicino, sul campo, i cambiamenti strutturali che stavano avvenendo in questo paese. Questo gruppo è stato il nucleo dinamico dell’intero progetto. Abbiamo iniziato ad ascoltare della musica, siamo andati soprattutto nella zona orientale del paese, a Santiago, ad ascoltare artisti emergenti, abbiamo potuto soppesare le potenzialità, abbiamo iniziato a creare rapporti, a tessere relazioni, a proporre degli scambi. Da una specie di autogestione ha cominciato ad assumere una dimensione più grande. Ci sono degli artisti inizialmente invitati a collaborare che sono diventati parte integrante del collettivo. Per esempio dj Jigue che è un dj cubano, aperto alla musica elettronica ma non vedendola in contrapposizione alla musica nazionale ma semmai come un diverso mezzo espressivo per valorizzare la musica nazionale. Proprio con dj Jigue abbiamo messo in atto quello che vorremmo fosse uno degli aspetti caratterizzanti di Hape: negli scorsi mesi ha partecipato ad un evento internazionale in Polonia e poi, attraverso Hape, ha

potuto fare due performance musicali in Europa.

Il genere che caratterizza Hape è esclusivamente la musica elettronica?
No, non soltanto, anche perché la musica elettronica è un concetto molto vasto dove elettronico è tutto quello che fai attraverso una macchina, un computer, quindi sono molti i generi che possono passare. L’idea non è soppiantare la storia ma rinnovarla. Una “Bacalao con pan” di Irakere ci sta benissimo come un Caparica di Populous che è un dj italiano che è vissuto a Lisbona e che è stato contaminato dalle sonorità di quei luoghi. 
So che tu hai solide competenze musicali, sei dj. Anche gli altri ragazzi del collettivo sviluppano con Hape una passione specifica per la musica? 
La forza del collettivo è che raggruppa persone con background molto diversi così come quello di chi partecipa ai nostri eventi. C’è chi ha un background più musicale; Michele ha una preparazione più improntata alla gestione di progetti culturali in senso lato e al diritto; Giuseppe ha spiccata esperienza ed intelligenza imprenditoriale; Clemence ha esperienza legata all’organizzazione e alla gestione di eventi, quindi tutti hanno portato competenze diverse. Oggi il gruppo si è molto allargato e ci sono più di 20 persone che lavorano ad Hape attivamente, quasi tutti come secondo lavoro, chiaramente: abbiamo persone a Bruxelles, Venezia, N’Djamena, e presto apriremo Hape in un paio di città nuove. 20 persone sono quelle più attive, per non parlare di tutte quelle persone che contribuiscono a vario titolo all’organizzazione di Hape. 
Quali sono i vostri piani? In altre parole, non è più una festa tra amici e quindi la domanda è: dove va ad approdare Hape? 
Il primo impegno che abbiamo preso con noi stessi è quello di creare un’associazione per darci una

struttura concreta legale no profit, per poter far diventare sostenibile il progetto a lungo termine e poter favorire l’interscambio di artisti. L’idea è quella: creare ponti tra differenti culture e differenti stati attraverso la musica. Qualcosa in questo senso l’abbiamo già fatta: a Cuba, ma anche in Chad, dove un dj del collettivo di Bruxelles è stato chiamato e insieme abbiamo organizzato un workshop di una settimana con degli artisti locali cercando di spiegare tecniche base di djing. Questo con 10 ragazzi che non solo hanno imparato qualcosa ma che ci hanno insegnato tanto, in termini di musicalità, ritmi. Questo è stato possibile grazie ad una partnership con l’istituto francese di cultura nel Chad. Questo solo un esempio dell’espansione: siamo in fase di dialogo con molte realtà e presto nasceranno progetti concreti.

Quali sono gli eventi programmati per i prossimi mesi? 

Beh, all’Avana ogni mese l’appuntamento con Hape è immancabile. Poi ci saranno quattro eventi a Venezia, , a Bruxelles avremo altre date. Vi teniamo informati sulle nostre reti sociali, Facebook, Instagram e Mixcloud. 
Quali sono i prossimi appuntamenti da non perdere? 
Sicuramente il 31 dicembre all’Avana in una location molto interessante

che non rivelo… Comunque bisogna tenere le orecchie aperte perché sarà una sorpresa. In Europa voglio dare l’anticipazione di un Hape al carnevale di Venezia. A fine febbraio ci sarà un evento molto interessante a N’Djamena con moltissimi artisti locali. Poi ci sono un sacco di sorprese che usciranno nel corso dell’anno. Lo spirito sarà sempre quello di creare ponti tra culture in un’epoca in cui questi ponti sono necessari per capirsi.

LE FOTOGRAFIE SONO GENTILE CONCESSIONE
DI EMANUELE MOZZETTI

Che Guevara, la solitudine dell’eroe

Si chiude ottobre e in un certo senso si chiude un intero mese dedicato alla figura del Che a cinquant’anni dalla sua morte. Per questo, alla periferia dei clamori e degli slogan incrociati dei simpatizzanti e dei detrattori, mi piace parlarne a bassa voce, così, anche solo per salutarlo. Diciamo intanto che io mi posiziono nella schiera dei simpatizzanti e, boh, mi verrebbe da dire, nella schiera di quelli che gli vogliono bene.
Sì, perchè con il Che, a differenza della maggior parte dei personaggi illustri del 900, quello che ti lega è una specie di filo sentimentale, una specie di catena invisibile che connette la gente buona. Mi accorgo di usare termini quasi infantili (voler bene, gente buona) ma il fatto che siano passati di moda non vuol dire per me che non abbiano senso. Una delle chiavi di lettura (non l’unica ovviamente) della storia può essere quella di dividere gli umani, soprattutto quelli che contano, tra quelli che stanno per il bene e quelli che stanno per il male. Questa specie di manicheismo a volte semplifica troppo ma a volte orienta. Credo che il Che stesse per il bene. Credo sia stato un uomo che voleva migliorare le condizioni di tutti, dare dignità, sorrisi. E credo volesse farlo davvero, in modo autentico, con il cuore. Credo che in questa battaglia, nata forse come il sogno spropositato di un ragazzo, come una guasconata, ci abbia preso gusto, sia cresciuta una vocazione profonda, sia diventata la sua pelle. Quella pelle che poi gli altri, visto il pericolo che rappresentava, gli hanno fatto. Non mi interessa molto analizzare il Che, sminuzzarlo, il politico, il guerrigliero, il pensatore, le scelte giuste, gli errori. C’è già chi lo fa molto bene. Trovo maggior gusto nel riflettere semplicemente sulla malinconia dell’eroe che gli si leggeva negli occhi. Nelle foto. Nelle parole. Quel senso di fine e quella enorme solitudine. Quella responsabilità verso il mondo che gli si andava costruendo addosso in modo incontrollabile. Il Che, non più il dottor Ernesto Guevara de la Serna, assillato dall’asma e dalle donne, ma un simbolo, un’icona, quella carne, ossa e sogni dove andavano a catalizzare ed esplodere le speranze di un pianeta intero devastato dall’ingiustizia. Ho sempre trovato di grande ispirazione il suo profilo intimo, direi, quei sorrisi mai felici per intero, quel senso di fine malinconica che attraversava ogni riga dei suoi diari in Bolivia. Mi sembra ci fosse un uomo che – mai dimenticarlo: è  fatto di battiti e paure, di malinconie e di ricordi, come tutti – era irreparabilmente diventato ostaggio di se stesso, della sua bellezza, dei suoi sogni immensi, della sua imprevedibile ascesa nell’immaginario collettivo. La solitudine dell’eroe. Questo sarebbe il titolo di qualcosa su di lui, per me. Quella condanna a vivere in una terra di mezzo disabitata in cui non sei più un semplice uomo ma sei pur sempre un uomo. Dove non puoi condividere con nessuno questa vertigine, dove sei costretto a morire da eroe, appunto, perchè la morte arriva presto per uno così, e lui lo sapeva. Una canzone di Guccini recita: “gli eroi son tutti giovani e belli” e a me questa frase ha sempre fatto pensare al Che. Espropriato della sua semplice vita di uomo e diventato una speranza di tutti. Con un sorriso triste.

La cubania


Per certi versi vivere a Cuba è un continuo intreccio di due mondi, in alcuni momenti di scontro, di negazione, in altri di incontro, di identificazione. In ogni modo è un elemento costante nelle giornate di uno straniero, che lo si voglia o no: c’è sempre uno spigolo della tua visione del mondo che se la vede con un altro del mondo che ti ospita e se non si combinano in qualche modo, allora fanno scintille. Molti anni fa, Loredana, un’amica italiana con decenni di navigazione nell’universo cubano cercò di trasmettermi un concetto che allora non colsi. “la cubania è forte”, questo mi diceva.

Io non capivo. Liquidavo dentro di me questa affermazione dicendomi che ad un italiano non puoi parlare di cultura forte. L’italianità è forte. L’italianità è una portaerei che naviga su tutti i mari e li trasforma. Non la cubania. E invece con gli anni penso di aver capito le ragioni di Loredana. La cubania è forte. Ma in che senso lo è? Intanto perché il cubano ha un’identità chiara e un senso di appartenenza che altri popoli non hanno. Il cubano è, prima di ogni altra cosa, cubano. E non è poco. Questo aspetto non lo mette mai in discussione. Non ha nessuna proiezione verso l’esterno. Vuole viaggiare ma non vuole cambiare. È curioso, certo, ma non vorrebbe mai essere altro da quello che è. Può criticare, lamentarsi del suo paese, ma poi la via cubana alle cose è quella che preferisce, è quella che pratica. Non è alla ricerca di suggerimenti. Quando parlo di identità chiara mi riferisco al fatto che una rete di valori e di abitudini sono patrimonio universalmente condiviso e indiscusso. Il modo cubano di divertirsi, di intendere il divertimento, di intendere i codici non scritti (il rispetto, l’amicizia, le relazioni), la famiglia, il lavoro, la religiosità, gli altri, la propria terra, sono un serbatoio nel quale nessuno ha mai messo le mani. Si potrebbe dire intatto, sacro. Ed è in questa rete così diversa da tutto, così uguale solo a se stessa, che si articolano le giornate dei cubani. Di tutti i cubani. Una rete leggera, forse, agile, ma chiara, e, neanche a dirlo, una delle prime leggi della pubblicità recita che la semplicità e la chiarezza del messaggio sono uno degli elementi principali per una campagna di successo. E l’immagine cubana oggi vince sempre. Basta un video di un minuto girato all’Avana ed è tutto chiaro, ed è tutto caldo, quel mondo, il suo strano equilibrio, quell’identità. Se penso all’Italia penso a maggiore frammentazione, a complessità, a infiniti strati, ad una corrente strana, discontinua, appesantita, dove perdi rapidamente la voglia di cercare direttrici costanti, dorsali condivise, il nostro personalissimo odore. L’italiano ritrova se stesso forse ancora davanti ad una partita di calcio (del suo club, sia chiaro, non della nazionale), davanti ad un piatto di spaghetti, nel proprio dialetto (non nella lingua), e poi? E poi è un individuo solo al mondo, isolato, debole. L’italiano è iconoclasta per natura e in quel serbatoio di cui si parlava ha affondato le mani e ha fatto a pezzi ogni cosa, ha tagliato teste, ha profanato tombe. Così si può dire che la cubania è forte, non migliore, forte, e l’italianità debole. Aveva ragione Loredana. La cubania ti fagocita nella sua corrente che non ha bisogno di niente, nè di te nè di nessuno. Non vuole essere cambiata e non vuole cambiare. Questo elemento, tanto sottovalutato da un’infame e stupida (e non a caso fallita) politica di embargo e così tanto ben compreso dal genio politico di Fidel, è la vera forza di questo paese. Non conosco posto nel mondo dove avrebbe senso una canzone come quella di Habana d’primera “Me dicen Cuba”, dove un gruppo musicale di prima grandezza fa una dedica appassionata proprio a quella cubania che tutti unisce e su cui tutti poggiano i piedi terminando con una rivisitazione struggente dell’inno nazionale alla tromba. Non conosco una canzone del genere (voglio dire, da noi ci ha provato Mino Reitano con “Italia, Italia” e la gente ancora ride) che unisca in un unico sentimento tutti i cubani, dal primo all’ultimo, da quelli che qui ci vivono a quelli che sono andati via, da quelli a favore a quelli contro. Ascoltatela se vi capita, o guardate il video, meglio ancora, così capite cosa voglio dire. Alla prossima.

I Colossi di Maisel Lopez

I colossi sono volti di bambini cubani che costellano le strade di Buenavista a Playa. L’artista che li realizza è il giovane Maisel Lopez. Sono vere e proprie apparizioni nelle strade della città.

Lo straniero

C’è poco da fare: è un concetto, uno steccato, un muro contro il quale un immigrato – perchè questo sono a Cuba – sbatte la testa in continuazione. L’essere straniero. Se non lo vivi sulla tua pelle non lo capisci. Oppure vai avanti ad ipotesi ed astrazioni. Se decidi di andare a vivere all’estero questo allegato te lo porti dentro come una malattia autoimmune. È una questione di abitudini diverse, di gusti diversi, di modi di decodificare gli altri e di essere decodificato, di modi di ridere, di modi di mangiare, di modi di amare.
Credo sia una distanza ineliminabile. Possono passare decenni ma esisterà sempre quella zona grigia e malinconica a segnare una prossimità ma mai un’identità. Molti stranieri scelgono la via della mutazione. La patetica via della mutazione. Acquisiscono modi e linguaggio del posto, tic, gusti, perfino religioni, fino a diventare caricature. Credono, in questo modo, di avvicinarsi a qualcosa, di essersi guadagnati il biglietto d’ingresso ad una festa da ballo. Invece per me restano ormeggiati in un’isola in mezzo all’oceano, come tutti. Perchè uno straniero resta sempre tra due mondi senza essere più né dell’uno né dell’altro. È una brutta sensazione: stai a Cuba, ti portano, fai conto, ad uno spettacolo di umoristi cubani (non andateci mai!) e ti cascano la palle, ti senti lontano come su una spiaggetta di Alfa Centauri. E poi, mesi dopo, stai a Roma, vai, che ne so, in un ristorante, e ti senti fuori posto, fuori ritmo, fuori mondo. Certo, la romanità, chi me la toglie, quell’impronta così forte che ho nei miei gusti, nelle mie parole, nella mia maniera di vedere gli altri. Però c’è un però. Una sfumatura forse. Qualcosa è cambiato. Qualcosa ti ha cambiato. Sei cubano? No. Sei italiano? Sì, certo, ma un italiano fuori ritmo, immediatamente invecchiato rispetto al suo ambiente, immediatamente passato, superato. Ovviamente l’essere stranieri ha il suo bello, se no si tratta di un confino. È bello conoscere altro. È bello affacciarsi sull’altro-da-sè e assaporare per un po’ altre direzioni della vita possibili. Toccare con mano un altro modo di coesistere, di vedere l’oggi, il domani. Imparare. Allargare lo spettro delle opzioni possibili o, se non altro, relativizzare le proprie, contestualizzarle. È ancora tutto quello che mi sorprende a Cuba. Il fatalismo allegro della gente, il rapporto sereno con il denaro quando c’è, quando non c’è, la disinvoltura nelle relazioni, l’approccio alla vita, alla morte. Ma poi sei sempre là. Se sei onesto con te stesso, sei sempre là, a un passo da tutto ma mai dentro. E questa posizione mi piace. Sia chiaro. Non c’è nessuna amarezza. Il mondo che mi porto dentro mi piace. L’essenza italiana, se queste parole indicano davvero qualcosa di concreto e esprimibile, mi piace da matti. Anzi, la riscopro giorno dopo giorno. La pulisco dalla polvere della quotidianità che ci rende ciechi ed antiitaliani. La pulisco da un’attualità avvilente, dai Salvini e dai D’Alema, dai Renzi e dai Di Maio, dai Casapound e dai Moccia. Siamo dei fuoriclasse della vita. Noi italiani. Abbiamo l’oro dentro. Abbiamo generato millenni di cultura. Abbiamo detto tutto quello che c’era da dire di alto, di degno. Un paese piccolo così che ha fatto praticamente tutto. Ha dato l’alfabeto della bellezza al mondo intero. Parole di uno straniero. In mezzo al mare. Con poche speranze di toccare terra.

Processione Caridad del Cobre all’Avana

Ancora tu?


Di nuovo qui. Computer acceso, sigarette, totale disordine nella mia stanza, una trentina di libri sulla mia destra, un Kindle, un ombrello macchiato, uno scampolo di stoffa mal piegato, uno scatolone, due materassi in verticale, una lastra di cartongesso, un cavalletto, un pacco di carta igienica, una bici rotta, buste, un fornello, una scala, ma alla fine, qui,davanti a me, l’importante: lo spazio per questa tastiera, le mie dita, la voglia di scrivere.  In realtà, seppur con un’incostanza terrificante, ci sono sempre stato. Intendo dire nei pressi di questo blog, dalle parti di un diario di un viaggio che non è più un viaggio. Nell’ultimo anno ho scritto qualcosa ma, tirando le somme, gli ultimi post scritti con un impegno serio ed una cadenza regolare risalgono a quando? A un anno e mezzo, due anni fa? Ok. In questo tempo non sono stato in un sottoscala a piangere rivoltandomi in un lago di vomito ma ho tirato avanti.

Sono passati e naufragati un paio di progetti per riprenderlo in mano questo blog, sono passati due libri che ho scritto (uno in via di pubblicazione, l’altro, una nuova raccolta di racconti su Cuba, quasi terminato), amicizie, tempo, Lilin, Bolano, De Carlo, Hosseini, Montalban, Murakami, Palahniuk, De Lillo, altri, strade, persone, la cronica mancanza di soldi, di tempo, di forze, Il Messico, L’Ecuador, presentazioni in Italia, Fidel, la tv, la radio, fiacche lezioni d’italiano, un ciclone, errori, l’adolescenza di mia figlia, quella mia senza fine, donne casuali, vere, presunte, mancate, poi Flabia, mia moglie oggi, a modificare gli orizzonti, orizzonti come nuvole di panna che si deformano dandoti il senso del nulla e dell’eternità insieme, paure, gioie, potresti essere suo padre, potrebbe essere tua figlia, Francesco Totti che mi lascia solo, e poi, dal niente, l’arrivo dei cinquant’anni. Ecco, cinquant’anni. Come uno schiaffone dato bene. Incassato male. Ancora mi gira la testa. Ci rido sopra. Alla fine è più la recita che la sostanza. Mi vivono accanto. Come un coinquilino rumoroso ma divertente. Mi impongono ricordi, rimpianti, risate, fallimenti, soddisfazioni, in una carrellata sfocata che solo io so, che solo io sono. E Cuba. Ancora lei. L’avana per l’esattezza. Questo piatto agrodolce che non mi annoio di provare. Che quando penso di averlo capito sprigiona un sapore diverso che disfa la matassa. Più ci sto dentro e meno la conosco. La città, la gente. Mi sembra irragionevole ogni giorno di più l’ossessione per le categorie, per i paradigmi, l’istinto di rendere commestibile, di spiegare con parole proprie ciò che non è proprio. Si perde sempre, non una partita ma il gusto unico di un boccone. E’ forse per questo, per questa sottrazione costante di certezze, che ancora mi piace vivere qui. Scartando le definizioni che ti si costruiscono dentro, quelle degli altri, mi piace ancora vivere a cuore aperto questa intimità con l’ignoto. Cuba, L’Avana. Mi è venuta voglia di parlarne ancora. Perchè parlare di lei è parlare poco del fuori e molto del dentro. Itinerari interiori, tentativi, più che una geografia reale di persone e di cose. Ho fatto una lista di temi e in mezz’ora me ne sono venuti fuori 45. Considerando un tema a settimana ho un anno di cose da dire. Già perchè voglio impormi un metodo ed una disciplina. Parole arabe per me ma ho deciso di studiare l’arabo. E’ già deciso: ogni lunedì, cascasse il mondo, pubblicherò un pezzo sul blog. Poi so che il mondo cascherà spesso, che magari mi fermerò, che sarò fagocitato da altro, da altri. Ma per ora mi piace pensarlo così. Ogni lunedì, cascasse il mondo, io ci sarò. Fate un po’ voi.