Le relazioni pericolose


Uno degli aspetti che mi hanno più sorpreso, soprattutto nei primi tempi in cui frequentavo Cuba, riguarda il concetto di relazione che hanno sviluppato da queste parti. Più che sorpreso, direi lasciato basito, incapace di incasellare un materiale tanto eterogeneo, tanto non catalogabile, in un reticolato di categorie note, domestiche, inoffensive. Le relazioni.

Mettevi appena il naso in qualche famiglia e ne uscivi con le ossa rotte: il padre che aveva fatto due figli con la prima moglie, poi era scappato e si era messo con la sorella del cugino, aveva fatto tre figli e poi si era fatto mormone. Dopo due anni si era fidanzato con un mormone e ora si è fidanzato con suo padre. Donne con più relazioni parallele di Rocco Siffredi che recitavano la parte delle vittime; uomini scorticati dal desiderio coatto che si inchiappettavano qualunque animale a sangue caldo gli girasse la schiena. Compresi i cani (purtroppo è tratto da una storia vera). Mi sembrava incredibile. I primi tempi vinceva il mio censore interiore. Vinceva in me quella bella cultura cattolica che imponeva di fare esattamente le stesse cose ma di nascosto, laddove l’unico imperativo era quello di salvare la faccia. Rispettabilità prima di tutto: un bel sorriso per il mondo e poi i panni sporchi si lavano in famiglia. Invece Cuba mi sembrava una specie di mattatoio a cielo aperto. Aveva qualcosa di mostruoso e splendido allo stesso tempo. Una presa diretta con l’inferno, quello di ognuno di noi, quello che, illuminato dal sole, perdeva, se non altro, la vischiosità malaticcia degli spazi chiusi. Alcuni elementi mi facevano riflettere. Non era una sorta di libertinismo evoluto. Non c’era il gentleman agreement in stile anglosassone e socialmente condiviso nel quale il tradimento e la gelosia erano considerati retaggi di un’epoca lontana, come la coda o il sesto dito. No, qui c’era la quotidiana mattanza ma poi le persone soffrivano come animali squartati per un paio di corna. Finivano il coniuge a cazzotti o a machetate, se erano donne piangevano per un mese. Rese dei conti in piazza. Anatemi allucinanti. Malocchi. Stregonerie. Bilioni spesi per far seccare le palle a questo o a quello. Gente sfigurata dalle malelingue. Vendette. Era irrazionale al massimo grado. Era mostruoso e magnifico. Entrare in relazione non aveva nessuna protezione. Nessuna garanzia. Eccetto patine leggerissime, pellicole neanche troppo autentiche, scimmiottamenti di società-altre in tutti i sensi. Entravi in relazione e immediatamente andavi ad abitare in quella nicchia indefinibile proprio sotto la tua pelle. Le correnti incontrollabili dei desideri. Ció che non è ragionevole, ciò che non conviene, dove la guerra è guerra e il resto chiacchiere. Istituti come il matrimonio venivano decapitati davanti ai miei occhi ed esposti in piazza come fosse la stagione del terrore. Io, sempre io, con il mio bel catechismo annidato dentro come la sifilide, mi misuravo con quelli che si sposavano per aver diritto alla cassa di aranciata che offriva lo stato. La vendevano e poi si divorziavano. Così, il matrimonio. La verginità offerta come un apericena. Ce n’era bisogno. Ne avevo bisogno. Non per imitarli. Non per far mio integralmente un modello. Ma per far soffrire un po’ il mio, quello che avevo dentro senza neanche saperlo. Troppa ansia del momento giusto, troppa retorica della donna giusta, troppa merda del grande dono della verginità, troppa sacralità delle relazioni, del matrimonio, avevano bisogno di un contrappunto violento. Avevano bisogno del troione della porta accanto che la dava via per riflesso condizionato come un cane di Pavlov, avevano bisogno degli intrecci machiavellici di un barrio soltanto, quelli che sfidano la matematica, che tendono all’infinito. Quella con quello ma poi anche col fratello, il cugino, il nipote, con i charangueros di Regla, con il nonno, con il santero, con sua madre, con il corpo docente della facoltà d’ingegneria, con quello frocio che poi è mezzo frocio e ha sei figli, con il turista che gli ha rifatto le tette, con quello di Etecsa che gli paga le bollette, con il vicino del vicino ma che il cognato, vergine santisima, non lo deve sapere e nessuno ha mai capito perchè. Ecco, questo. Prima di venire a vivere a Cuba avevo una specie di avversione per le telenovelas. Mi sembravano così improbabili e stupide da farmi disprezzare un intero continente. Ma è mai possibile, mi dicevo, che la gente si beva quella roba? Intrecci inverosimili, lagne latinoamericane. Oggi so che le telenovelas non sono altro che cronaca. Cronaca allo stato puro. Senza neanche troppa fantasia. Se vuoi sapere qualcosa delle relazioni in America latina non comprare mezzo libro, piuttosto noleggiati qualche gigabyte di novelas. Mi ringrazierai.

Insomma, a Cuba mi è sembrato di scoperchiare quel mondo sommerso su cui, dall’altra parte del mondo abbiamo costruito cattedrali. Apollineo e dionisiaco. E dietro a tutto la paura. La paura dell’ignoto e dell’ingovernabile. Una delle più grandi dorsali su cui si è costruita la storia del nostro occidente. Paura. Le foglie messe in fretta e furia sul sesso delle statue, la condanna eterna delle adultere, le pire su cui sono state bruciate le donne libere, i silenzi sotto i quali veniva nascosta la vita, in poche parole.

La marcha de las antorchas

Ogni 27 Gennaio da 65 anni si svolge una fiaccolata che rende omaggio all’eroe nazionale cubano Jose Marti’. Partendo dalla scalinata dell’Universita’ dell’Avana migliaia di cubani marciano fino alla Fragua Martiana, luogo dove Marti’ fu detenuto. 
foto ©Emanuele Mozzetti

 
 

Che Guevara, la solitudine dell’eroe

Si chiude ottobre e in un certo senso si chiude un intero mese dedicato alla figura del Che a cinquant’anni dalla sua morte. Per questo, alla periferia dei clamori e degli slogan incrociati dei simpatizzanti e dei detrattori, mi piace parlarne a bassa voce, così, anche solo per salutarlo. Diciamo intanto che io mi posiziono nella schiera dei simpatizzanti e, boh, mi verrebbe da dire, nella schiera di quelli che gli vogliono bene.
Sì, perchè con il Che, a differenza della maggior parte dei personaggi illustri del 900, quello che ti lega è una specie di filo sentimentale, una specie di catena invisibile che connette la gente buona. Mi accorgo di usare termini quasi infantili (voler bene, gente buona) ma il fatto che siano passati di moda non vuol dire per me che non abbiano senso. Una delle chiavi di lettura (non l’unica ovviamente) della storia può essere quella di dividere gli umani, soprattutto quelli che contano, tra quelli che stanno per il bene e quelli che stanno per il male. Questa specie di manicheismo a volte semplifica troppo ma a volte orienta. Credo che il Che stesse per il bene. Credo sia stato un uomo che voleva migliorare le condizioni di tutti, dare dignità, sorrisi. E credo volesse farlo davvero, in modo autentico, con il cuore. Credo che in questa battaglia, nata forse come il sogno spropositato di un ragazzo, come una guasconata, ci abbia preso gusto, sia cresciuta una vocazione profonda, sia diventata la sua pelle. Quella pelle che poi gli altri, visto il pericolo che rappresentava, gli hanno fatto. Non mi interessa molto analizzare il Che, sminuzzarlo, il politico, il guerrigliero, il pensatore, le scelte giuste, gli errori. C’è già chi lo fa molto bene. Trovo maggior gusto nel riflettere semplicemente sulla malinconia dell’eroe che gli si leggeva negli occhi. Nelle foto. Nelle parole. Quel senso di fine e quella enorme solitudine. Quella responsabilità verso il mondo che gli si andava costruendo addosso in modo incontrollabile. Il Che, non più il dottor Ernesto Guevara de la Serna, assillato dall’asma e dalle donne, ma un simbolo, un’icona, quella carne, ossa e sogni dove andavano a catalizzare ed esplodere le speranze di un pianeta intero devastato dall’ingiustizia. Ho sempre trovato di grande ispirazione il suo profilo intimo, direi, quei sorrisi mai felici per intero, quel senso di fine malinconica che attraversava ogni riga dei suoi diari in Bolivia. Mi sembra ci fosse un uomo che – mai dimenticarlo: è  fatto di battiti e paure, di malinconie e di ricordi, come tutti – era irreparabilmente diventato ostaggio di se stesso, della sua bellezza, dei suoi sogni immensi, della sua imprevedibile ascesa nell’immaginario collettivo. La solitudine dell’eroe. Questo sarebbe il titolo di qualcosa su di lui, per me. Quella condanna a vivere in una terra di mezzo disabitata in cui non sei più un semplice uomo ma sei pur sempre un uomo. Dove non puoi condividere con nessuno questa vertigine, dove sei costretto a morire da eroe, appunto, perchè la morte arriva presto per uno così, e lui lo sapeva. Una canzone di Guccini recita: “gli eroi son tutti giovani e belli” e a me questa frase ha sempre fatto pensare al Che. Espropriato della sua semplice vita di uomo e diventato una speranza di tutti. Con un sorriso triste.

La cubania


Per certi versi vivere a Cuba è un continuo intreccio di due mondi, in alcuni momenti di scontro, di negazione, in altri di incontro, di identificazione. In ogni modo è un elemento costante nelle giornate di uno straniero, che lo si voglia o no: c’è sempre uno spigolo della tua visione del mondo che se la vede con un altro del mondo che ti ospita e se non si combinano in qualche modo, allora fanno scintille. Molti anni fa, Loredana, un’amica italiana con decenni di navigazione nell’universo cubano cercò di trasmettermi un concetto che allora non colsi. “la cubania è forte”, questo mi diceva.

Io non capivo. Liquidavo dentro di me questa affermazione dicendomi che ad un italiano non puoi parlare di cultura forte. L’italianità è forte. L’italianità è una portaerei che naviga su tutti i mari e li trasforma. Non la cubania. E invece con gli anni penso di aver capito le ragioni di Loredana. La cubania è forte. Ma in che senso lo è? Intanto perché il cubano ha un’identità chiara e un senso di appartenenza che altri popoli non hanno. Il cubano è, prima di ogni altra cosa, cubano. E non è poco. Questo aspetto non lo mette mai in discussione. Non ha nessuna proiezione verso l’esterno. Vuole viaggiare ma non vuole cambiare. È curioso, certo, ma non vorrebbe mai essere altro da quello che è. Può criticare, lamentarsi del suo paese, ma poi la via cubana alle cose è quella che preferisce, è quella che pratica. Non è alla ricerca di suggerimenti. Quando parlo di identità chiara mi riferisco al fatto che una rete di valori e di abitudini sono patrimonio universalmente condiviso e indiscusso. Il modo cubano di divertirsi, di intendere il divertimento, di intendere i codici non scritti (il rispetto, l’amicizia, le relazioni), la famiglia, il lavoro, la religiosità, gli altri, la propria terra, sono un serbatoio nel quale nessuno ha mai messo le mani. Si potrebbe dire intatto, sacro. Ed è in questa rete così diversa da tutto, così uguale solo a se stessa, che si articolano le giornate dei cubani. Di tutti i cubani. Una rete leggera, forse, agile, ma chiara, e, neanche a dirlo, una delle prime leggi della pubblicità recita che la semplicità e la chiarezza del messaggio sono uno degli elementi principali per una campagna di successo. E l’immagine cubana oggi vince sempre. Basta un video di un minuto girato all’Avana ed è tutto chiaro, ed è tutto caldo, quel mondo, il suo strano equilibrio, quell’identità. Se penso all’Italia penso a maggiore frammentazione, a complessità, a infiniti strati, ad una corrente strana, discontinua, appesantita, dove perdi rapidamente la voglia di cercare direttrici costanti, dorsali condivise, il nostro personalissimo odore. L’italiano ritrova se stesso forse ancora davanti ad una partita di calcio (del suo club, sia chiaro, non della nazionale), davanti ad un piatto di spaghetti, nel proprio dialetto (non nella lingua), e poi? E poi è un individuo solo al mondo, isolato, debole. L’italiano è iconoclasta per natura e in quel serbatoio di cui si parlava ha affondato le mani e ha fatto a pezzi ogni cosa, ha tagliato teste, ha profanato tombe. Così si può dire che la cubania è forte, non migliore, forte, e l’italianità debole. Aveva ragione Loredana. La cubania ti fagocita nella sua corrente che non ha bisogno di niente, nè di te nè di nessuno. Non vuole essere cambiata e non vuole cambiare. Questo elemento, tanto sottovalutato da un’infame e stupida (e non a caso fallita) politica di embargo e così tanto ben compreso dal genio politico di Fidel, è la vera forza di questo paese. Non conosco posto nel mondo dove avrebbe senso una canzone come quella di Habana d’primera “Me dicen Cuba”, dove un gruppo musicale di prima grandezza fa una dedica appassionata proprio a quella cubania che tutti unisce e su cui tutti poggiano i piedi terminando con una rivisitazione struggente dell’inno nazionale alla tromba. Non conosco una canzone del genere (voglio dire, da noi ci ha provato Mino Reitano con “Italia, Italia” e la gente ancora ride) che unisca in un unico sentimento tutti i cubani, dal primo all’ultimo, da quelli che qui ci vivono a quelli che sono andati via, da quelli a favore a quelli contro. Ascoltatela se vi capita, o guardate il video, meglio ancora, così capite cosa voglio dire. Alla prossima.

I Colossi di Maisel Lopez

I colossi sono volti di bambini cubani che costellano le strade di Buenavista a Playa. L’artista che li realizza è il giovane Maisel Lopez. Sono vere e proprie apparizioni nelle strade della città.

Lo straniero

C’è poco da fare: è un concetto, uno steccato, un muro contro il quale un immigrato – perchè questo sono a Cuba – sbatte la testa in continuazione. L’essere straniero. Se non lo vivi sulla tua pelle non lo capisci. Oppure vai avanti ad ipotesi ed astrazioni. Se decidi di andare a vivere all’estero questo allegato te lo porti dentro come una malattia autoimmune. È una questione di abitudini diverse, di gusti diversi, di modi di decodificare gli altri e di essere decodificato, di modi di ridere, di modi di mangiare, di modi di amare.
Credo sia una distanza ineliminabile. Possono passare decenni ma esisterà sempre quella zona grigia e malinconica a segnare una prossimità ma mai un’identità. Molti stranieri scelgono la via della mutazione. La patetica via della mutazione. Acquisiscono modi e linguaggio del posto, tic, gusti, perfino religioni, fino a diventare caricature. Credono, in questo modo, di avvicinarsi a qualcosa, di essersi guadagnati il biglietto d’ingresso ad una festa da ballo. Invece per me restano ormeggiati in un’isola in mezzo all’oceano, come tutti. Perchè uno straniero resta sempre tra due mondi senza essere più né dell’uno né dell’altro. È una brutta sensazione: stai a Cuba, ti portano, fai conto, ad uno spettacolo di umoristi cubani (non andateci mai!) e ti cascano la palle, ti senti lontano come su una spiaggetta di Alfa Centauri. E poi, mesi dopo, stai a Roma, vai, che ne so, in un ristorante, e ti senti fuori posto, fuori ritmo, fuori mondo. Certo, la romanità, chi me la toglie, quell’impronta così forte che ho nei miei gusti, nelle mie parole, nella mia maniera di vedere gli altri. Però c’è un però. Una sfumatura forse. Qualcosa è cambiato. Qualcosa ti ha cambiato. Sei cubano? No. Sei italiano? Sì, certo, ma un italiano fuori ritmo, immediatamente invecchiato rispetto al suo ambiente, immediatamente passato, superato. Ovviamente l’essere stranieri ha il suo bello, se no si tratta di un confino. È bello conoscere altro. È bello affacciarsi sull’altro-da-sè e assaporare per un po’ altre direzioni della vita possibili. Toccare con mano un altro modo di coesistere, di vedere l’oggi, il domani. Imparare. Allargare lo spettro delle opzioni possibili o, se non altro, relativizzare le proprie, contestualizzarle. È ancora tutto quello che mi sorprende a Cuba. Il fatalismo allegro della gente, il rapporto sereno con il denaro quando c’è, quando non c’è, la disinvoltura nelle relazioni, l’approccio alla vita, alla morte. Ma poi sei sempre là. Se sei onesto con te stesso, sei sempre là, a un passo da tutto ma mai dentro. E questa posizione mi piace. Sia chiaro. Non c’è nessuna amarezza. Il mondo che mi porto dentro mi piace. L’essenza italiana, se queste parole indicano davvero qualcosa di concreto e esprimibile, mi piace da matti. Anzi, la riscopro giorno dopo giorno. La pulisco dalla polvere della quotidianità che ci rende ciechi ed antiitaliani. La pulisco da un’attualità avvilente, dai Salvini e dai D’Alema, dai Renzi e dai Di Maio, dai Casapound e dai Moccia. Siamo dei fuoriclasse della vita. Noi italiani. Abbiamo l’oro dentro. Abbiamo generato millenni di cultura. Abbiamo detto tutto quello che c’era da dire di alto, di degno. Un paese piccolo così che ha fatto praticamente tutto. Ha dato l’alfabeto della bellezza al mondo intero. Parole di uno straniero. In mezzo al mare. Con poche speranze di toccare terra.