Lucciole all’Avana

 testo   Alessandro Zarlatti
 foto  ©Emanuele Mozzetti

C’è un fenomeno strettamente cubano che mi ipnotizza come il fuoco del camino. Mi blocco lì e lo osservo come un uomo che non ha niente da fare (capita spesso), come un guardone.
Mi piace notare le variazioni di luce, gli acuti, le risate grasse, le lacrime, il concerto di lucine, centinaia, che me lo fa sembrare un campo di lucciole d’estate.

Parlo dei parchi wifi disseminati per l’isola intera e che hanno ormai sviluppato vita propria, una storia, stratificazioni, leggende. Spieghiamo: per parchi wifi si intendono dei luoghi (spesso parchi ma anche lungomare, pezzi di strade principali, piazze) in cui lo stato ha aperto il segnale wifi per l’accesso ad internet.

È un segnale fruibile per un raggio di un centinaio di metri e quindi, per forza di cose, obbliga gli internauti a stare gomito a gomito nelle loro navigazioni. L’idea dei parchi wifi è nata qualche anno fa per rispondere con rapidità ad una richiesta crescente di connessione da parte del popolo cubano. Sono così spuntati come funghi e ogni volta, soprattutto la sera, hanno cambiato il panorama dei quartieri. Mi piacciono. Mi sono sempre piaciuti. Surreali, lunari forse, questi assembramenti di persone vicine ma lontanissime. Ognuno nel suo percorso: esplorazioni professionali, cazzeggio, videochiacchiere, telefonate strazianti, che camminano su binari paralleli e non s’incrociano. Cuba, però, come al solito, è un po’ diversa dagli altri.

Chiaro, è già allarmante quella deriva alienata di persone istupidite davanti a un cellulare che passano nella realtà senza viverla. Panorama a noi già fin troppo familiare. Esseri umani sempre altrove. Sempre nel proprio mondo protetto e ammortizzato. Mai allo scoperto, mai fuori. Ma questa variante, il parco, è qualcosa che spariglia l’alienazione tout court. Trasforma un atto privato, direi intimo, in un elemento tra i tanti che formano il tessuto impossibile, unico, assurdo, della quotidianità cubana.

Convivono, si sovrappongono, si alternano siparietti familiari fatti di dozzine di persone incollate davanti ad un solo telefono a gridare fesserie, nonne obese, nipoti rompipalle, adulti ottusi, donnette, in una rappresentazione che dura troppo per non diventare fiacca, stancante, ripetitiva fino allo strazio.

Un’infinità di “Allora come vanno le cose?” – “e come devono andare? Come un minuto fa” – “Tutto a posto, quindi?” – “Sì, tutto a posto…”, e via così. Ad un centimetro una ventenne che si porta avanti col lavoro con la sua conquista, che so, danese: imbarazzi linguistici, comunicazioni basiche, silenzi terrificanti, secche paralizzanti al limite del naufragio.

Ad un altro centimetro un trentenne che comunica con la serietà di un killer. Più avanti una vecchia devastata dal suo analfabetismo digitale che trasmette al nipote di Miami una diretta di mezz’ora della basetta del vicino di posto. E tutto senza imbarazzo.

Senza il minimo pudore. Trasferendo nei parchi wifi quell’assenza di vergogna che viene da lontano. Dalla calle, dai pasillos, dalle porte lasciate aperte come porti di mare. Se oggi vuoi conoscere Cuba e i cubani forse ha un senso fare un giro in un parco wifi. Se hai occhi per vedere, un cubano lo vedi. Ma bisogna sbrigarsi.

Ho paura che i parchi wifi termineranno presto. Lo stato sta installando la adsl nelle case.

Entro qualche mese tutti potranno scegliere questa opzione e allora… e allora i parchi wifi andranno tramontando. Poi daranno la linea dati sul cellulare e il gioco sarà fatto. Si vedranno dozzine di monadi alla fermata dell’autobus con la testa, il corpo, tutto, immersi nel proprio smartphone ed il silenzio terrificante della ragione. Oggi mi piace spiarli in questa comunicazione che non è mai abbastanza. L’illusione della connessione globale che si scontra poi con l’assenza di cose importanti da dire. Tutti se ne accorgono. Tutti se ne stanno accorgendo. Alla fine gli uomini non hanno bisogno vitale di comunicare sempre. È un bisogno indotto. È una cazzata. Hanno bisogno di comunicazioni che valgano. Come certe lettere di un tempo.

Senza voler fare del trito passatismo. Ma certe lettere, il pensare e ripensare, ma anche certe telefonate difficili, sognate, conquistate, avevano la profondità che oggi inseguiamo invano con milioni di parole. Miliardi di byte sprecati in dirette imbarazzanti, in miliardi di “Allora tutto a posto?” – “Sì, tutto a posto, te l’ho detto…” – “Insomma, tutto bene…” – “Sì, tutto bene” – “Molte bene…”. Boh. Resta comunque il valore estetico di certi luoghi, di certe riunioni di umani al tramonto a causa delle strane traiettorie della storia. A Cuba, adesso, nel mondo. In questo momento.

La marcha de las antorchas

Ogni 27 Gennaio da 65 anni si svolge una fiaccolata che rende omaggio all’eroe nazionale cubano Jose Marti’. Partendo dalla scalinata dell’Universita’ dell’Avana migliaia di cubani marciano fino alla Fragua Martiana, luogo dove Marti’ fu detenuto. 
foto ©Emanuele Mozzetti

 
 

Todo cambia


Il bello all’Avana cambia. Da tempo si girava intorno a questo progetto  e non si trovava mai una forma convincente. Un paio d’anni fa ci siamo andati molto vicino. Insieme ad una mezza dozzina di amici abbiamo pensato alla maniera di farlo diventare il fratello maggiore di quello che era. Riunioni, idee, discussioni infuocate. Poi non se ne è fatto niente per un pelo.

Però ha continuato ad essere quell’incostante barometro del tempo che fa all’Avana. Incostante. Personale. Un continuo punto di vista. E in questi anni è andato macinando consensi. O no, mi correggo: consensi non lo so. Lettori. Quelli sì. Forse la curiosità o forse il gusto, neanche me lo domando. Ma certi post hanno sfiorato i 4000 lettori, altri, quelli meno fortunati e forse meno riusciti, sempre alcune centinaia. Un trend (come dicono quelli che si prendono sul serio) in continua crescita, soprattutto in questi ultimi tempi che sto dando una certa cadenza ai miei pezzi.  Doveva cambiare, crescere, evolversi. L’immediatezza e, forse, la sfrontatezza della sua fondazione cominciavano a stare stretti, a limitare gli spazi di crescita di questo spazio. Sentivo ogni giorno di più che era un blog che doveva uscire dalla totale identificazione con lo scrivente e reggersi su più gambe per correre. Ma non tutte le gambe sono uguali. Mi piaceva che continuasse a collocarsi di traverso rispetto a tutto quello che c’era già, in una posizione competente e consapevole. Competente nel senso di cercare contributi di persone che conoscessero davvero L’Avana. Che ci vivessero da anni e che avessero sfrondato, quindi, le prime impressioni e fossero andati oltre. È pieno di narratori della domenica e questo blog sapeva benissimo che non si sarebbe mai accodato, in nessun momento della sua vita, a questa fila di pane scadente fatto di immagini stereotipate, di luoghi comuni, di abbagli. E poi consapevole. Già perché era necessario che chiunque fosse inserito nell’organico avesse cose da dire e sapesse dirle. Il numero dei papabili, perciò, si riduceva parecchio. Rimando a un mio articolo recente riguardo gli “Italiani a Cuba” per capire come la penso, e comunque, di artisti qui ne ho visti passare ben pochi. Insomma, non è stato facile. E poi doveva essere italiano. Se l’aspirazione era quella di costruire un punto di riferimento per gli italiani che amano questa città, allora continuo a considerare indispensabile che sia scritto e pensato da italiani. Solo noi conosciamo le nostre corde, le nostre virtù e le nostre vergogne. Come madri pietose che diventano suocere sappiamo solo noi quello che vogliono i nostri figli, come si cucina la melanzana alla parmigiana e come si stirano le loro camicie. Perciò è arrivato Emanuele. Emanuele Mozzetti per l’esattezza. Prima di tutto un amico con cui condivido chiacchiere, birre, passioni (la seconda è la Roma) e amori. Quello per Cuba prima di tutto. Per la Cuba meno banale, più vera, più ricca, più sorprendente. E poi un artista. Un artista davvero. Che etichetto in questo modo non per amicizia. In questo senso non regalo niente a nessuno perché sarebbe un regalo stupido. Un artista della fotografia che mi ha emozionato sin dal primo momento in cui ho visto i suoi lavori. Poi ho fatto il freddo perché non si montasse la testa… Uno di quelli che ti fanno cambiare gli occhi su un oggetto visto mille volte. Che ti ricostruiscono interi scenari e con cui è sempre bello confrontare le proprie allucinazioni.

Di immagini Cuba ne ha fin troppe. Fare buone foto a Cuba è un gioco da ragazzi. Ne discutiamo spesso. Nei miei archivi ho anch’io un paio di foto buone scattate qui ed è tutto dire. È un fondale continuamente montato, devi solo fare clic. Oddio, ho visto mostre imbarazzanti su questa città che sembravano il prodotto di un collettivo di bambini del circulo infantil. In ogni modo, a parte casi umani, questa facilità rende ancor più difficile il lavoro di un artista. Se non vuoi cadere nell’immagine del solito almendron che sfreccia, nella faccia della vecchia col sigaro o nelle evoluzioni dell’immancabile negro col ritmo nel sangue, devi saper scavare e conoscere quello che c’è sotto la pelle di questa città. Ed Emanuele ci riesce. Perché è un intellettuale e si posiziona sempre con la mente accesa di fronte alla realtà. La pensa e pensando la immagina. Guardando le sue foto mi viene alla mente, quasi in automatico, una delle frasi-tormentone della mia vita (usata da Fellini ma attribuita a Leopardi): niente si sa, tutto s’immagina.
Con Emanuele non abbiamo nessun accordo o piano di lavoro. Siamo cercatori sufficientemente solitari e anarchici (diciamolo a bassa voce) per imbrigliarci in qualche modo. È stato sufficiente dire: una cosa a settimana, ce la fai? Penso di sì. Ci accordiamo sul tema? Boh, anche no. A volte sì, ma a volte. Con una linea comune? No, direi di no. Magari su un certo argomento la vediamo in modo totalmente differente e, bene così. Sticazzi. Cerchiamo di dare chiavi di lettura diverse di questa città. Ce la facciamo? Credo di sì, a volte di più, altre di meno.
Ok, insomma, tutta questa menata per dire che il bello all’Avana cresce. Io manterrò il mio impegno settimanale scrivendo ed Emanuele lo farà pubblicando le sue visioni.  Abbiamo un’idea di dove vogliamo arrivare ma questo si capirà piano piano, non c’è fretta.
Non mi resta che dire quello che funziona in certi casi: buon proseguimento, amici.

Hape, la festa più cool dell’Avana. Intervista a Simone Buosi.


Quando si parla della vita notturna di Cuba si pensa soltanto a locali di salsa, di merengue, di rumba o, al massimo, a discoteche martoriate dal reggaeton. Invece l’offerta, soprattutto nella capitale, è molto più varia e non mancano sorprese in linea con le tendenze più aggiornate sui generi musicali internazionali. Una delle iniziative più alla moda e, in un certo senso “diversa da tutto” è Hape. Nata quasi per gioco tra un gruppo di stranieri che lavorano a Cuba, è diventato molto rapidamente l’evento clou per chi vuole conoscere tutti i sapori, anche quelli meno banali, delle notti habanere.

Hape é qualcosa che ti spiazza: nell’orario (inizia generalmente nel tardo pomeriggio e dura fino a tarda

notte); nei luoghi (la scelta della location è diventata col tempo una specie di fiore all’occhiello degli organizzatori: scenari atipici, suggestivi, storici, evocativi); nella scelta musicale (niente di scontato, musica elettronica ma sonorità che vanno a selezionare il meglio della tradizione locale e delle nuove tendenze internazionali); nella gente (all’Hape si trova una giusta miscela di persone cubane e straniere e tutte animate dalla sana voglia di divertirsi, ballare e ascoltare buona musica. In poche parole, se si cerca un luogo dove trovare le trite dinamiche di abbordaggio, dove trovare un certo tipo di stranieri e un certo tipo di cubani, Hape non è il posto giusto! Il respiro internazionale e lo straordinario equilibrio tra tradizione locale e ponti verso l’altro da sè è, a mio parere, il segreto di Hape.

Ho intervistato Simone Buosi, uno degli ideatori storici di Hape in visita all’Avana per qualche giorno.

Ciao Simone, mi spieghi cos’è l’Hape?
Hape è nato da un collettivo di 5 persone che si trovavano a Cuba in un periodo di grandi cambiamenti, nel 2015. L’idea si è concretizzata nel 2016 in tempi di grande trasformazione per Cuba, di rivoluzione sulla Rivoluzione, tempi d’apertura. Quindi c’è stato un po’ il desiderio di riscoprire il passato, le radici cubane, e quelle latinoamericane fondendole con la musica elettronica, con la ricerca musicale, animati dal principio fondante dell’incontro.
L’idea originaria è stata concentrata sulla ricerca musicale oppure era già in progetto l’idea di creare delle serate, degli eventi?
L’incontro è sempre stato un concetto fondamentale, l’incontro tra stili e correnti musicali, tra generi, insieme all’incontro reale di persone, di culture, di origini, è stato sempre il nostro punto forte. Il nostro è uno spazio dove s’incontrano non soltanto diversi stili musicali ma anche diverse persone. Tutto questo nella cornice di luoghi architettonicamente e storicamente interessanti, coreografici, sorprendenti. 
La storia poi si è sviluppata: ce ne racconti i passaggi fondamentali? 
Le prime volte si è trattato di una festa, una bella feste di amici che poi, nelle versioni successive

è diventata un vero e proprio evento dove varie persone si interfacciavano culturalmente e musicalmente mettendo in scena le proprie creazioni. Poi dall’evento è diventato un collettivo: tutte le persone che gravitavano intorno ad Hape hanno visto l’importanza dell’iniziativa e ci siamo dati una struttura, seppur informale, di collettivo che ci ha permesso di andare al di là dei semplici eventi che organizziamo una volta al mese all’Avana e in altre città. Adesso Hape è un laboratorio di incontro di artisti dove si può lavorare e creare. Laboratori creativi, così li chiamiamo. Da Cuba i fondatori hanno cominciato anche a viaggiare, alcuni a cambiare sede di lavoro, come me, quindi c’è stata una diaspora ed oggi Hape è una realtà il Italia, in Belgio, in Francia, e in Chad, un paese dell’Africa centrale dove siamo riusciti a creare dei collegamenti con artisti locali e l’idea è anche quella di cercare di portarli un po’ in giro per il mondo. Non è che l’Hape abbia abbandonato L’Avana, anzi, questa città resta uno dei punti nevralgici del nostro progetto insieme a Venezia, Bruxelles e N’djamena. Questa è anche la sua forza perché è diventato un network internazionale di artisti
Un passo indietro: chi sono le persone che stanno dietro Hape
Michele arriva all’Avana come ultimo e voglio cominciare da lui. Si trova di fronte ad una situazione di cambiamento avanzato, un anno dopo l’apertura di conversazioni con gli Stati Uniti, un anno dopo l’apertura al turismo americano. Lui lavora per l’Unesco, si occupa di cultura, capisce subito le potenzialità del progetto e si unisce al collettivo con voglia e capacità. Poi c’è Clemence che lavorava in Havana Club nell’area-cultura nella promozione del marchio Cuba all’estero, e nella promozione della cultura cubana qui. Poi c’è Benjamin, diplomatico. Infine Giuseppe, un imprenditore indipendente che arriva a Cuba un po’ più tardi degli altri. Poi ci sono io, che ho lavorato alle Nazioni Unite qui all’Avana, che stavo osservando da vicino, sul campo, i cambiamenti strutturali che stavano avvenendo in questo paese. Questo gruppo è stato il nucleo dinamico dell’intero progetto. Abbiamo iniziato ad ascoltare della musica, siamo andati soprattutto nella zona orientale del paese, a Santiago, ad ascoltare artisti emergenti, abbiamo potuto soppesare le potenzialità, abbiamo iniziato a creare rapporti, a tessere relazioni, a proporre degli scambi. Da una specie di autogestione ha cominciato ad assumere una dimensione più grande. Ci sono degli artisti inizialmente invitati a collaborare che sono diventati parte integrante del collettivo. Per esempio dj Jigue che è un dj cubano, aperto alla musica elettronica ma non vedendola in contrapposizione alla musica nazionale ma semmai come un diverso mezzo espressivo per valorizzare la musica nazionale. Proprio con dj Jigue abbiamo messo in atto quello che vorremmo fosse uno degli aspetti caratterizzanti di Hape: negli scorsi mesi ha partecipato ad un evento internazionale in Polonia e poi, attraverso Hape, ha

potuto fare due performance musicali in Europa.

Il genere che caratterizza Hape è esclusivamente la musica elettronica?
No, non soltanto, anche perché la musica elettronica è un concetto molto vasto dove elettronico è tutto quello che fai attraverso una macchina, un computer, quindi sono molti i generi che possono passare. L’idea non è soppiantare la storia ma rinnovarla. Una “Bacalao con pan” di Irakere ci sta benissimo come un Caparica di Populous che è un dj italiano che è vissuto a Lisbona e che è stato contaminato dalle sonorità di quei luoghi. 
So che tu hai solide competenze musicali, sei dj. Anche gli altri ragazzi del collettivo sviluppano con Hape una passione specifica per la musica? 
La forza del collettivo è che raggruppa persone con background molto diversi così come quello di chi partecipa ai nostri eventi. C’è chi ha un background più musicale; Michele ha una preparazione più improntata alla gestione di progetti culturali in senso lato e al diritto; Giuseppe ha spiccata esperienza ed intelligenza imprenditoriale; Clemence ha esperienza legata all’organizzazione e alla gestione di eventi, quindi tutti hanno portato competenze diverse. Oggi il gruppo si è molto allargato e ci sono più di 20 persone che lavorano ad Hape attivamente, quasi tutti come secondo lavoro, chiaramente: abbiamo persone a Bruxelles, Venezia, N’Djamena, e presto apriremo Hape in un paio di città nuove. 20 persone sono quelle più attive, per non parlare di tutte quelle persone che contribuiscono a vario titolo all’organizzazione di Hape. 
Quali sono i vostri piani? In altre parole, non è più una festa tra amici e quindi la domanda è: dove va ad approdare Hape? 
Il primo impegno che abbiamo preso con noi stessi è quello di creare un’associazione per darci una

struttura concreta legale no profit, per poter far diventare sostenibile il progetto a lungo termine e poter favorire l’interscambio di artisti. L’idea è quella: creare ponti tra differenti culture e differenti stati attraverso la musica. Qualcosa in questo senso l’abbiamo già fatta: a Cuba, ma anche in Chad, dove un dj del collettivo di Bruxelles è stato chiamato e insieme abbiamo organizzato un workshop di una settimana con degli artisti locali cercando di spiegare tecniche base di djing. Questo con 10 ragazzi che non solo hanno imparato qualcosa ma che ci hanno insegnato tanto, in termini di musicalità, ritmi. Questo è stato possibile grazie ad una partnership con l’istituto francese di cultura nel Chad. Questo solo un esempio dell’espansione: siamo in fase di dialogo con molte realtà e presto nasceranno progetti concreti.

Quali sono gli eventi programmati per i prossimi mesi? 

Beh, all’Avana ogni mese l’appuntamento con Hape è immancabile. Poi ci saranno quattro eventi a Venezia, , a Bruxelles avremo altre date. Vi teniamo informati sulle nostre reti sociali, Facebook, Instagram e Mixcloud. 
Quali sono i prossimi appuntamenti da non perdere? 
Sicuramente il 31 dicembre all’Avana in una location molto interessante

che non rivelo… Comunque bisogna tenere le orecchie aperte perché sarà una sorpresa. In Europa voglio dare l’anticipazione di un Hape al carnevale di Venezia. A fine febbraio ci sarà un evento molto interessante a N’Djamena con moltissimi artisti locali. Poi ci sono un sacco di sorprese che usciranno nel corso dell’anno. Lo spirito sarà sempre quello di creare ponti tra culture in un’epoca in cui questi ponti sono necessari per capirsi.

LE FOTOGRAFIE SONO GENTILE CONCESSIONE
DI EMANUELE MOZZETTI