Category: #Cuba

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Nov

Settimana della Cultura Italiana 2017 Il Programma

Di seguito il programma delle attività della Settimana della Cultura italiana che si terrà a L’Avana dal 27 novembre al 3 dicembre

20
Nov

Scherza coi santi


Molti stranieri sono attratti dalle pratiche religiose relative alla santeria cubana. È sempre meno raro vedere, che so, austeri banchieri svizzeri vestiti di bianco come gelatai romagnoli, pieni di bracciali colorati, mentre attraversano l’anno di iniziazione alla santeria; ex macellai di Cuneo alle prese con una complicatissima serie di divieti finalizzati alla salvezza del proprio culo: niente barbabietole prima dell’una; gelati sì, ma solo di soia e mai, dico mai, il pistacchio; noci in modica quantità, ma senza sgusciarle e da mettere in bocca con la mano sinistra; non indossare mai un poncho argentino che non ti sia stato regalato da una vergine.

Al centro di tutto questo c’è il Babalawo, in genere un ceffo dalla dubbia vocazione, che parla coi morti attraverso il lancio di una manciata di cozze, che si autoproclama guida spirituale. Tendo a non prendere sul serio niente di tutto ciò. Ho rispetto per la spiritualità autentica, la considero una dimensione nobile dell’essere umano, forse la più nobile, ma qui, in questa strana convergenza di paura, credulità, cialtroneria, paraculaggine, frode, e di nuovo paraculaggine, non trovo niente, neanche sforzandomi, da rispettare. Conosco talmente bene questa spazzatura venduta come religione (sono di Roma, ho studiato per anni in scuole pontificie, so chi sono i preti…) che riesco a riconoscerla al volo. Monoteismi, politeismi, sincretismi, animismi, fa lo stesso. È potere, politica, conta delle anime, quattrini. Piuttosto rimango sempre disarmato e sorpreso di fronte al bisogno di tutti, dai più istruiti ai più fragili, di qualcosa che non sia il tutto-qui, di questa terra svuotata da dio e dagli dei, forse da questi mai abitata, chimica, fisica e poco altro. Personalmente sarei per il ritorno ad un ateismo di stato ma pare non si possa tornare “indietro” e quindi andiamo “avanti” coi papi, gli stregoni, le vergini, Geova e Maometto. In ogni modo l’aspetto rilevante di tutto questo discorso è il profilo fortemente pratico della spiritualità cubana. Questo mi piace o, se non proprio mi piace, mi interessa. Quell’essere sovrannaturale che il cubano interpella è terribilmente vicino, prossimo, quasi un vicino di casa, comprensibile. Lo è nei modi, nei vizi, nelle debolezze. Veniamo da un dio inintelligibile, lontano, il rompicapo di se stesso, ingiusto e quasi indifendibile, tenuto in vita da raffiche di misteri-della-fede come fossero file mai derubricati per la ragion di stato, ed atterriamo a Cuba a visitare divinità mercantili, quelle che chiedono un sigaro buono, caramelle, una gallina, una cena, e allora ti fanno un favore. Una specie di borsa nera della grazia. C’è l’asfissiante aria stantia della compravendita, della necessità di non urtare umori, di non far incazzare un santo che ha l’aria di un bossetto del basso napoletano, quello che ti chiede privazioni e penitenze incomprensibili solo per rimarcare una volta in più un potere che coincide con un giramento di culo. Così, un’aria da quartieri spagnoli, da Magliana: ambienti maleodoranti e sacerdoti con la barba di due giorni, in canotta, intermediari di divinità che sono appena andate a mignotte, che hanno bevuto, che ti chiedono il pizzo. Il cubano si rivolge a questo o a quel santo come si rivolgerebbe a un padrino, per fare una giustizia da pianerottolo, per trovare un lavoro migliore, per avere il visto per l’Italia. Davanti agli sportelli dell’Ambasciata italiana a Cuba campeggia un cartello che recita: non sarà accettata la documentazione recante polveri o sostanze. Questo cartello ti apre un mondo. Ti fa immaginare tutta la filiera della polvere magica: il viaggiatore angosciato, il vicinato riunito, il babalawo paraculo, l’interrogazione del santo, i lanci nervosi di cozze e vongole su un tavolo, la sentenza del bossetto: infila una manciata di ossa tritate nella busta e dormi sereno. Avanti un altro, veloce, che c’ho da fa’. La cosa che davvero mi coinvolge riguarda gli animali. Non sono un animalista neanche decente, però ci penso. Dato che molto spesso una cerimonia finalizzata a leccare il culo a un santo prevede l’uccisione di una marea di animali, galline, capre, agnelli, io francamente penso che nel 2017 questo sia merda. Questo antropocentrismo medievale è davvero inaccettabile. Dovrebbe essere perseguito per legge e basta. È barbarie. Perchè il tuo viaggio in Italia dovrebbe essere ontologicamente più importante della vita di una capra? Che cazzo c’entra quella capra con le tue frustrazioni, con le tue sfighe, con le tue impotenze?

Chiudo qui. Resta comunque sempre negli occhi, come un’eclissi, l’eclissi della ragione, l’immagine malinconica di quel ferramenta belga, di quel panettiere di Malaga, di quell’idraulico di Potenza vestiti come barellieri del San Camillo che con una determinazione fragilissima, (fragilissima davvero, gli si legge negli occhi), così conciati mettono in freezer secoli di laicismo conquistato col sangue e, con un gesto soltanto, mettono la testa nelle chiappe.  Perchè la domanda cruciale sul senso della nostra vita, quella che ci rivolgiamo ogni giorno senza parole, può avere anche risposte stupide.
16
Nov
13
Nov

Calcio, futbòl…


Calcio a Cuba el Futbol
Dopo una breve deviazione al Baobab di Roma la settimana scorsa, torno con la testa e con il corpo (non mi sono mai mosso per la verità) a Cuba. Lascio quella splendida partita di calcio a San Lorenzo di qualche mese fa e mi affaccio su qualche campetto sgangherato dell’Avana. Il calcio. Sembra un fenomeno incontenibile. Da sempre mi domando quale sia il suo segreto. Perchè un pianeta intero lo giochi, perchè riesca a sradicare in un lampo abitudini profonde, tradizioni, per imporsi con tutta la sua semplicità, con tutta la sua forza.

La semplicità, senz’altro è un elemento. Per fare una partita basta un pallone di stracci e quattro persone disposte a corrergli dietro. Ma non è sufficiente. Allora sarebbero più semplici ancora le gare di corsa. I pugni. La lotta. Forse dipende dall’accessibilità. Per correre e vincere devi avere il fisico. Per fare a pugni fisico e coraggio. Per la lotta, idem. Il calcio è diverso. Il più grande calciatore di tutti i tempi, Maradona, era un nano tracagnotto, che si allenava poco. Però aveva piedi. Messi, il più forte giocatore attuale è piccolo, stortarello, eppure nasconde la palla a gente alta il doppio di lui, infinitamente più forte. Ma c’è anche Cristiano Ronaldo, l’opposto, alto, muscoloso. Il calcio è possibilità aperta a tutti. È arte pura. Non serve il fisico, serve maggiore o minore distanza dall’ispirazione. Tutta questa menata per dire che a Cuba il calcio ha soppiantato totalmente il baseball. Forse l’ho già detto precedentemente ma confermo un processo già quasi giunto a destinazione. Il cubano gioca a calcio, moltissimo. Così come gli italiani giocavano per strada fino a 30/40 anni fa. Io ogni tanto mi fermo a guardare qualche partita. Un italiano non guarda una partita per passare il tempo. Per un italiano il calcio è una cosa seria. La più seria. Vedo talenti, accenni di talenti, prospettive. Già qualche tempo fa ho vaticinato che nei prossimi 15 anni qui a Cuba uscirà fuori un giocatore bravo.  È inevitabile. Giocano molto, giocano per strada, chiudono il passaggio di vicoli, mettono due porte e giocano. Ma… Ma c’è un ma. Un italiano lo sa. Per diventare calciatore non basta il talento. I diamanti grezzi, senza un bravo tagliatore restano sassi. Il grande limite dell’intero movimento calcistico cubano sta proprio in un detto che i cubani usano quando parlano di se stessi. Dicono: “el cubano si no llega se pasa…”. Che vuol dire? Letteralmente: il cubano se non arriva ad una cosa la supera. In qualche modo il riconoscimento della propria immodestia genetica. Credo che l’immodestia sia nettamente migliore del suo opposto ma credo anche che sviluppare la capacità di mettersi in ascolto, di sospendersi momentaneamente sia un’altra utile facoltà. Un paio d’anni fa mi trovavo a riparare un televisore in Vedado. Mentre il tecnico stava smontando la scocca posteriore inizia a conversare con me. Italiano. Sì italiano. Io sono appassionato di Umberto Eco. Il migliore scrittore italiano, vero? La risposta era no ma non ascoltava. Poi la conversazione è scivolata sul calcio. Mi ha chiesto due o tre sciocchezze sul tifo e subito ha iniziato a spiegarmi il calcio. Spiegarmi. Mezz’ora di cazzate allucinanti. Presunte regole tattiche, presunte formule del successo, algoritmi della vittoria. Io ho retto un sorrisetto complice per venti minuti, poi, temendo la paresi, ho chiuso la comunicazione dicendo: “sì, per noi italiani il calcio è un’altra cosa…”. Non era curioso di sapere come funzionano le cose in un paese grande come un bilocale che ha vinto quattro campionati del mondo? Non era curioso di sapere, di imparare, che da quando abbiamo tre anni ci straziamo le giornate sulla migliore posizione in campo di Amenta, sui movimenti giusti di un centravanti di manovra come Musiello, sull’arte di chiamare il fuorigioco, di dirigere una difesa, di marcare uno veloce, sul 433, sulle virtù del 352, del 442, sull’arte del fallo tattico. Non era curioso di sapere che da quando avevo tre anni fino ad oggi avrò visto cinquemila partite, le avrò commentate, tutte, con esperti di alto livello, le avrò vivisezionate, smontate, rimontate. Non era curioso di sapere che noi italiani regoliamo la nostra vita sul calendario di serie a, che giochiamo a calcio da quando abbiamo tre anni e allenatori eccellenti (perchè gli italiani sono storicamente i migliori allenatori del mondo) ci spiegano come marcare, come fare i tagli se sei una punta, come fare l’elastico, come e quando alzare la testa, come perdere tempo, quando fare le sovrapposizioni, quando anticipare, quando aspettare. Non era curioso di sapere che abbiamo genitori (non i miei per fortuna) che da quando abbiamo tre anni ci gridano oscenità dalla rete dei campi di pozzolana, insultano gli arbitri, ci seguono a Montelanico, a Vicovaro, a Tor Tre Teste. Non era curioso di sapere che il calcio per noi è vita? Un tratto del nostro codice genetico, un filtro attraverso cui guardiamo il mondo? No, non era curioso. Lui sapeva tutto, e me lo spiegava… Ecco, no, Cuba ha messo in piedi una settore tecnico per gestire questo fenomeno che, usando un eufemismo, potremmo definire non all’altezza. Mi raccontano di vicende esilaranti. Di “intuizioni tattiche”, diciamo, creative. Riunioni di aggiornamento in cui vengono proposti testi che un italiano di terza categoria ha letto, riletto e superato dal 1970. Uno spettatore qualunque di uno stadio italiano potrebbe tenere qui classi magistrali sul calcio. Non è una battuta. L’anno passato mi sembra che il campionato lo abbia vinto a mani basse Santiago e solo perché era allenato da un italiano qualunque di cui non so il nome. Immagino abbia sistemato due o tre cose, messo giocatori nei giusti ruoli, obbligato a passare la palla e ha vinto lo scudetto. Ecco, non sapere non è una colpa. Io per esempio non ho mai capito il baseball. Se ne sentissi la necessità andrei da un cubano e mi metterei in ascolto. Muto in ascolto. Riguardo al calcio auguro a Cuba di fare lo stesso. Uscire dalla dittatura del “si no llego me paso”. Io chiamerei un team di una trentina di allenatori di prima e seconda categoria italiana e li metterei a lavorare qui. A fare scuola calcio. A insegnare il calcio ai bambini e agli adulti. In pochi anni il calcio cubano decollerebbe, ne sono sicuro.

Nel frattempo io ogni tanto mi dedico ad una delle cose più serie che so fare: mi attacco alle reti dei campetti di Playa, prendo nota di tutto, soffoco la voglia di gridare qualcosa al terzino che non torna mai, di elogiare il taglio di una punta. Io che mi vanto con gli amici di aver scoperto Ibrahimovich, Verratti, Arsavin, Quintero (in realtà è stato il mio fallimento, ero sicuro che sarebbe diventato più forte di Messi, l’hanno preso in Portogallo e poi è scomparso. Qualcuno ha notizie di Quintero?), prima o poi lo scoprirò anche qui il talento. Ne sono sicuro. È una cosa seria. Il calcio. La cosa più seria che c’è.