Category: #Cuba

08
Feb

Transporte #01 – Calle 31 verso Marianao

                                                                 ©Emanuele Mozzetti
05
Feb

La razza


di Alessandro Zarlatti
Questa settimana, preso dai preparativi del mio prossimo viaggio a Roma, sono stato un po’ in crisi d’ispirazione riguardo al blog. Avevo diversi temi in agenda ma nessuno che mi rapisse in modo decisivo. Poi, ieri, inaspettatamente, è arrivato un demente (i dementi arrivano sempre senza avvisare) e magicamente ho trovato il tema.

Il demente è ovviamente quel tizio, Traini mi pare che si chiami, il quale, assediato dagli immigrati (?) e giunto al limite della sopportazione, invece di tatuarsi un’altra croce celtica, magari questa volta su un testicolo per sublimare nel dolore la frustrazione, invece di andare al circolo (?) di Casapound ad esprimere lucidamente in mezzo al fior fiore degli esegeti di Ezra che “li immigrati abbasta, perché ir sangue italiano si è stancato, perché toglieno il lavoro a noi patriotti, perché strupreno le nostre donne (?), perché li negri puzzeno, che c’hai dù euri?”, ha pensato bene di aggredire dei poveri disgraziati. Purtroppo un intero pianeta è giunto al limite della sopportazione per gente come ‘sto scemo. Il problema è che non sappiamo dove mettercelo, dove sputarlo uno così. Problema che si moltiplica perché sono molti come lui, forse la maggioranza degli italiani tra prime linee e fiancheggiatori, e diventa un rebus di difficile soluzione. Come è noto il fascismo, così come il razzismo che ne è conseguenza pratica, è un disagio psicologico. Trattarlo come un’idea politica, come un ideale, è un errore che ormai in pochi fanno. Sarebbe come trattare la pedofilia come una preferenza sessuale. No, sono disturbi psichici. Il razzismo è una patologia anche parecchio banale. Lo psicologo meno ispirato potrebbe spiegare in cinque minuti che un atteggiamento di questo tipo verso la vita trova le sue radici nella prima infanzia, nelle donne che non ti filano, nelle persone che non ti ascoltano perché dici cose poco interessanti, in un senso di inferiorità devastante, in qualche trauma a questo livello, in quella cocente consapevolezza di essere, sotto sotto, niente. È un horror vacui da cui l’ometto che ne è vittima esce, si fa per dire, con un colpo di reni tutto interiore, autistico: si autoproclama superiore per ragioni poco verificabili, di sangue, di colore della pelle, di investitura divina, di terra dove è nato, e così, poveretto, sopravvive. Costruisce un’intera impalcatura di vita su queste fregnacce semplicemente perché, mancando quelle, lui non sarebbe niente. Viene da sé che con certa gente non ci può essere dibattito politico ma solo assistenza, carità. Sarebbe come chiacchierare di conquiste con Hannibal Lecter. No, prima ti curi e poi magari, se ne ho voglia, parliamo. Non parlo con te di sistemi migliori o peggiori per amministrare la cosa pubblica ma ti do soltanto qualche buon numero di specialisti che ti possano aiutare. Perché tu non stai qui per quello, non stai qui per trovare la soluzione alle sfide di una società complessa ma è come se con i tuoi atti pronunciassi con tono crescente un “Io esisto! Mi sentite? Esisto! Qualcuno mi caghi!”. E faresti di tutto per uscire da quell’anonimato nel quale sei infognato. Capriole, volteggi ai trapezi, sparatorie. Una sfida continua a questa autorità che giganteggia nella tua mente (la gente sana e normale) per fare almeno in modo che ti noti e che ti sgridi. In cinofilia si sa bene che dal padrone un cane preferisce un calcio all’indifferenza. Il calcio gli fa almeno sentire di esistere. Un cretino così raggiunge la pienezza della sua esistenza proprio in questo momento. Proprio oggi. Esiste. Mentre gli dedicano trasmissioni, articoli, analisi. Meglio esistere come un demente che non essere niente.

Sì, ma tutto questo cosa c’entra con Cuba? Niente, forse, oppure molto. Perché anche qui si vive un razzismo strisciante che la Rivoluzione non è riuscita a curare per intero. Ci ha provato in ogni modo e in gran parte è riuscita a saldare nella mente dei cubani un sentimento di uguaglianza che è incondizionatamente bello. Ma resta il razzismo come malattia in molti. Lo senti nelle frasi dette a mezza bocca, nelle occhiate, nel gesto che fanno i bianchi sfregandosi le dita sull’avambraccio per dire “negro”. Quello che si nutre esattamente con le stesse radici, nelle stesse falde in cui si abbevera il razzismo nostrano. La malattia. Un peccato d’ingenuità. La Rivoluzione credeva che bastassero la cultura, la ragione e l’educazione per distruggere quell’erba cattiva senza capire per intero quanto fosse un disturbo da curare, come una fobia o un complesso. E purtroppo è una malattia sempre latente. La tentazione di una scorciatoia poco faticosa. Quella che si rafforza proprio quando vacillano le sicurezze e l’autostima personali. Bisogna capirne il movimento, vederlo e rivederlo tante volte dentro di sé. Come, quando nasce. Dove arriva. È uno di quegli atteggiamenti umani brutti da qualunque angolazione li si osservi. Si pronuncia una frase razzista, un aggettivo soltanto, un’occhiata, ed è un colpo all’umanità intera. Un’ennesima pennellata nera, sbagliata, sull’opera d’arte che non riusciamo a mettere in piedi.
31
Gen

Le relazioni pericolose


Uno degli aspetti che mi hanno più sorpreso, soprattutto nei primi tempi in cui frequentavo Cuba, riguarda il concetto di relazione che hanno sviluppato da queste parti. Più che sorpreso, direi lasciato basito, incapace di incasellare un materiale tanto eterogeneo, tanto non catalogabile, in un reticolato di categorie note, domestiche, inoffensive. Le relazioni.

Mettevi appena il naso in qualche famiglia e ne uscivi con le ossa rotte: il padre che aveva fatto due figli con la prima moglie, poi era scappato e si era messo con la sorella del cugino, aveva fatto tre figli e poi si era fatto mormone. Dopo due anni si era fidanzato con un mormone e ora si è fidanzato con suo padre. Donne con più relazioni parallele di Rocco Siffredi che recitavano la parte delle vittime; uomini scorticati dal desiderio coatto che si inchiappettavano qualunque animale a sangue caldo gli girasse la schiena. Compresi i cani (purtroppo è tratto da una storia vera). Mi sembrava incredibile. I primi tempi vinceva il mio censore interiore. Vinceva in me quella bella cultura cattolica che imponeva di fare esattamente le stesse cose ma di nascosto, laddove l’unico imperativo era quello di salvare la faccia. Rispettabilità prima di tutto: un bel sorriso per il mondo e poi i panni sporchi si lavano in famiglia. Invece Cuba mi sembrava una specie di mattatoio a cielo aperto. Aveva qualcosa di mostruoso e splendido allo stesso tempo. Una presa diretta con l’inferno, quello di ognuno di noi, quello che, illuminato dal sole, perdeva, se non altro, la vischiosità malaticcia degli spazi chiusi. Alcuni elementi mi facevano riflettere. Non era una sorta di libertinismo evoluto. Non c’era il gentleman agreement in stile anglosassone e socialmente condiviso nel quale il tradimento e la gelosia erano considerati retaggi di un’epoca lontana, come la coda o il sesto dito. No, qui c’era la quotidiana mattanza ma poi le persone soffrivano come animali squartati per un paio di corna. Finivano il coniuge a cazzotti o a machetate, se erano donne piangevano per un mese. Rese dei conti in piazza. Anatemi allucinanti. Malocchi. Stregonerie. Bilioni spesi per far seccare le palle a questo o a quello. Gente sfigurata dalle malelingue. Vendette. Era irrazionale al massimo grado. Era mostruoso e magnifico. Entrare in relazione non aveva nessuna protezione. Nessuna garanzia. Eccetto patine leggerissime, pellicole neanche troppo autentiche, scimmiottamenti di società-altre in tutti i sensi. Entravi in relazione e immediatamente andavi ad abitare in quella nicchia indefinibile proprio sotto la tua pelle. Le correnti incontrollabili dei desideri. Ció che non è ragionevole, ciò che non conviene, dove la guerra è guerra e il resto chiacchiere. Istituti come il matrimonio venivano decapitati davanti ai miei occhi ed esposti in piazza come fosse la stagione del terrore. Io, sempre io, con il mio bel catechismo annidato dentro come la sifilide, mi misuravo con quelli che si sposavano per aver diritto alla cassa di aranciata che offriva lo stato. La vendevano e poi si divorziavano. Così, il matrimonio. La verginità offerta come un apericena. Ce n’era bisogno. Ne avevo bisogno. Non per imitarli. Non per far mio integralmente un modello. Ma per far soffrire un po’ il mio, quello che avevo dentro senza neanche saperlo. Troppa ansia del momento giusto, troppa retorica della donna giusta, troppa merda del grande dono della verginità, troppa sacralità delle relazioni, del matrimonio, avevano bisogno di un contrappunto violento. Avevano bisogno del troione della porta accanto che la dava via per riflesso condizionato come un cane di Pavlov, avevano bisogno degli intrecci machiavellici di un barrio soltanto, quelli che sfidano la matematica, che tendono all’infinito. Quella con quello ma poi anche col fratello, il cugino, il nipote, con i charangueros di Regla, con il nonno, con il santero, con sua madre, con il corpo docente della facoltà d’ingegneria, con quello frocio che poi è mezzo frocio e ha sei figli, con il turista che gli ha rifatto le tette, con quello di Etecsa che gli paga le bollette, con il vicino del vicino ma che il cognato, vergine santisima, non lo deve sapere e nessuno ha mai capito perchè. Ecco, questo. Prima di venire a vivere a Cuba avevo una specie di avversione per le telenovelas. Mi sembravano così improbabili e stupide da farmi disprezzare un intero continente. Ma è mai possibile, mi dicevo, che la gente si beva quella roba? Intrecci inverosimili, lagne latinoamericane. Oggi so che le telenovelas non sono altro che cronaca. Cronaca allo stato puro. Senza neanche troppa fantasia. Se vuoi sapere qualcosa delle relazioni in America latina non comprare mezzo libro, piuttosto noleggiati qualche gigabyte di novelas. Mi ringrazierai.

Insomma, a Cuba mi è sembrato di scoperchiare quel mondo sommerso su cui, dall’altra parte del mondo abbiamo costruito cattedrali. Apollineo e dionisiaco. E dietro a tutto la paura. La paura dell’ignoto e dell’ingovernabile. Una delle più grandi dorsali su cui si è costruita la storia del nostro occidente. Paura. Le foglie messe in fretta e furia sul sesso delle statue, la condanna eterna delle adultere, le pire su cui sono state bruciate le donne libere, i silenzi sotto i quali veniva nascosta la vita, in poche parole.
30
Gen

La marcha de las antorchas

Ogni 27 Gennaio da 65 anni si svolge una fiaccolata che rende omaggio all’eroe nazionale cubano Jose Marti’. Partendo dalla scalinata dell’Universita’ dell’Avana migliaia di cubani marciano fino alla Fragua Martiana, luogo dove Marti’ fu detenuto. 
foto ©Emanuele Mozzetti

 
 

22
Gen

Todo cambia


Il bello all’Avana cambia. Da tempo si girava intorno a questo progetto  e non si trovava mai una forma convincente. Un paio d’anni fa ci siamo andati molto vicino. Insieme ad una mezza dozzina di amici abbiamo pensato alla maniera di farlo diventare il fratello maggiore di quello che era. Riunioni, idee, discussioni infuocate. Poi non se ne è fatto niente per un pelo.

Però ha continuato ad essere quell’incostante barometro del tempo che fa all’Avana. Incostante. Personale. Un continuo punto di vista. E in questi anni è andato macinando consensi. O no, mi correggo: consensi non lo so. Lettori. Quelli sì. Forse la curiosità o forse il gusto, neanche me lo domando. Ma certi post hanno sfiorato i 4000 lettori, altri, quelli meno fortunati e forse meno riusciti, sempre alcune centinaia. Un trend (come dicono quelli che si prendono sul serio) in continua crescita, soprattutto in questi ultimi tempi che sto dando una certa cadenza ai miei pezzi.  Doveva cambiare, crescere, evolversi. L’immediatezza e, forse, la sfrontatezza della sua fondazione cominciavano a stare stretti, a limitare gli spazi di crescita di questo spazio. Sentivo ogni giorno di più che era un blog che doveva uscire dalla totale identificazione con lo scrivente e reggersi su più gambe per correre. Ma non tutte le gambe sono uguali. Mi piaceva che continuasse a collocarsi di traverso rispetto a tutto quello che c’era già, in una posizione competente e consapevole. Competente nel senso di cercare contributi di persone che conoscessero davvero L’Avana. Che ci vivessero da anni e che avessero sfrondato, quindi, le prime impressioni e fossero andati oltre. È pieno di narratori della domenica e questo blog sapeva benissimo che non si sarebbe mai accodato, in nessun momento della sua vita, a questa fila di pane scadente fatto di immagini stereotipate, di luoghi comuni, di abbagli. E poi consapevole. Già perché era necessario che chiunque fosse inserito nell’organico avesse cose da dire e sapesse dirle. Il numero dei papabili, perciò, si riduceva parecchio. Rimando a un mio articolo recente riguardo gli “Italiani a Cuba” per capire come la penso, e comunque, di artisti qui ne ho visti passare ben pochi. Insomma, non è stato facile. E poi doveva essere italiano. Se l’aspirazione era quella di costruire un punto di riferimento per gli italiani che amano questa città, allora continuo a considerare indispensabile che sia scritto e pensato da italiani. Solo noi conosciamo le nostre corde, le nostre virtù e le nostre vergogne. Come madri pietose che diventano suocere sappiamo solo noi quello che vogliono i nostri figli, come si cucina la melanzana alla parmigiana e come si stirano le loro camicie. Perciò è arrivato Emanuele. Emanuele Mozzetti per l’esattezza. Prima di tutto un amico con cui condivido chiacchiere, birre, passioni (la seconda è la Roma) e amori. Quello per Cuba prima di tutto. Per la Cuba meno banale, più vera, più ricca, più sorprendente. E poi un artista. Un artista davvero. Che etichetto in questo modo non per amicizia. In questo senso non regalo niente a nessuno perché sarebbe un regalo stupido. Un artista della fotografia che mi ha emozionato sin dal primo momento in cui ho visto i suoi lavori. Poi ho fatto il freddo perché non si montasse la testa… Uno di quelli che ti fanno cambiare gli occhi su un oggetto visto mille volte. Che ti ricostruiscono interi scenari e con cui è sempre bello confrontare le proprie allucinazioni.

Di immagini Cuba ne ha fin troppe. Fare buone foto a Cuba è un gioco da ragazzi. Ne discutiamo spesso. Nei miei archivi ho anch’io un paio di foto buone scattate qui ed è tutto dire. È un fondale continuamente montato, devi solo fare clic. Oddio, ho visto mostre imbarazzanti su questa città che sembravano il prodotto di un collettivo di bambini del circulo infantil. In ogni modo, a parte casi umani, questa facilità rende ancor più difficile il lavoro di un artista. Se non vuoi cadere nell’immagine del solito almendron che sfreccia, nella faccia della vecchia col sigaro o nelle evoluzioni dell’immancabile negro col ritmo nel sangue, devi saper scavare e conoscere quello che c’è sotto la pelle di questa città. Ed Emanuele ci riesce. Perché è un intellettuale e si posiziona sempre con la mente accesa di fronte alla realtà. La pensa e pensando la immagina. Guardando le sue foto mi viene alla mente, quasi in automatico, una delle frasi-tormentone della mia vita (usata da Fellini ma attribuita a Leopardi): niente si sa, tutto s’immagina.
Con Emanuele non abbiamo nessun accordo o piano di lavoro. Siamo cercatori sufficientemente solitari e anarchici (diciamolo a bassa voce) per imbrigliarci in qualche modo. È stato sufficiente dire: una cosa a settimana, ce la fai? Penso di sì. Ci accordiamo sul tema? Boh, anche no. A volte sì, ma a volte. Con una linea comune? No, direi di no. Magari su un certo argomento la vediamo in modo totalmente differente e, bene così. Sticazzi. Cerchiamo di dare chiavi di lettura diverse di questa città. Ce la facciamo? Credo di sì, a volte di più, altre di meno.
Ok, insomma, tutta questa menata per dire che il bello all’Avana cresce. Io manterrò il mio impegno settimanale scrivendo ed Emanuele lo farà pubblicando le sue visioni.  Abbiamo un’idea di dove vogliamo arrivare ma questo si capirà piano piano, non c’è fretta.
Non mi resta che dire quello che funziona in certi casi: buon proseguimento, amici.