Category: #Cuba

22
Apr

L’Avana itinerario turistico n.1

Mi piace l’idea di suggerire alcuni itinerari avaneri un po’ diversi dai luoghi consueti delle rotte turistiche. Non che non sia bello e, in un certo senso, necessario visitare il museo de la Revolucion o la Plaza de la Catedral, ma non serve certo un mio post per avere questo tipo di dritte. Anche la guida scritta da un bambino di due anni prevederebbe determinate mete.

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18
Mar

Aereo di ritorno

Scritto di Alessandro Zarlatti
Sono sull’aereo di ritorno. Sfiancato dalla sveglia e dal conto di energie che mi presenta lo spirito santo dopo due settimane così. Conto in rosso. Come sempre. Sono sul solito aereo della Blue Panorama e mi domando se abbia un senso su questo pianeta la Blue Panorama: personale sgarbato, facce che esprimono in coro lo stesso concetto: ti facciamo un favore, fosse per noi faremmo i becchini e comunque, crepa!

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15
Mar
20
Feb

Lucciole all’Avana

 testo   Alessandro Zarlatti
 foto  ©Emanuele Mozzetti

C’è un fenomeno strettamente cubano che mi ipnotizza come il fuoco del camino. Mi blocco lì e lo osservo come un uomo che non ha niente da fare (capita spesso), come un guardone.
Mi piace notare le variazioni di luce, gli acuti, le risate grasse, le lacrime, il concerto di lucine, centinaia, che me lo fa sembrare un campo di lucciole d’estate.

Parlo dei parchi wifi disseminati per l’isola intera e che hanno ormai sviluppato vita propria, una storia, stratificazioni, leggende. Spieghiamo: per parchi wifi si intendono dei luoghi (spesso parchi ma anche lungomare, pezzi di strade principali, piazze) in cui lo stato ha aperto il segnale wifi per l’accesso ad internet.

È un segnale fruibile per un raggio di un centinaio di metri e quindi, per forza di cose, obbliga gli internauti a stare gomito a gomito nelle loro navigazioni. L’idea dei parchi wifi è nata qualche anno fa per rispondere con rapidità ad una richiesta crescente di connessione da parte del popolo cubano. Sono così spuntati come funghi e ogni volta, soprattutto la sera, hanno cambiato il panorama dei quartieri. Mi piacciono. Mi sono sempre piaciuti. Surreali, lunari forse, questi assembramenti di persone vicine ma lontanissime. Ognuno nel suo percorso: esplorazioni professionali, cazzeggio, videochiacchiere, telefonate strazianti, che camminano su binari paralleli e non s’incrociano. Cuba, però, come al solito, è un po’ diversa dagli altri.

Chiaro, è già allarmante quella deriva alienata di persone istupidite davanti a un cellulare che passano nella realtà senza viverla. Panorama a noi già fin troppo familiare. Esseri umani sempre altrove. Sempre nel proprio mondo protetto e ammortizzato. Mai allo scoperto, mai fuori. Ma questa variante, il parco, è qualcosa che spariglia l’alienazione tout court. Trasforma un atto privato, direi intimo, in un elemento tra i tanti che formano il tessuto impossibile, unico, assurdo, della quotidianità cubana.

Convivono, si sovrappongono, si alternano siparietti familiari fatti di dozzine di persone incollate davanti ad un solo telefono a gridare fesserie, nonne obese, nipoti rompipalle, adulti ottusi, donnette, in una rappresentazione che dura troppo per non diventare fiacca, stancante, ripetitiva fino allo strazio.

Un’infinità di “Allora come vanno le cose?” – “e come devono andare? Come un minuto fa” – “Tutto a posto, quindi?” – “Sì, tutto a posto…”, e via così. Ad un centimetro una ventenne che si porta avanti col lavoro con la sua conquista, che so, danese: imbarazzi linguistici, comunicazioni basiche, silenzi terrificanti, secche paralizzanti al limite del naufragio.

Ad un altro centimetro un trentenne che comunica con la serietà di un killer. Più avanti una vecchia devastata dal suo analfabetismo digitale che trasmette al nipote di Miami una diretta di mezz’ora della basetta del vicino di posto. E tutto senza imbarazzo.

Senza il minimo pudore. Trasferendo nei parchi wifi quell’assenza di vergogna che viene da lontano. Dalla calle, dai pasillos, dalle porte lasciate aperte come porti di mare. Se oggi vuoi conoscere Cuba e i cubani forse ha un senso fare un giro in un parco wifi. Se hai occhi per vedere, un cubano lo vedi. Ma bisogna sbrigarsi.

Ho paura che i parchi wifi termineranno presto. Lo stato sta installando la adsl nelle case.

Entro qualche mese tutti potranno scegliere questa opzione e allora… e allora i parchi wifi andranno tramontando. Poi daranno la linea dati sul cellulare e il gioco sarà fatto. Si vedranno dozzine di monadi alla fermata dell’autobus con la testa, il corpo, tutto, immersi nel proprio smartphone ed il silenzio terrificante della ragione. Oggi mi piace spiarli in questa comunicazione che non è mai abbastanza. L’illusione della connessione globale che si scontra poi con l’assenza di cose importanti da dire. Tutti se ne accorgono. Tutti se ne stanno accorgendo. Alla fine gli uomini non hanno bisogno vitale di comunicare sempre. È un bisogno indotto. È una cazzata. Hanno bisogno di comunicazioni che valgano. Come certe lettere di un tempo.

Senza voler fare del trito passatismo. Ma certe lettere, il pensare e ripensare, ma anche certe telefonate difficili, sognate, conquistate, avevano la profondità che oggi inseguiamo invano con milioni di parole. Miliardi di byte sprecati in dirette imbarazzanti, in miliardi di “Allora tutto a posto?” – “Sì, tutto a posto, te l’ho detto…” – “Insomma, tutto bene…” – “Sì, tutto bene” – “Molte bene…”. Boh. Resta comunque il valore estetico di certi luoghi, di certe riunioni di umani al tramonto a causa delle strane traiettorie della storia. A Cuba, adesso, nel mondo. In questo momento.

12
Feb

San Valentino


di Alessandro Zarlatti
San Valentino è notoriamente la festa più idiota dell’anno. Se la batte col carnevale e con il ferragosto. Però forse vince. Oddio, quando sono obbligato a spiegare il ferragosto ai miei alunni cala nell’aula un’atmosfera plumbea di silenzi e di mezze frasi.

Che cazzo è il ferragosto? L’ascensione della madonna. Ok, nessuno si esalta per la notizia. Un’ascensione di fine estate in mezzo ai cocomeri e ai calippi? In mezzo all’orgia olfattiva di oli solari ed ai tatuaggi di guerrieri che cavalcano tricipiti? In mezzo ai giro vita frollati da sessioni terrificanti di Pilates e alle cottarelle da ombrellone per quel troione della signora Furlan che si è ripassata tutto il quadrante nord degli stabilimenti di Lignano Sabbiadoro. In ogni modo è di San Valentino che tocca parlare e allora emerge immediatamente quel fastidio automatico per gli umori, per i balli, per le trasgressioni decise dagli altri. Se non altro (e più passa il tempo più mi pare che non ci sia altro) gli italiani hanno una bella vena anarchica. Se non proprio anarchica, un certo approccio laico verso comportamenti imposti dall’alto. Perciò anch’io, da buon italiano, sento parlare di San Valentino e mi ritraggo come un celenterato. Non è neanche il discorso: “non deve esserci solo un giorno all’anno per dimostrare di amare il proprio partner. Bisogna dimostrarlo sempre”.  Questo va bene per le scemenze su Facebook. No. A me semplicemente non va che io debba emozionarmi e che gli occhi della mia donna debbano illuminarsi quando lo decide la Perugina o la Rexona. Non mi va. E non mi piace che succeda in coro. Tutti insieme. Boh. Non mi va. E allora, a Cuba come in Italia, mi piace essere disperatamente provocatorio. Verso chi? Boh. Magari verso la Rexona, che però non mi sembra soffrirne molto. Mi invento impegni alternativi mortificanti. Decido di rivedere, che ne so, l’episodio sette del Decalogo di Kieslowski. Se la frustrazione è molto forte metto anche l’episodio sei e lascio l’audio in polacco originale. Non vi dico la gioia di mia moglie. Un vero e proprio vertice di intesa e di complicità di coppia. La cosa più neutra che pensa credo sia il suicidio. Il divorzio non è abbastanza. Comunque sia, nell’antivigilia del giorno dell’amore, rispettando il mio dettato iconoclasta, provo a dire qualcosa sull’opposto dell’amore, sull’odio a queste latitudini. Vediamo che ne esce fuori. Dunque, l’odio. Sarò un ingenuo ma a me proprio non sembra di averlo mai visto. Non mi sembra di averlo visto in purezza intendo: odio viscerale di un essere umano verso un altro essere umano. Sempre mi sembra di vederlo sporcato da sentimenti meno gelidi, più mutevoli. L’invidia, il rancore, l’orgoglio. Nelle storie di coppia, per esempio, mi sembra di assistere spesso ai passi finali di una danza sciatta. Certe rappresaglie, certe cattiverie non hanno dietro di sé nessun guerriero, nessun predatore intrepido ma cuccioli offesi. A Cuba è macroscopica questa alternanza. Storie d’amore travolgenti che si incartano e sfociano in saghe familiari di cattiverie e di affronti. Una guerra di posizione che si regge col tempo soltanto sull’orgoglio e su un’inerzia un po’ vigliacca. E poi vedo molta mutevolezza. L’odio, così come una lega chimica instabile, come un esplosivo, può cambiare in un attimo. Un mezzo passo del meno orgoglioso verso la riconciliazione e si sciolgono lastroni di ghiaccio secolari e nell’arco di due giorni si finisce a cazzeggiare tutti insieme. I latini. I cubani, noi. Percorriamo questa strana visita guidata senza senso che è la vita e sembriamo nascondere una carta segreta nella manica. La poca serietà. La voglia irresistibile di riderne. La voglia di non programmare l’indomani. La voglia di non cavalcarla per intero, per sempre, una brutta emozione. Un odio non possiamo tenerlo dentro per sempre. Non possiamo vestirlo di tanta serietà. Non come l’amore. Già, finisco a parlarne. L’amore per noi latini è una cosa terribilmente seria. L’odio forse no. Se penso agli anglosassoni mi sembra di poter dire il contrario. Loro sì che sanno odiare. La loro storia di odi persistenti li ha portati ad essere diversi, oserei dire lontani. Se vedessi il mondo come loro, direi inferiori. Quando parlo con i cubani mi piace molto indagare il loro bagaglio di sentimenti verso gli Stati Uniti. Se da una parte c’è un poveraccio che sbraita contro Cuba con odio, che minaccia la guerra, che ha sull’anima morti ed ammalati, che, in poche parole, vive congelato in sentimenti così poco umani e così disumanizzanti; dall’altra parte c’è un popolo che non ha mai odiato sul serio nessuno. Si è difeso, certo, anche con durezza, ma non ha mai odiato. Il cubano sa amare e non odiare. Naturalmente sa amare. Poi è orgoglioso. In certi casi anche permaloso e allora s’incazza, ma l’odio, quello, è un copione che non sa reggere per più di cinque minuti. I latini, dicevo. Anche noi italiani siamo così, o, mi correggo, sicuramente eravamo così. Oggi non lo so più. Per il nostro provincialismo patetico abbiamo svenduto la nostra anima e ci ritroviamo a scimmiottare la bruttezza dei nostri antichi invasori. Odiamo i negri. Odiamo gli ebrei. Odiamo quelli che non sono italiani. Odiamo i romani. I napoletani. I cinesi. Chi altri? Chi siamo pronti ad odiare? Però dopodomani festeggiamo San Valentino, perchè l’amore è una cosa meravigliosa. E per un giorno accettiamo pure che il negro ci pulisca i fanali della macchina e gli diamo un euro. Tanto poi riprende la guerra, non ti credere: do un bel voto alla Meloni e in serata, col buio, passo sulla Salaria che ci sono le slave che la danno via a poco. Io, qui, dall’altra parte dell’oceano, metto il mio Decalogo sei, mia moglie resta tramortita dalla scelta ma faccio finta di non vederla, le do un bacio e aspetto giorni migliori in mezzo alla gente che non sa odiare.