Category: #Che

30
Ott

Che Guevara, la solitudine dell’eroe

Si chiude ottobre e in un certo senso si chiude un intero mese dedicato alla figura del Che a cinquant’anni dalla sua morte. Per questo, alla periferia dei clamori e degli slogan incrociati dei simpatizzanti e dei detrattori, mi piace parlarne a bassa voce, così, anche solo per salutarlo. Diciamo intanto che io mi posiziono nella schiera dei simpatizzanti e, boh, mi verrebbe da dire, nella schiera di quelli che gli vogliono bene.
Sì, perchè con il Che, a differenza della maggior parte dei personaggi illustri del 900, quello che ti lega è una specie di filo sentimentale, una specie di catena invisibile che connette la gente buona. Mi accorgo di usare termini quasi infantili (voler bene, gente buona) ma il fatto che siano passati di moda non vuol dire per me che non abbiano senso. Una delle chiavi di lettura (non l’unica ovviamente) della storia può essere quella di dividere gli umani, soprattutto quelli che contano, tra quelli che stanno per il bene e quelli che stanno per il male. Questa specie di manicheismo a volte semplifica troppo ma a volte orienta. Credo che il Che stesse per il bene. Credo sia stato un uomo che voleva migliorare le condizioni di tutti, dare dignità, sorrisi. E credo volesse farlo davvero, in modo autentico, con il cuore. Credo che in questa battaglia, nata forse come il sogno spropositato di un ragazzo, come una guasconata, ci abbia preso gusto, sia cresciuta una vocazione profonda, sia diventata la sua pelle. Quella pelle che poi gli altri, visto il pericolo che rappresentava, gli hanno fatto. Non mi interessa molto analizzare il Che, sminuzzarlo, il politico, il guerrigliero, il pensatore, le scelte giuste, gli errori. C’è già chi lo fa molto bene. Trovo maggior gusto nel riflettere semplicemente sulla malinconia dell’eroe che gli si leggeva negli occhi. Nelle foto. Nelle parole. Quel senso di fine e quella enorme solitudine. Quella responsabilità verso il mondo che gli si andava costruendo addosso in modo incontrollabile. Il Che, non più il dottor Ernesto Guevara de la Serna, assillato dall’asma e dalle donne, ma un simbolo, un’icona, quella carne, ossa e sogni dove andavano a catalizzare ed esplodere le speranze di un pianeta intero devastato dall’ingiustizia. Ho sempre trovato di grande ispirazione il suo profilo intimo, direi, quei sorrisi mai felici per intero, quel senso di fine malinconica che attraversava ogni riga dei suoi diari in Bolivia. Mi sembra ci fosse un uomo che – mai dimenticarlo: è  fatto di battiti e paure, di malinconie e di ricordi, come tutti – era irreparabilmente diventato ostaggio di se stesso, della sua bellezza, dei suoi sogni immensi, della sua imprevedibile ascesa nell’immaginario collettivo. La solitudine dell’eroe. Questo sarebbe il titolo di qualcosa su di lui, per me. Quella condanna a vivere in una terra di mezzo disabitata in cui non sei più un semplice uomo ma sei pur sempre un uomo. Dove non puoi condividere con nessuno questa vertigine, dove sei costretto a morire da eroe, appunto, perchè la morte arriva presto per uno così, e lui lo sapeva. Una canzone di Guccini recita: “gli eroi son tutti giovani e belli” e a me questa frase ha sempre fatto pensare al Che. Espropriato della sua semplice vita di uomo e diventato una speranza di tutti. Con un sorriso triste.

12
Lug

“Così lontano, così vicino”


Mi trovo in Italia da qualche giorno. Esattamente in questo momento all’isola del Giglio. È un posto che mi piace da quarant’anni. Il Giglio intendo. Fantastico sempre di venirci a morire ma non merita progetti così cupi. Ammesso che il mio destino sarà quello di spegnermi serenamente, da vecchio vecchio lo terrò in considerazione. È un posto che mi fa pensare. Una sosta da tutto. Il Giglio ti sospende. Appena monti sul traghetto è come se tutto il circo Barnum che ti porti dentro vada a prendere una camomilla. Fermarsi ogni tanto fa bene. Molta gente ti ha parlato di Cuba in questi giorni e un po’ ti sembra che sia cambiata la percezione di quel posto. Quella che l’informazione è riuscita a costruire è l’immagine di un paese che magicamente si è rimesso in gioco. Che ha accettato le regole del progresso, che, in poche parole, si è arreso al nostro modello. Non so bene, e per la verità non mi interessano, quali siano gli accordi e le decisioni che si stanno prendendo. Forse è una resa. Forse no. Sicuramente lo è da parte degli americani che hanno giudicato mezzo secolo di embargo una grande cazzata. Chiedono scusa a tutti e tentano un’altra strada. Ricorda la politica di revisionismo permanente del Vaticano. Chiedere scusa a chiunque abbia subito nei secoli l'”entusiasmo spirituale” cattolico e continuare la propria gloriosa cavalcata. Quella che sento, però, è un’emozione strana.

Non credo abbia nome ma è quel senso di irreparabile che avverti dopo una profanazione. È notizia di questi giorni la imminente visita autunnale di Renzi a Cuba. Mesi fa è passata Paris Hilton credo a perfezionare l’arte della fellatio, poi altri figuri di cui non ricordo il nome. Mi rassicurava avere una patria. Mi rassicurava vivere in un paese inviso ai corsivisti di Repubblica, condannato dai vertici del Pd, snobbato dai nostri più “illuminati” imprenditori a piede libero del paese. Mi piaceva ascoltare i commenti stremati di qualche produttore di tazze del cezzo del Triveneto che biascicava: “Ma qui non si può fare impresa… mona… Questi qui stanno cinquant’anni indietro… ma stiamo fuori?”. Era bello. Era abitare in un porto scomodo. Posti barca senza servizi e ospitalità ridotta all’osso. Sentire adesso questi raggi di luce untuosi da cui Cuba viene investita sembra l’arrivo di uno tsunami di merda. Renzi a Cuba, Renzi che parla della storia cubana e ne celebra i “progressi” è come prendere sul serio Biscardi che vuole parlare di filosofia. E ne arriveranno parecchi come lui. Arriverà il chiasso stupido degli americani, i cappelletti con visiera, quelli grassi che mangiano hotdog, quelli che imporranno i loro modi di ridere e di essere colti. Forse già sono arrivati e non me ne sono accorto. Mi ostino a vedere quello che vorrei che Cuba non svendesse. Io conto poco. Magari se lo schifo diventa insopportabile cambio paese. Magari vengo a morire al Giglio. Cazzi miei, tutto sommato. È che Cuba era bella così, rivoluzionaria e arrogante come i discorsi di Fidel, bella come un sorriso del Che, colta come gli sguardi del primo che incroci per strada, forte come i muscoli di chi l’ha difesa, diversa come le logiche che la governavano. Un paese difficile e arretrato per fare impresa, ma il paese migliore per fare vita.