THE BLOG

31
Gen

Le relazioni pericolose


Uno degli aspetti che mi hanno più sorpreso, soprattutto nei primi tempi in cui frequentavo Cuba, riguarda il concetto di relazione che hanno sviluppato da queste parti. Più che sorpreso, direi lasciato basito, incapace di incasellare un materiale tanto eterogeneo, tanto non catalogabile, in un reticolato di categorie note, domestiche, inoffensive. Le relazioni.

Mettevi appena il naso in qualche famiglia e ne uscivi con le ossa rotte: il padre che aveva fatto due figli con la prima moglie, poi era scappato e si era messo con la sorella del cugino, aveva fatto tre figli e poi si era fatto mormone. Dopo due anni si era fidanzato con un mormone e ora si è fidanzato con suo padre. Donne con più relazioni parallele di Rocco Siffredi che recitavano la parte delle vittime; uomini scorticati dal desiderio coatto che si inchiappettavano qualunque animale a sangue caldo gli girasse la schiena. Compresi i cani (purtroppo è tratto da una storia vera). Mi sembrava incredibile. I primi tempi vinceva il mio censore interiore. Vinceva in me quella bella cultura cattolica che imponeva di fare esattamente le stesse cose ma di nascosto, laddove l’unico imperativo era quello di salvare la faccia. Rispettabilità prima di tutto: un bel sorriso per il mondo e poi i panni sporchi si lavano in famiglia. Invece Cuba mi sembrava una specie di mattatoio a cielo aperto. Aveva qualcosa di mostruoso e splendido allo stesso tempo. Una presa diretta con l’inferno, quello di ognuno di noi, quello che, illuminato dal sole, perdeva, se non altro, la vischiosità malaticcia degli spazi chiusi. Alcuni elementi mi facevano riflettere. Non era una sorta di libertinismo evoluto. Non c’era il gentleman agreement in stile anglosassone e socialmente condiviso nel quale il tradimento e la gelosia erano considerati retaggi di un’epoca lontana, come la coda o il sesto dito. No, qui c’era la quotidiana mattanza ma poi le persone soffrivano come animali squartati per un paio di corna. Finivano il coniuge a cazzotti o a machetate, se erano donne piangevano per un mese. Rese dei conti in piazza. Anatemi allucinanti. Malocchi. Stregonerie. Bilioni spesi per far seccare le palle a questo o a quello. Gente sfigurata dalle malelingue. Vendette. Era irrazionale al massimo grado. Era mostruoso e magnifico. Entrare in relazione non aveva nessuna protezione. Nessuna garanzia. Eccetto patine leggerissime, pellicole neanche troppo autentiche, scimmiottamenti di società-altre in tutti i sensi. Entravi in relazione e immediatamente andavi ad abitare in quella nicchia indefinibile proprio sotto la tua pelle. Le correnti incontrollabili dei desideri. Ció che non è ragionevole, ciò che non conviene, dove la guerra è guerra e il resto chiacchiere. Istituti come il matrimonio venivano decapitati davanti ai miei occhi ed esposti in piazza come fosse la stagione del terrore. Io, sempre io, con il mio bel catechismo annidato dentro come la sifilide, mi misuravo con quelli che si sposavano per aver diritto alla cassa di aranciata che offriva lo stato. La vendevano e poi si divorziavano. Così, il matrimonio. La verginità offerta come un apericena. Ce n’era bisogno. Ne avevo bisogno. Non per imitarli. Non per far mio integralmente un modello. Ma per far soffrire un po’ il mio, quello che avevo dentro senza neanche saperlo. Troppa ansia del momento giusto, troppa retorica della donna giusta, troppa merda del grande dono della verginità, troppa sacralità delle relazioni, del matrimonio, avevano bisogno di un contrappunto violento. Avevano bisogno del troione della porta accanto che la dava via per riflesso condizionato come un cane di Pavlov, avevano bisogno degli intrecci machiavellici di un barrio soltanto, quelli che sfidano la matematica, che tendono all’infinito. Quella con quello ma poi anche col fratello, il cugino, il nipote, con i charangueros di Regla, con il nonno, con il santero, con sua madre, con il corpo docente della facoltà d’ingegneria, con quello frocio che poi è mezzo frocio e ha sei figli, con il turista che gli ha rifatto le tette, con quello di Etecsa che gli paga le bollette, con il vicino del vicino ma che il cognato, vergine santisima, non lo deve sapere e nessuno ha mai capito perchè. Ecco, questo. Prima di venire a vivere a Cuba avevo una specie di avversione per le telenovelas. Mi sembravano così improbabili e stupide da farmi disprezzare un intero continente. Ma è mai possibile, mi dicevo, che la gente si beva quella roba? Intrecci inverosimili, lagne latinoamericane. Oggi so che le telenovelas non sono altro che cronaca. Cronaca allo stato puro. Senza neanche troppa fantasia. Se vuoi sapere qualcosa delle relazioni in America latina non comprare mezzo libro, piuttosto noleggiati qualche gigabyte di novelas. Mi ringrazierai.

Insomma, a Cuba mi è sembrato di scoperchiare quel mondo sommerso su cui, dall’altra parte del mondo abbiamo costruito cattedrali. Apollineo e dionisiaco. E dietro a tutto la paura. La paura dell’ignoto e dell’ingovernabile. Una delle più grandi dorsali su cui si è costruita la storia del nostro occidente. Paura. Le foglie messe in fretta e furia sul sesso delle statue, la condanna eterna delle adultere, le pire su cui sono state bruciate le donne libere, i silenzi sotto i quali veniva nascosta la vita, in poche parole.
30
Gen

La marcha de las antorchas

Ogni 27 Gennaio da 65 anni si svolge una fiaccolata che rende omaggio all’eroe nazionale cubano Jose Marti’. Partendo dalla scalinata dell’Universita’ dell’Avana migliaia di cubani marciano fino alla Fragua Martiana, luogo dove Marti’ fu detenuto. 
foto ©Emanuele Mozzetti

 
 

22
Gen

Todo cambia


Il bello all’Avana cambia. Da tempo si girava intorno a questo progetto  e non si trovava mai una forma convincente. Un paio d’anni fa ci siamo andati molto vicino. Insieme ad una mezza dozzina di amici abbiamo pensato alla maniera di farlo diventare il fratello maggiore di quello che era. Riunioni, idee, discussioni infuocate. Poi non se ne è fatto niente per un pelo.

Però ha continuato ad essere quell’incostante barometro del tempo che fa all’Avana. Incostante. Personale. Un continuo punto di vista. E in questi anni è andato macinando consensi. O no, mi correggo: consensi non lo so. Lettori. Quelli sì. Forse la curiosità o forse il gusto, neanche me lo domando. Ma certi post hanno sfiorato i 4000 lettori, altri, quelli meno fortunati e forse meno riusciti, sempre alcune centinaia. Un trend (come dicono quelli che si prendono sul serio) in continua crescita, soprattutto in questi ultimi tempi che sto dando una certa cadenza ai miei pezzi.  Doveva cambiare, crescere, evolversi. L’immediatezza e, forse, la sfrontatezza della sua fondazione cominciavano a stare stretti, a limitare gli spazi di crescita di questo spazio. Sentivo ogni giorno di più che era un blog che doveva uscire dalla totale identificazione con lo scrivente e reggersi su più gambe per correre. Ma non tutte le gambe sono uguali. Mi piaceva che continuasse a collocarsi di traverso rispetto a tutto quello che c’era già, in una posizione competente e consapevole. Competente nel senso di cercare contributi di persone che conoscessero davvero L’Avana. Che ci vivessero da anni e che avessero sfrondato, quindi, le prime impressioni e fossero andati oltre. È pieno di narratori della domenica e questo blog sapeva benissimo che non si sarebbe mai accodato, in nessun momento della sua vita, a questa fila di pane scadente fatto di immagini stereotipate, di luoghi comuni, di abbagli. E poi consapevole. Già perché era necessario che chiunque fosse inserito nell’organico avesse cose da dire e sapesse dirle. Il numero dei papabili, perciò, si riduceva parecchio. Rimando a un mio articolo recente riguardo gli “Italiani a Cuba” per capire come la penso, e comunque, di artisti qui ne ho visti passare ben pochi. Insomma, non è stato facile. E poi doveva essere italiano. Se l’aspirazione era quella di costruire un punto di riferimento per gli italiani che amano questa città, allora continuo a considerare indispensabile che sia scritto e pensato da italiani. Solo noi conosciamo le nostre corde, le nostre virtù e le nostre vergogne. Come madri pietose che diventano suocere sappiamo solo noi quello che vogliono i nostri figli, come si cucina la melanzana alla parmigiana e come si stirano le loro camicie. Perciò è arrivato Emanuele. Emanuele Mozzetti per l’esattezza. Prima di tutto un amico con cui condivido chiacchiere, birre, passioni (la seconda è la Roma) e amori. Quello per Cuba prima di tutto. Per la Cuba meno banale, più vera, più ricca, più sorprendente. E poi un artista. Un artista davvero. Che etichetto in questo modo non per amicizia. In questo senso non regalo niente a nessuno perché sarebbe un regalo stupido. Un artista della fotografia che mi ha emozionato sin dal primo momento in cui ho visto i suoi lavori. Poi ho fatto il freddo perché non si montasse la testa… Uno di quelli che ti fanno cambiare gli occhi su un oggetto visto mille volte. Che ti ricostruiscono interi scenari e con cui è sempre bello confrontare le proprie allucinazioni.

Di immagini Cuba ne ha fin troppe. Fare buone foto a Cuba è un gioco da ragazzi. Ne discutiamo spesso. Nei miei archivi ho anch’io un paio di foto buone scattate qui ed è tutto dire. È un fondale continuamente montato, devi solo fare clic. Oddio, ho visto mostre imbarazzanti su questa città che sembravano il prodotto di un collettivo di bambini del circulo infantil. In ogni modo, a parte casi umani, questa facilità rende ancor più difficile il lavoro di un artista. Se non vuoi cadere nell’immagine del solito almendron che sfreccia, nella faccia della vecchia col sigaro o nelle evoluzioni dell’immancabile negro col ritmo nel sangue, devi saper scavare e conoscere quello che c’è sotto la pelle di questa città. Ed Emanuele ci riesce. Perché è un intellettuale e si posiziona sempre con la mente accesa di fronte alla realtà. La pensa e pensando la immagina. Guardando le sue foto mi viene alla mente, quasi in automatico, una delle frasi-tormentone della mia vita (usata da Fellini ma attribuita a Leopardi): niente si sa, tutto s’immagina.
Con Emanuele non abbiamo nessun accordo o piano di lavoro. Siamo cercatori sufficientemente solitari e anarchici (diciamolo a bassa voce) per imbrigliarci in qualche modo. È stato sufficiente dire: una cosa a settimana, ce la fai? Penso di sì. Ci accordiamo sul tema? Boh, anche no. A volte sì, ma a volte. Con una linea comune? No, direi di no. Magari su un certo argomento la vediamo in modo totalmente differente e, bene così. Sticazzi. Cerchiamo di dare chiavi di lettura diverse di questa città. Ce la facciamo? Credo di sì, a volte di più, altre di meno.
Ok, insomma, tutta questa menata per dire che il bello all’Avana cresce. Io manterrò il mio impegno settimanale scrivendo ed Emanuele lo farà pubblicando le sue visioni.  Abbiamo un’idea di dove vogliamo arrivare ma questo si capirà piano piano, non c’è fretta.
Non mi resta che dire quello che funziona in certi casi: buon proseguimento, amici.
15
Gen

Il freddo


Freddo a Cuba, frio en Cuba
Fa freddo. In queste ultime settimane sta facendo freddo. Come non ha mai fatto. O almeno così sembra a me. Ogni volta mi piace dire che a Cuba fa freddo tre giorni l’anno. L’inverno come un’eclissi rapidissima. Però io non faccio testo: non ricordo niente.

L’anno scorso di questi tempi ero dall’altra parte di me stesso e arrancavo dietro a nuove tristezze che trattavo con medicinali scaduti. Birre, canzoni, rilanci. Forse faceva freddo anche un anno fa. Ora che ci penso mi sembra di ricordare la pioggia e il cielo scuro che rimbombava dietro a tutto. In ogni modo fa freddo e L’avana sembra smarrita. Tra le sue certezze ha il calore che non perdona, quello che modifica, anzi forgia, i passi delle persone, il ritmo delle parole, le ore, i giorni, il sapore dei baci, la lentezza degli sguardi, i progetti di vita, i ricordi. Il caldo. Mentre così, sferzata dalle folate violente che ricordano quello che Cuba non è, quello che Cuba non vuole essere, sembra una chiesa profanata da ragazzini che hanno piani modesti. E allora sembra una tregua. Tutti sospesi come su una corda nel vuoto, tra l’ultimo caldo e il prossimo. Tra colori e colori, tra musica e musica, tra balli e balli. A me rilancia una di quelle corde invisibili che tengo interrate in giardino. L’aria di Roma. Certi freddi, certi venti, tutti i ricordi che attaccandosi a quella fune tornano in superficie come in un’archeologia di me stesso. E allora diventano quelle giornate di ottobre quando Roma non vuole decretare ancora la fine dell’estate. E tu neanche. Giri in motorino nel tardo pomeriggio e prendi un cappuccino da qualche parte e becchi Giacomo o Peppe o Sandrone. Chiacchiere verso Campo dei Fiori, piazza Farnese. Qualche zozzone per strada. Poi un’occhiata alle bettole dell’usato di Governo Vecchio. La solita merda. Ti ricordi di Jacopo? Ti ricordi che cappottoni assurdi ci comprava in quei posti? E poi una (dozzina di) Ceres al bar San Callisto. Ti ricordi? Anni passati su quei tavoli a dire fregnacce. Giacomo, Sandrone, Peppe, Jacopo, Giorgia, Emma, i fratelli, aspè, come si chiamavano… i fratelli Flego e poi Tony e Maurizio. Più avanti con Marzia, con Olivia, con Laura, con Anna. E poi gli eroinomani seduti ai tavoli e quello che girava sempre con il Manifesto del partito comunista nella tasca della giacca. E poi l’attore bravo con la ragazza bona. Dario Bellezza. Victor Cavallo: genio, morto prestissimo. Quelli che campavano facendosi gli appartamenti. Quelli che sparivano e finivano in carcere. I finti compagni. I veri fascisti. Ti ricordi, Già? Le feste. Sì, si andava alle feste, devastati dalla birra e dalle canne. Faceva freddo ma non lo sentivi. Si girava in macchine con bolli mai pagati, con assicurazioni di fantasia, si finiva in ordine sparso, per miracolo, a casa. Col freddo, con Roma. Quella notte che siamo passati dietro un’aiuola e siamo finiti dentro ai fori romani a fare chiacchiere metafisiche. Quell’altra in cui siamo finiti all’alba a Napoli a mangiare le cozze. Ti ricordi? Poi da Scaturchio, poi boh. Faceva questo freddo. Quello dolce. Quello che ti fa credere in un tempo infinito, nell’amicizia per sempre, nelle stagioni che non finiscono.

Oggi quel freddo, qui. All’avana. Mi sveglio prima di Flabia. Mi preparo un caffè. Lavo dei piatti. Do un’occhiata a internet e poi mi rimetto a letto. Tiro la coperta fino al mento. Non mi addormento ma lascio la testa in quel bagnasciuga tra la realtà e i ricordi. Quelli. I miei amici, Roma, il San Callisto. Poi ci svegliamo e iniziamo pigramente a fare dei lavoretti programmati da tempo. Flabia si mette a verniciare una porta mentre io cerco di aggiustare una finestra. Accompagnati da canzoni strazianti, boleri, colpi bassi, agguati, non ci facciamo abbattere. Siamo contenti. Ogni tanto ci sorridiamo e ci diciamo di amarci. Fa freddo. Quel freddo così lontano e stranamente vicino, a tal punto che ti entra nelle ossa. Peppe, Sandrone, Giacomo e tutto il mio mondo sono qui con me, inspiegabilmente. Certe volte sembra che il tempo sia una dimensione diversa.  Non certo lineare ma una specie di caos ipertestuale dove un bacio ti richiama un percorso, un odore, parole, dove una temperatura piú bassa del normale ti restituisce una stagione intera o due occhi soltanto.

Mentre l’Avana fa silenzio, spaesata in questa attesa di tempi migliori, di climi migliori, che gli toglie solo per un attimo l’anima.

08
Gen

Cuba: per turismo o per sempre?


Pochi giorni fa ho ricevuto la mail di un italiano che mi aveva chiesto a dicembre consigli per il suo viaggio a Cuba e in poche righe ha cercato di descrivermi l’entusiasmo e quel senso di prospettiva che lo porta a dire oggi che forse, (non è sicuro, forse…) un pensierino di trasferirsi a Cuba lo sta facendo. Per esperienza, una dichiarazione del genere ha un sottotesto ben chiaro.

Quel “forse” è una concessione al proprio censore interiore, che ha quasi sempre la faccia di una madre perennemente incazzata, per farlo stare tranquillo e anche un po’ una giocata d’anticipo, come il miglior Cannavaro, per ripararsi dai fendenti dei professionisti del consiglio assennato e delle ricette per costruirsi, un mattoncino alla volta, una bella vita di merda. Chi parla così, da qualche parte della sua mente ha già completamente ceduto, ha sbracato, s’immagina nell’immancabile chiosco in riva al mare a shekerare caipiriñe, vestito come un coglione e a ballare con plotoni di mulatte consenzienti. In quel sottotesto c’è, infatti, anche qualche cubana che lo ha rivoltato come un pedalino e lo ha fatto innamorare perdutamente, promesse ben al di là del minimo buon senso, la ubriacatura violenta con quel cocktail che tutti conosciamo bene: fatto di aria vacanziera, di musica, di sole, di frasi tipo si-vive-una-volta-sola, di gente vera, di sorrisi veri, di ritmi umani, di assenza di sovrastrutture. Questo ed altro. Le dolcissime forche caudine nelle quali, con variazioni minuscole, siamo passati tutti. Quelli che lo dicono e anche quelli che dicono di aver scelto Cuba per il promettente rapporto tra Pil e coefficiente di crescita (?). Bene, l’entusiasmo de tizio mi ha fatto pensare di scrivere qualcosa sulla differente percezione che si ha di Cuba (come di qualsiasi posto, credo) quando si arriva come turista rispetto a quando ci si viene per vivere. È qualcosa che è necessario tenere in conto perché in molti casi questa differenza di lettura e le conseguenti emozioni che essa provoca, assume le caratteristiche della delusione cocente. Per chi realizza il sogno di trasferirsi in pianta stabile qui, può rivelarsi una scoperta difficile da superare. La nostra mente è strana: prova una situazione piacevole e pensa di poterla rivivere in eterno ricreando le stesse condizioni. Non è così. Possono non cambiare le condizioni mentre lentamente, ma inesorabilmente, cambiamo noi. Succede anche a Cuba. Passiamo i mesi a ricercare i nostri occhi della prima volta, quel nostro primo incontro, l’atterraggio, l’odore agrodolce che ti assale appena fuori dall’aeroporto, i primi sorrisi scambiati, quella sensazione di semplicità e di atterraggio, ancora una volta, come un ritorno, inspiegabile, fra gli esseri umani. E poi ci abituiamo. Perdiamo sempre, in ogni posto, lo stupore della prima volta (delle prime volte, va’). L’abitudine è l’allegato più logorante che io conosca. Corrode un po’ tutto, relazioni, amicizie, luoghi, lavori. E allora fatichiamo a ritrovare la vertigine di quelle prime volte. Ogni tanto succede ma poco. Sempre meno. Ricordo i primi tempi qui all’Avana, quando insegnavo all’Avana Vecchia, e mi sembrava incredibile andare a lavorare proprio in quel posto. Camminavo per quelle strade e non ci credevo. Le prime lezioni erano una fonte di emozioni intensissime. La dolcezza degli alunni cubani, la loro intelligenza, quei ritmi, quella tranquillità contagiosa. Oggi mi capita di percorrere quello stesso tragitto per impegni vari, per appuntamenti, per lavoro, e neanche ci faccio caso. Non sempre ma sempre più spesso. Mi sforzo a guardarmi intorno, a fermarmi. Quando m’impegno ci riesco. Rallento la mia tendenza alla corsa, alla concretezza, all’andare al succo. E poi osservo le mie lezioni.  Sotto molti punti di vista hanno sviluppato una automaticità che era prevedibile ma che in larga parte combatto come un leone. Mi sforzo di cambiare ogni volta il metodo per insegnare un contenuto. Una guerra campale contro l’abitudine, la mia. E allora dov’è finita Cuba? Dov’è finito quel sogno, uguale a quello di mille altri, di mollare tutto e di andare a Cuba a vivere sul serio? Era un’allucinazione o era un’intuizione vera? Dunque, credo che la risposta a queste domande sia altamente soggettiva. Nel mio caso, stemperata l’effervescenza dei primi tempi, caduta quella patina superficiale di una Cuba tutta musica, socialismo, chiappe e rum (che poi esistono patine peggiori in giro, tutto sommato, bisogna dirlo…) resta la sensazione di fondo di stare nel posto che fa per me. Non ho molti argomenti per descrivere questa sensazione e rimane inevitabilmente vaga però è forte ed è la ragione principale per cui non mi muovo da qui. In tutti gli altri posti del mondo (Italia per prima) io non mi sento bene. Sono scomodo, fuori luogo. Un po’ come quando sei ospite da qualche parte e non vedi l’ora di scappare per andare al bagno di casa tua. Mi rendo conto della bassa metafora ma la sensazione è quella. A Cuba sto a casa, nel mio bagno, con tutta la mia estraneità, con tutta la mia lista dettagliata di cose che mi fanno schifo, con tutta quella consapevolezza di sogni e aspettative che sbiadiscono, ecco, con tutto questo, resta la mia camicia sbrindellata che preferisco, quella senza marca e un po’ lisa sulle maniche ma che non cambierei con niente al mondo. Lo scenario cigolante che, se lo guardo da qui, oggi, ha già una prospettiva, una storia che amo, dalle mille luci dei primi tempi a questa specie di intimità profonda di oggi, a questi rumori più tenui. Luoghi che parlano di storie sovrapposte, strade quartieri, muretti, che parlano di me e mi parlano. Ecco, se dovessi descrivere quello che cambia, quello che si trasforma negli occhi di un viaggiatore che decide di mettere radici è questa aggiunta interiore di possessivi in ogni angolo. Oggi potrei parlare del mio tragitto tra calle 16 e calle 8, della mia pizza a 10 pesos di calle 70, della mia corsa notturna sull’autobus 20 che solo io so, che solo L’Avana sa. Se dovessi parlare della differenza sostanziale direi che alla passione si sostituisce l’amore e l’amore è proprio l’opposto delle passioni. Forse è anche per questo che molti che vengono, poi, finita la festa, vanno via. Per l’amore c’è un impegno interiore a cercarsi nelle rughe dell’altro, nei suoi lineamenti che perdono effervescenza, forse anche nelle passioni che perdono forza. E l’amore non è da tutti. Per una persona come per una città. Diventa il gusto profondo di non essersi lasciati la mano. Finita la festa, appunto.