22
Apr

L’Avana itinerario turistico n.1

Mi piace l’idea di suggerire alcuni itinerari avaneri un po’ diversi dai luoghi consueti delle rotte turistiche. Non che non sia bello e, in un certo senso, necessario visitare il museo de la Revolucion o la Plaza de la Catedral, ma non serve certo un mio post per avere questo tipo di dritte. Anche la guida scritta da un bambino di due anni prevederebbe determinate mete.

In più, ho l’impressione che certi percorsi così “ufficiali”, all’Avana come altrove, sfiorino soltanto, a volte manchino del tutto, la sintonizzazione con un posto, con una città, con un mondo e quindi non ci permettano di iniziare quel processo di conoscenza che ogni viaggio ha nella sua promessa più profonda. Figurarsi, io neanche credo che l’osservazione di posti serva a conoscere niente. L’osservazione in sè non è niente. E neanche l’accumulo di informazioni su un determinato luogo. Ci rendono esperti ma non conoscitori. Buoni per partecipare all’Eredità ma non alla vita. Quando viaggiavo perchè ancora credevo che viaggiare fosse una cosa interessante e utile, evitavo come la peste musei e carovane esplorative e cercavo di sentire l’effetto che faceva applicare le mie solite routine di vita a quel nuovo scenario. Mi svegliavo alla solita ora. Leggevo. Scrivevo. Andavo a comprare qualcosa da mangiare, ecc. Uno dei viaggi più belli in questo senso fu in California, da solo, quando avevo circa 23 anni. Una routine molto pigra tra scrittura, lettura, meretricio, confezioni da 6 di birra e spostamenti minimi. In ogni modo, senza scivolare troppo in una visione omosessuale delle cose, a me sembra che il contatto con un mondo lo facciano gli odori, i toni di voce, la sessualità, gli sguardi dei bambini e degli anziani, l’atmosfera dei mercati, l’ordine delle cucine, l’odore delle persone. E poi quella strana energia che trasmettono i posti. Ecco, il mio maestro in questo senso, Giuseppe Ferraro, potrebbe metterci in piedi un trattato insuperabile. Ancora ho negli occhi la sua faccia spiritata quando, come un rabdomante farabutto, si posizionò in zona Tuscania (Vt) e diede il suo assenso energetico. “Sì, Alessà, questo posto lo sento positivo una cifra… procedi!”. Fu bellissimo e mostruoso allo stesso tempo. Comunque sto sviando… Dunque, il primo itinerario Avanero per me comincia dal cimitero di Colon. È chiaro che molti lettori stiano in questo momento ravanando nei pantaloni producendo gesti apotropaici ma, davvero, il cimitero di Colon è in cima alla mia lista dei luoghi da visitare. Bello, dolce, morbido, così pieno di vita e di tracce vere di questo mondo che quasi trabocca di senso. Io ci vado almeno ogni due mesi. Mia moglie ancora mi asseconda, monta in moto rassegnata e dice: “Vamos!”. È bello perdersi nei suoi vialetti, fermarsi a leggere gli epitaffi, osservare le architetture che vanno da un profondo barocco a un neoclassicismo spinto, si possono attraversare strati di storia, privilegi decaduti, anime dimenticate, eroi, vittime, ingiustizie inaccettabili. E poi quella mano cubana su tutto, quell’odore inconfondibile di questa città che in quel posto non è stemperato dai profumi d’oltremare nè dalle voci sopra le righe dei turisti paonazzi. Quel loro modo di avvicinarsi alla soglia del mistero, della morte, quel misto tra credulità e realismo quasi cinico. In questo senso sarebbe fondamentale anche fare un salto in qualche funeraria della città ma mi rendo conto che chiedo troppo ad un viaggiatore spensierato. Comunque è l’atmosfera, l’energia direbbe Peppe, che ti avvolge e ti calma. Poi farei un salto su 26 che è proprio lì vicino. Solo un salto, pochi minuti nel cimitero cinese. Se non altro per vedere che anche i cinesi muoiono, argomento controverso, e per entrare, attraversando soltanto una strada, in quel mondo parallelo, quell’oriente di niente, che all’Avana sembra reggersi miracolosamente come un solaio sospeso nel vuoto. Poi si torna indietro, sempre su 26 ma andando in direzione della Ciudad Deportiva, nel Nuevo Vedado. Qui c’è il giardino zoologico. Non sono un appassionato di giardini zoologici ma ci si va per vedere i bambini. Una specie di contrappunto da due soldi ma due soldi preziosi se li sai spendere. Dopo il senso della morte, il senso della vita. Osservare i bambini cubani cura molte malattie, ne sono sicuro. Sono belli, tutti, anche quelli brutti. Hanno una vita prepotente negli occhi, hanno una luce interiore che ti acceca. Sono forti e leggeri allo steso tempo, ti fanno pensare ad una festa permanente di cromosomi freschi, potenti, che hanno da dire molte cose ancora al mondo, che vogliono fare storia, fare amori, fare idee, fare arte, cambiarla, rivoluzionarla, riderci sopra. Mi piace la loro educazione, il loro stare bene nel centimetro quadrato in cui si trovano. Lontano da quel senso di insoddisfazione di molti bambini italiani, tormentati, spenti, compressi. Quelli cubani sembrano sempre sapere qualcosa che tu non sai, e allora ti fanno sentire un coglione. Quella sensazione che sintetizza il detto: “se dopo due mani di poker non hai ancora capito chi sia il pollo da mettere in mezzo, allora il pollo sei tu”.
Vabbè, per oggi mi fermerei qui. Sono quasi sicuro che se nella vita facessi la guida turistica finirei ben presto a mangiare pane e cipolla. Come scrittore, invece, banchetti faraonici… Alla prossima!
Scritto di Alessandro Zarlatti