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Gen

Le relazioni pericolose


Uno degli aspetti che mi hanno più sorpreso, soprattutto nei primi tempi in cui frequentavo Cuba, riguarda il concetto di relazione che hanno sviluppato da queste parti. Più che sorpreso, direi lasciato basito, incapace di incasellare un materiale tanto eterogeneo, tanto non catalogabile, in un reticolato di categorie note, domestiche, inoffensive. Le relazioni.

Mettevi appena il naso in qualche famiglia e ne uscivi con le ossa rotte: il padre che aveva fatto due figli con la prima moglie, poi era scappato e si era messo con la sorella del cugino, aveva fatto tre figli e poi si era fatto mormone. Dopo due anni si era fidanzato con un mormone e ora si è fidanzato con suo padre. Donne con più relazioni parallele di Rocco Siffredi che recitavano la parte delle vittime; uomini scorticati dal desiderio coatto che si inchiappettavano qualunque animale a sangue caldo gli girasse la schiena. Compresi i cani (purtroppo è tratto da una storia vera). Mi sembrava incredibile. I primi tempi vinceva il mio censore interiore. Vinceva in me quella bella cultura cattolica che imponeva di fare esattamente le stesse cose ma di nascosto, laddove l’unico imperativo era quello di salvare la faccia. Rispettabilità prima di tutto: un bel sorriso per il mondo e poi i panni sporchi si lavano in famiglia. Invece Cuba mi sembrava una specie di mattatoio a cielo aperto. Aveva qualcosa di mostruoso e splendido allo stesso tempo. Una presa diretta con l’inferno, quello di ognuno di noi, quello che, illuminato dal sole, perdeva, se non altro, la vischiosità malaticcia degli spazi chiusi. Alcuni elementi mi facevano riflettere. Non era una sorta di libertinismo evoluto. Non c’era il gentleman agreement in stile anglosassone e socialmente condiviso nel quale il tradimento e la gelosia erano considerati retaggi di un’epoca lontana, come la coda o il sesto dito. No, qui c’era la quotidiana mattanza ma poi le persone soffrivano come animali squartati per un paio di corna. Finivano il coniuge a cazzotti o a machetate, se erano donne piangevano per un mese. Rese dei conti in piazza. Anatemi allucinanti. Malocchi. Stregonerie. Bilioni spesi per far seccare le palle a questo o a quello. Gente sfigurata dalle malelingue. Vendette. Era irrazionale al massimo grado. Era mostruoso e magnifico. Entrare in relazione non aveva nessuna protezione. Nessuna garanzia. Eccetto patine leggerissime, pellicole neanche troppo autentiche, scimmiottamenti di società-altre in tutti i sensi. Entravi in relazione e immediatamente andavi ad abitare in quella nicchia indefinibile proprio sotto la tua pelle. Le correnti incontrollabili dei desideri. Ció che non è ragionevole, ciò che non conviene, dove la guerra è guerra e il resto chiacchiere. Istituti come il matrimonio venivano decapitati davanti ai miei occhi ed esposti in piazza come fosse la stagione del terrore. Io, sempre io, con il mio bel catechismo annidato dentro come la sifilide, mi misuravo con quelli che si sposavano per aver diritto alla cassa di aranciata che offriva lo stato. La vendevano e poi si divorziavano. Così, il matrimonio. La verginità offerta come un apericena. Ce n’era bisogno. Ne avevo bisogno. Non per imitarli. Non per far mio integralmente un modello. Ma per far soffrire un po’ il mio, quello che avevo dentro senza neanche saperlo. Troppa ansia del momento giusto, troppa retorica della donna giusta, troppa merda del grande dono della verginità, troppa sacralità delle relazioni, del matrimonio, avevano bisogno di un contrappunto violento. Avevano bisogno del troione della porta accanto che la dava via per riflesso condizionato come un cane di Pavlov, avevano bisogno degli intrecci machiavellici di un barrio soltanto, quelli che sfidano la matematica, che tendono all’infinito. Quella con quello ma poi anche col fratello, il cugino, il nipote, con i charangueros di Regla, con il nonno, con il santero, con sua madre, con il corpo docente della facoltà d’ingegneria, con quello frocio che poi è mezzo frocio e ha sei figli, con il turista che gli ha rifatto le tette, con quello di Etecsa che gli paga le bollette, con il vicino del vicino ma che il cognato, vergine santisima, non lo deve sapere e nessuno ha mai capito perchè. Ecco, questo. Prima di venire a vivere a Cuba avevo una specie di avversione per le telenovelas. Mi sembravano così improbabili e stupide da farmi disprezzare un intero continente. Ma è mai possibile, mi dicevo, che la gente si beva quella roba? Intrecci inverosimili, lagne latinoamericane. Oggi so che le telenovelas non sono altro che cronaca. Cronaca allo stato puro. Senza neanche troppa fantasia. Se vuoi sapere qualcosa delle relazioni in America latina non comprare mezzo libro, piuttosto noleggiati qualche gigabyte di novelas. Mi ringrazierai.

Insomma, a Cuba mi è sembrato di scoperchiare quel mondo sommerso su cui, dall’altra parte del mondo abbiamo costruito cattedrali. Apollineo e dionisiaco. E dietro a tutto la paura. La paura dell’ignoto e dell’ingovernabile. Una delle più grandi dorsali su cui si è costruita la storia del nostro occidente. Paura. Le foglie messe in fretta e furia sul sesso delle statue, la condanna eterna delle adultere, le pire su cui sono state bruciate le donne libere, i silenzi sotto i quali veniva nascosta la vita, in poche parole.
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