15
Gen

Il freddo


Freddo a Cuba, frio en Cuba
Fa freddo. In queste ultime settimane sta facendo freddo. Come non ha mai fatto. O almeno così sembra a me. Ogni volta mi piace dire che a Cuba fa freddo tre giorni l’anno. L’inverno come un’eclissi rapidissima. Però io non faccio testo: non ricordo niente.

L’anno scorso di questi tempi ero dall’altra parte di me stesso e arrancavo dietro a nuove tristezze che trattavo con medicinali scaduti. Birre, canzoni, rilanci. Forse faceva freddo anche un anno fa. Ora che ci penso mi sembra di ricordare la pioggia e il cielo scuro che rimbombava dietro a tutto. In ogni modo fa freddo e L’avana sembra smarrita. Tra le sue certezze ha il calore che non perdona, quello che modifica, anzi forgia, i passi delle persone, il ritmo delle parole, le ore, i giorni, il sapore dei baci, la lentezza degli sguardi, i progetti di vita, i ricordi. Il caldo. Mentre così, sferzata dalle folate violente che ricordano quello che Cuba non è, quello che Cuba non vuole essere, sembra una chiesa profanata da ragazzini che hanno piani modesti. E allora sembra una tregua. Tutti sospesi come su una corda nel vuoto, tra l’ultimo caldo e il prossimo. Tra colori e colori, tra musica e musica, tra balli e balli. A me rilancia una di quelle corde invisibili che tengo interrate in giardino. L’aria di Roma. Certi freddi, certi venti, tutti i ricordi che attaccandosi a quella fune tornano in superficie come in un’archeologia di me stesso. E allora diventano quelle giornate di ottobre quando Roma non vuole decretare ancora la fine dell’estate. E tu neanche. Giri in motorino nel tardo pomeriggio e prendi un cappuccino da qualche parte e becchi Giacomo o Peppe o Sandrone. Chiacchiere verso Campo dei Fiori, piazza Farnese. Qualche zozzone per strada. Poi un’occhiata alle bettole dell’usato di Governo Vecchio. La solita merda. Ti ricordi di Jacopo? Ti ricordi che cappottoni assurdi ci comprava in quei posti? E poi una (dozzina di) Ceres al bar San Callisto. Ti ricordi? Anni passati su quei tavoli a dire fregnacce. Giacomo, Sandrone, Peppe, Jacopo, Giorgia, Emma, i fratelli, aspè, come si chiamavano… i fratelli Flego e poi Tony e Maurizio. Più avanti con Marzia, con Olivia, con Laura, con Anna. E poi gli eroinomani seduti ai tavoli e quello che girava sempre con il Manifesto del partito comunista nella tasca della giacca. E poi l’attore bravo con la ragazza bona. Dario Bellezza. Victor Cavallo: genio, morto prestissimo. Quelli che campavano facendosi gli appartamenti. Quelli che sparivano e finivano in carcere. I finti compagni. I veri fascisti. Ti ricordi, Già? Le feste. Sì, si andava alle feste, devastati dalla birra e dalle canne. Faceva freddo ma non lo sentivi. Si girava in macchine con bolli mai pagati, con assicurazioni di fantasia, si finiva in ordine sparso, per miracolo, a casa. Col freddo, con Roma. Quella notte che siamo passati dietro un’aiuola e siamo finiti dentro ai fori romani a fare chiacchiere metafisiche. Quell’altra in cui siamo finiti all’alba a Napoli a mangiare le cozze. Ti ricordi? Poi da Scaturchio, poi boh. Faceva questo freddo. Quello dolce. Quello che ti fa credere in un tempo infinito, nell’amicizia per sempre, nelle stagioni che non finiscono.

Oggi quel freddo, qui. All’avana. Mi sveglio prima di Flabia. Mi preparo un caffè. Lavo dei piatti. Do un’occhiata a internet e poi mi rimetto a letto. Tiro la coperta fino al mento. Non mi addormento ma lascio la testa in quel bagnasciuga tra la realtà e i ricordi. Quelli. I miei amici, Roma, il San Callisto. Poi ci svegliamo e iniziamo pigramente a fare dei lavoretti programmati da tempo. Flabia si mette a verniciare una porta mentre io cerco di aggiustare una finestra. Accompagnati da canzoni strazianti, boleri, colpi bassi, agguati, non ci facciamo abbattere. Siamo contenti. Ogni tanto ci sorridiamo e ci diciamo di amarci. Fa freddo. Quel freddo così lontano e stranamente vicino, a tal punto che ti entra nelle ossa. Peppe, Sandrone, Giacomo e tutto il mio mondo sono qui con me, inspiegabilmente. Certe volte sembra che il tempo sia una dimensione diversa.  Non certo lineare ma una specie di caos ipertestuale dove un bacio ti richiama un percorso, un odore, parole, dove una temperatura piú bassa del normale ti restituisce una stagione intera o due occhi soltanto.

Mentre l’Avana fa silenzio, spaesata in questa attesa di tempi migliori, di climi migliori, che gli toglie solo per un attimo l’anima.

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