18
Dic

Il Piropo


Piropo cubano
Esiste un fenomeno, fortemente cubano nella sua dinamica, che mi ha sempre lasciato sospeso, a volte incredulo, altre schifato, altre ancora con la mente in un fondale nero, incapace di prendere posizione. Il piropo. Con piropo si intende il complimento, più o meno articolato, che un uomo cubano fa ad una donna per strada. Con quale fine? Questo ancora bene non l’ho capito. Col piropo, parliamoci chiaro, non si scopa.

Non è che se io incrocio una bella ragazza e comincio ad ansimare come un mantice e punteggio questa mia agonia con parole tipo: ” piccola, i tuoi occhi sono perle gettate nel mare che solo io vorrei pescare per amarti per l’eternità” finisco per rimorchiarla. No. L’ultima volta che è avvenuto un fatto del genere risale al 1972. Da quel momento in poi le donne hanno tirato dritto. A volte quelle più socievoli hanno sorriso sommessamente ma di finire in un motel al volo neanche se ne parla. E allora, perchè? Non lo so. Credo che la mente lógico-razionale, quella che costruisce piani e strategie, in quei momenti sia spenta. Parlano gli ormoni. Il piropo è una diretta con il sistema linfatico. Non se ne può fare a meno. Passa una bella ragazza e, invece di emettere un ululato, il cubano articola parole. Bisogna dire che anche il piropo, così come ogni tipo di manifestazione umana, ha avuto una degenerazione negli ultimi decenni. Quello che un tempo era una specie di inno alla donna, la traduzione in parole di quello stupore che colpisce un uomo alla vista di un essere celeste, qualcosa di prossimo alla poesia, negli ultimi tempi si è trasformato in una specie di violenza carnale verbale. Non lascia lividi ma la traccia sporca di una mascolinità sbagliata. Nella sua fenomenologia, il piropo attuale sembra non possa essere scisso dal sospiro rumoroso. Non è piropo senza l’accompagnamento del suono di una pentola a pressione emesso dalla trachea dello stesso autore. Fare un piropo diventa impresa non facile. Un buon piropo suona più o meno così: “shhhhhhhhhhhh, mhhhhhhhhh, mami (“mami” è il modo confidenziale di rivolgersi ad una donna e avvicinarla verbalmente), que rica tu estas (como sei bona), shhhhhhhhhhhh, quiero meter la cabeza en estos dos melones que tienes (mi piacerebbe mettere la testa tra quelle due angurie che hai) y despues ocuparme de la papaya (traduzione complessa. Il lettore tenga presenta che “papaya” ha tra i suoi ultimi significati il frutto commestibile). Insomma, un suicidio. Altro ingrediente indispensabile sembra essere il profilo comico della metafora. Non è mai (o quasi mai) una descrizione brutale di uno scenario ginecologico ma c’è sempre l’invito ad una risata. Questo è l’unico aspetto che me lo rende perdonabile un piropo, o, se non perdonabile, lo smussa del suo portato aggressivo. Resta comunque intatto l’interrogativo di fondo: dato che ogni comportamento umano obbedisce alla regola del dispendio energetico per uno scopo, perchè si continua a praticare il piropo se non porta all’obiettivo verso cui tutto il nostro apparato endocrino tende? Boh.  In ogni modo, una donna minimamente attraente, costretta a percorre a piedi cinquecento metri della città, è obbligata a subire una mezza dozzina di avances (che non sono neanche più avances ma aggressioni) di questo tipo. Non è un caso che la maggior parte delle ragazze avanere cammini con le cuffiette alle orecchie. Autodifesa. In America, ma anche in Europa, non dico una parola ma anche una sola occhiata prolungata di uno sconosciuto fa scattare blitz militari e accuse di stalking. Anche se con molti distinguo e sofferenze interiori, tendo a vedere quest’ultima come una situazione migliore. Una donna, per la sua impossibilità di contrastare fisicamente un uomo non può essere obbligata a sopportare violenze di questo tipo. Deve poter scegliere. Deve essere protetta da una comunità. Altra cosa sono i piropos storici. Quelli che erano (e sono ancora raramente) sfrenati movimenti di cuore, a volte ingenui, altre sfrontati, ma sempre nei pressi di quel ricamo misterioso che è il corteggiamento e, alla fine, l’amore. Quelli, le donne li apprezzano ancora, guarda caso. Da quelli si sentono lusingate e investite. Quelli non sono violenza ma l’alfabeto di quella incontenibile vertigine che ci mette gli uni sull’orlo degli altri, come di fronte ad un burrone che il cuore, figurarsi la mente, non sa dominare o comprendere. Scomoderei i versi di Petrarca, poi di Leopardi, di Salinas, di Prevert. Elaborazioni alte di quegli stessi incendi del cuore. Le parole per rendere sacra una donna. Perchè le donne sono sacre, ce l’ha insegnato la poesia. E se non sono sacre allora non valgono la pena. Allora diventano solo papaya e tette. E papaya e tette accendono erezioni brevi e ci lasciano irrimediabilmente sulla terra. Una donna che si rispetti, è bene ricordarlo a se stessi ogni tanto, è esattamente l’opposto delle cose terrene: è il presentimento dell’infinito, è il sospetto che ci sia dio.

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