THE BLOG

26
Dic

Natale all’Avana


Natale all'Avana
Pronunciato così, secco, sembra il titolo di un cinepanettone. Pensandoci bene mi viene il terrore e il sospetto che qualcuno lo abbia prodotto davvero ma non sono informatissimo in materia. In ogni modo questo Natale mi prendo questo spazio proprio per parlare delle feste, del Natale, appunto, e di come il popolo cubano vive questo periodo dell’anno.

Chiaramente fa un certo effetto vedere Babbo Natale con tanto di renne e slitta a trenta gradi in mezzo alle palme. Più che un nonno buono e generoso sembra uno mezzo rincoglionito che ha sbagliato strada con l’Ape. Comunque se ne vedono alcuni disseminati per la città, soprattutto nelle zone residenziali. Come succede anche nella nostra bella provincia italiana, l’entità, la brillantezza e la luminosità di un Babbo Natale esposto in giardino o su un balcone è sinonimo di ricchezza perciò questa nuova borghesia, appena nata a Cuba ma già fetente come una piscina piena di merda, ripropone i suoi topos intatti anche da questa parte dell’oceano. Il Natale, le feste, i pupazzi, le palle, i regali, in poche parole il vero cuore della “spiritualità” cattolica (che pare vada a braccetto con ogni cosa maleodorante) sono un’occasione troppo ghiotta per non gettarcisi dentro quando si aspira ad essere dei borghesi piccoli piccoli. In realtà del Natale e della nascita di cristo qui interessa a pochi. A qualche straniero che per sentire un po’ di aria di casa metterebbe la testa anche nel sospensorio di nonno e a quello sparuto gruppo di cattolici autoctoni, appunto, folgorati dalle kermesse ripetute dei papi buoni sbarcati sull’isola negli ultimi anni. In realtà i cubani sono devoti alla santeria. Punto. Come già detto in precedenti post non ne vado pazzo, ma la considero di gran lunga più sana e migliore del cattolicesimo sotto qualunque travestimento esso si presenti. Meglio una martellata sulle palle che una mezz’ora con un atleta di cristo, con un teologo della liberazione (ohhhhhh), con un orco dell’Opus dei, con un gesuita o con uno dei tanti preti bravi che dialogano coiggiovanitrogati. A Cuba esiste una specie di turismo religioso, una disinvoltura molto cubana, che oserei definire meravigliosa, che porta singoli individui a passare con serenità da un decennio di peccato sporco, a tre anni di penitenze con Geova (a proposito, ma la fine del mondo non doveva arrivare quando moriva l’ultimo uomo nato nel 1918? Cioè, a che punto siamo? Se non è ancora morto, uccidiamolo! Voglio dire: se non succede questa storia della fine del mondo, i Testimoni si dissolvono? si dimettono?), a un paio d’anni ancora a vendere le chiappe a due dollari per poi intraprendere un lustro di fuochi incrociati tra gli anatemi dei pentacostali e i rimbrotti degli anabattisti. In questa cavalcata dell’anima è facile che un cubano faccia anche una capatina tra i preti cattolici che da qualche anno si vedono sfilare allegramente per strada come cucarachas vicino allo scarico del bagno. L’offerta delle religioni un po’ come al Luna Park dell’Eur. I pesci rossi o il Tagatan? Insomma, la religione qui (per fortuna) non è una cosa del tutto seria. La serietà mortifera dei preti non ha grande futuro da queste parti. Meglio far seccare le palle al vicino di casa antipatico decapitando un paio di galline che stracciarsi le palle (le proprie questa volta) con una quaresima. Dà molta più soddisfazione la prima e si riscuote in una mesata. La vita eterna e il paradiso hanno tutto il sapore delle trattenute Inps che non rivedremo mai più. Tornando al Natale, il mio automatismo pavloviano che mi ha portato a sparare dei Buon Natale a ripetizione nei giorni scorsi, ha trovato tiepidissime risposte nei cubani. Educazione e poco più. Ah, sì, certo, buon Natale anche a Lei. E poi silenzio. L’unico sussulto dipende dal fatto che il 25 dicembre è diventato giorno festivo da qualche anno. Non si lavora, si va a ballare, ci si ubriaca. Punto. La vera festa dei cubani è il 31 dicembre. Già da fine settembre il cubano è in fibrillazione per quella notte. Il lieve aumento di furtarelli negli ultimi mesi dell’anno è una costante direttamente collegata con il 31. L’uomo che non è in grado di portare a casa una zampa di maiale da rosicchiare con moglie e figli a capodanno non è un uomo. Inutile dire che i maiali sono quelli che attendono con meno euforia la data fatidica. Smettono di essere animali burloni e simpaticoni e diventano un esercito di zamponi da comprare a caro prezzo e poi da rosolare sulla piastra per un giorno intero. È tutto il rituale che affascina: l’acquisto delicatissimo, l’addobbo della carne con spezie sapienti, la preparazione della graticola, la cottura. Mangiarlo diventa quasi un dettaglio. Quasi. La mia vigilia, per esempio, può essere riassunta in un solo hashtag: #colesterolo. Bello e incisivo. A pranzo, con la famiglia di mia moglie, ho fatto una scorta di proteine sufficiente per una campagna di Russia; a cena, a casa di Emanuele, un amico italiano, abbiamo affondato le nostre residue amarezze nell’immancabile zampa di maiale, accompagnata da yuca, poi da tutto il resto, perfino da nutella, torroni ed altre tragedie annunciate. Noi atei finiamo poi il 25 a trascinarci come penitenti sulla Quinta avenida per smaltire ettolitri di grassi polinsaturi nelle terrificanti sessioni di jogging festive. È dura ma si intravede la madonna all’ultimo chilometro. Un modo come un altro per accedere alla grazia dalla porta di servizio. Mentre corriamo promettiamo a noi stessi che il prossimo anno sarà tutto diverso. Magari riscopriremo le nostre belle radici cristiane (mamma mia che emozione!), perché no, e allora metteremo un bel Babbo Natale in giardino, e, per non farci parlare dietro, ne metteremo in bella mostra un altro, quello simpatico che si arrampica sul balcone.  Per completare tutta la liturgia andremo anche alla messa di mezzanotte e poi a trans minorenni verso l’una. Deciso: il prossimo anno sarò più buono. Buone feste!

18
Dic

Il Piropo


Piropo cubano
Esiste un fenomeno, fortemente cubano nella sua dinamica, che mi ha sempre lasciato sospeso, a volte incredulo, altre schifato, altre ancora con la mente in un fondale nero, incapace di prendere posizione. Il piropo. Con piropo si intende il complimento, più o meno articolato, che un uomo cubano fa ad una donna per strada. Con quale fine? Questo ancora bene non l’ho capito. Col piropo, parliamoci chiaro, non si scopa.

Non è che se io incrocio una bella ragazza e comincio ad ansimare come un mantice e punteggio questa mia agonia con parole tipo: ” piccola, i tuoi occhi sono perle gettate nel mare che solo io vorrei pescare per amarti per l’eternità” finisco per rimorchiarla. No. L’ultima volta che è avvenuto un fatto del genere risale al 1972. Da quel momento in poi le donne hanno tirato dritto. A volte quelle più socievoli hanno sorriso sommessamente ma di finire in un motel al volo neanche se ne parla. E allora, perchè? Non lo so. Credo che la mente lógico-razionale, quella che costruisce piani e strategie, in quei momenti sia spenta. Parlano gli ormoni. Il piropo è una diretta con il sistema linfatico. Non se ne può fare a meno. Passa una bella ragazza e, invece di emettere un ululato, il cubano articola parole. Bisogna dire che anche il piropo, così come ogni tipo di manifestazione umana, ha avuto una degenerazione negli ultimi decenni. Quello che un tempo era una specie di inno alla donna, la traduzione in parole di quello stupore che colpisce un uomo alla vista di un essere celeste, qualcosa di prossimo alla poesia, negli ultimi tempi si è trasformato in una specie di violenza carnale verbale. Non lascia lividi ma la traccia sporca di una mascolinità sbagliata. Nella sua fenomenologia, il piropo attuale sembra non possa essere scisso dal sospiro rumoroso. Non è piropo senza l’accompagnamento del suono di una pentola a pressione emesso dalla trachea dello stesso autore. Fare un piropo diventa impresa non facile. Un buon piropo suona più o meno così: “shhhhhhhhhhhh, mhhhhhhhhh, mami (“mami” è il modo confidenziale di rivolgersi ad una donna e avvicinarla verbalmente), que rica tu estas (como sei bona), shhhhhhhhhhhh, quiero meter la cabeza en estos dos melones que tienes (mi piacerebbe mettere la testa tra quelle due angurie che hai) y despues ocuparme de la papaya (traduzione complessa. Il lettore tenga presenta che “papaya” ha tra i suoi ultimi significati il frutto commestibile). Insomma, un suicidio. Altro ingrediente indispensabile sembra essere il profilo comico della metafora. Non è mai (o quasi mai) una descrizione brutale di uno scenario ginecologico ma c’è sempre l’invito ad una risata. Questo è l’unico aspetto che me lo rende perdonabile un piropo, o, se non perdonabile, lo smussa del suo portato aggressivo. Resta comunque intatto l’interrogativo di fondo: dato che ogni comportamento umano obbedisce alla regola del dispendio energetico per uno scopo, perchè si continua a praticare il piropo se non porta all’obiettivo verso cui tutto il nostro apparato endocrino tende? Boh.  In ogni modo, una donna minimamente attraente, costretta a percorre a piedi cinquecento metri della città, è obbligata a subire una mezza dozzina di avances (che non sono neanche più avances ma aggressioni) di questo tipo. Non è un caso che la maggior parte delle ragazze avanere cammini con le cuffiette alle orecchie. Autodifesa. In America, ma anche in Europa, non dico una parola ma anche una sola occhiata prolungata di uno sconosciuto fa scattare blitz militari e accuse di stalking. Anche se con molti distinguo e sofferenze interiori, tendo a vedere quest’ultima come una situazione migliore. Una donna, per la sua impossibilità di contrastare fisicamente un uomo non può essere obbligata a sopportare violenze di questo tipo. Deve poter scegliere. Deve essere protetta da una comunità. Altra cosa sono i piropos storici. Quelli che erano (e sono ancora raramente) sfrenati movimenti di cuore, a volte ingenui, altre sfrontati, ma sempre nei pressi di quel ricamo misterioso che è il corteggiamento e, alla fine, l’amore. Quelli, le donne li apprezzano ancora, guarda caso. Da quelli si sentono lusingate e investite. Quelli non sono violenza ma l’alfabeto di quella incontenibile vertigine che ci mette gli uni sull’orlo degli altri, come di fronte ad un burrone che il cuore, figurarsi la mente, non sa dominare o comprendere. Scomoderei i versi di Petrarca, poi di Leopardi, di Salinas, di Prevert. Elaborazioni alte di quegli stessi incendi del cuore. Le parole per rendere sacra una donna. Perchè le donne sono sacre, ce l’ha insegnato la poesia. E se non sono sacre allora non valgono la pena. Allora diventano solo papaya e tette. E papaya e tette accendono erezioni brevi e ci lasciano irrimediabilmente sulla terra. Una donna che si rispetti, è bene ricordarlo a se stessi ogni tanto, è esattamente l’opposto delle cose terrene: è il presentimento dell’infinito, è il sospetto che ci sia dio.

11
Dic

Hape, la festa più cool dell’Avana. Intervista a Simone Buosi.


Quando si parla della vita notturna di Cuba si pensa soltanto a locali di salsa, di merengue, di rumba o, al massimo, a discoteche martoriate dal reggaeton. Invece l’offerta, soprattutto nella capitale, è molto più varia e non mancano sorprese in linea con le tendenze più aggiornate sui generi musicali internazionali. Una delle iniziative più alla moda e, in un certo senso “diversa da tutto” è Hape. Nata quasi per gioco tra un gruppo di stranieri che lavorano a Cuba, è diventato molto rapidamente l’evento clou per chi vuole conoscere tutti i sapori, anche quelli meno banali, delle notti habanere.

Hape é qualcosa che ti spiazza: nell’orario (inizia generalmente nel tardo pomeriggio e dura fino a tarda

notte); nei luoghi (la scelta della location è diventata col tempo una specie di fiore all’occhiello degli organizzatori: scenari atipici, suggestivi, storici, evocativi); nella scelta musicale (niente di scontato, musica elettronica ma sonorità che vanno a selezionare il meglio della tradizione locale e delle nuove tendenze internazionali); nella gente (all’Hape si trova una giusta miscela di persone cubane e straniere e tutte animate dalla sana voglia di divertirsi, ballare e ascoltare buona musica. In poche parole, se si cerca un luogo dove trovare le trite dinamiche di abbordaggio, dove trovare un certo tipo di stranieri e un certo tipo di cubani, Hape non è il posto giusto! Il respiro internazionale e lo straordinario equilibrio tra tradizione locale e ponti verso l’altro da sè è, a mio parere, il segreto di Hape.

Ho intervistato Simone Buosi, uno degli ideatori storici di Hape in visita all’Avana per qualche giorno.

Ciao Simone, mi spieghi cos’è l’Hape?
Hape è nato da un collettivo di 5 persone che si trovavano a Cuba in un periodo di grandi cambiamenti, nel 2015. L’idea si è concretizzata nel 2016 in tempi di grande trasformazione per Cuba, di rivoluzione sulla Rivoluzione, tempi d’apertura. Quindi c’è stato un po’ il desiderio di riscoprire il passato, le radici cubane, e quelle latinoamericane fondendole con la musica elettronica, con la ricerca musicale, animati dal principio fondante dell’incontro.
L’idea originaria è stata concentrata sulla ricerca musicale oppure era già in progetto l’idea di creare delle serate, degli eventi?
L’incontro è sempre stato un concetto fondamentale, l’incontro tra stili e correnti musicali, tra generi, insieme all’incontro reale di persone, di culture, di origini, è stato sempre il nostro punto forte. Il nostro è uno spazio dove s’incontrano non soltanto diversi stili musicali ma anche diverse persone. Tutto questo nella cornice di luoghi architettonicamente e storicamente interessanti, coreografici, sorprendenti. 
La storia poi si è sviluppata: ce ne racconti i passaggi fondamentali? 
Le prime volte si è trattato di una festa, una bella feste di amici che poi, nelle versioni successive

è diventata un vero e proprio evento dove varie persone si interfacciavano culturalmente e musicalmente mettendo in scena le proprie creazioni. Poi dall’evento è diventato un collettivo: tutte le persone che gravitavano intorno ad Hape hanno visto l’importanza dell’iniziativa e ci siamo dati una struttura, seppur informale, di collettivo che ci ha permesso di andare al di là dei semplici eventi che organizziamo una volta al mese all’Avana e in altre città. Adesso Hape è un laboratorio di incontro di artisti dove si può lavorare e creare. Laboratori creativi, così li chiamiamo. Da Cuba i fondatori hanno cominciato anche a viaggiare, alcuni a cambiare sede di lavoro, come me, quindi c’è stata una diaspora ed oggi Hape è una realtà il Italia, in Belgio, in Francia, e in Chad, un paese dell’Africa centrale dove siamo riusciti a creare dei collegamenti con artisti locali e l’idea è anche quella di cercare di portarli un po’ in giro per il mondo. Non è che l’Hape abbia abbandonato L’Avana, anzi, questa città resta uno dei punti nevralgici del nostro progetto insieme a Venezia, Bruxelles e N’djamena. Questa è anche la sua forza perché è diventato un network internazionale di artisti
Un passo indietro: chi sono le persone che stanno dietro Hape
Michele arriva all’Avana come ultimo e voglio cominciare da lui. Si trova di fronte ad una situazione di cambiamento avanzato, un anno dopo l’apertura di conversazioni con gli Stati Uniti, un anno dopo l’apertura al turismo americano. Lui lavora per l’Unesco, si occupa di cultura, capisce subito le potenzialità del progetto e si unisce al collettivo con voglia e capacità. Poi c’è Clemence che lavorava in Havana Club nell’area-cultura nella promozione del marchio Cuba all’estero, e nella promozione della cultura cubana qui. Poi c’è Benjamin, diplomatico. Infine Giuseppe, un imprenditore indipendente che arriva a Cuba un po’ più tardi degli altri. Poi ci sono io, che ho lavorato alle Nazioni Unite qui all’Avana, che stavo osservando da vicino, sul campo, i cambiamenti strutturali che stavano avvenendo in questo paese. Questo gruppo è stato il nucleo dinamico dell’intero progetto. Abbiamo iniziato ad ascoltare della musica, siamo andati soprattutto nella zona orientale del paese, a Santiago, ad ascoltare artisti emergenti, abbiamo potuto soppesare le potenzialità, abbiamo iniziato a creare rapporti, a tessere relazioni, a proporre degli scambi. Da una specie di autogestione ha cominciato ad assumere una dimensione più grande. Ci sono degli artisti inizialmente invitati a collaborare che sono diventati parte integrante del collettivo. Per esempio dj Jigue che è un dj cubano, aperto alla musica elettronica ma non vedendola in contrapposizione alla musica nazionale ma semmai come un diverso mezzo espressivo per valorizzare la musica nazionale. Proprio con dj Jigue abbiamo messo in atto quello che vorremmo fosse uno degli aspetti caratterizzanti di Hape: negli scorsi mesi ha partecipato ad un evento internazionale in Polonia e poi, attraverso Hape, ha

potuto fare due performance musicali in Europa.

Il genere che caratterizza Hape è esclusivamente la musica elettronica?
No, non soltanto, anche perché la musica elettronica è un concetto molto vasto dove elettronico è tutto quello che fai attraverso una macchina, un computer, quindi sono molti i generi che possono passare. L’idea non è soppiantare la storia ma rinnovarla. Una “Bacalao con pan” di Irakere ci sta benissimo come un Caparica di Populous che è un dj italiano che è vissuto a Lisbona e che è stato contaminato dalle sonorità di quei luoghi. 
So che tu hai solide competenze musicali, sei dj. Anche gli altri ragazzi del collettivo sviluppano con Hape una passione specifica per la musica? 
La forza del collettivo è che raggruppa persone con background molto diversi così come quello di chi partecipa ai nostri eventi. C’è chi ha un background più musicale; Michele ha una preparazione più improntata alla gestione di progetti culturali in senso lato e al diritto; Giuseppe ha spiccata esperienza ed intelligenza imprenditoriale; Clemence ha esperienza legata all’organizzazione e alla gestione di eventi, quindi tutti hanno portato competenze diverse. Oggi il gruppo si è molto allargato e ci sono più di 20 persone che lavorano ad Hape attivamente, quasi tutti come secondo lavoro, chiaramente: abbiamo persone a Bruxelles, Venezia, N’Djamena, e presto apriremo Hape in un paio di città nuove. 20 persone sono quelle più attive, per non parlare di tutte quelle persone che contribuiscono a vario titolo all’organizzazione di Hape. 
Quali sono i vostri piani? In altre parole, non è più una festa tra amici e quindi la domanda è: dove va ad approdare Hape? 
Il primo impegno che abbiamo preso con noi stessi è quello di creare un’associazione per darci una

struttura concreta legale no profit, per poter far diventare sostenibile il progetto a lungo termine e poter favorire l’interscambio di artisti. L’idea è quella: creare ponti tra differenti culture e differenti stati attraverso la musica. Qualcosa in questo senso l’abbiamo già fatta: a Cuba, ma anche in Chad, dove un dj del collettivo di Bruxelles è stato chiamato e insieme abbiamo organizzato un workshop di una settimana con degli artisti locali cercando di spiegare tecniche base di djing. Questo con 10 ragazzi che non solo hanno imparato qualcosa ma che ci hanno insegnato tanto, in termini di musicalità, ritmi. Questo è stato possibile grazie ad una partnership con l’istituto francese di cultura nel Chad. Questo solo un esempio dell’espansione: siamo in fase di dialogo con molte realtà e presto nasceranno progetti concreti.

Quali sono gli eventi programmati per i prossimi mesi? 

Beh, all’Avana ogni mese l’appuntamento con Hape è immancabile. Poi ci saranno quattro eventi a Venezia, , a Bruxelles avremo altre date. Vi teniamo informati sulle nostre reti sociali, Facebook, Instagram e Mixcloud. 
Quali sono i prossimi appuntamenti da non perdere? 
Sicuramente il 31 dicembre all’Avana in una location molto interessante

che non rivelo… Comunque bisogna tenere le orecchie aperte perché sarà una sorpresa. In Europa voglio dare l’anticipazione di un Hape al carnevale di Venezia. A fine febbraio ci sarà un evento molto interessante a N’Djamena con moltissimi artisti locali. Poi ci sono un sacco di sorprese che usciranno nel corso dell’anno. Lo spirito sarà sempre quello di creare ponti tra culture in un’epoca in cui questi ponti sono necessari per capirsi.

LE FOTOGRAFIE SONO GENTILE CONCESSIONE
DI EMANUELE MOZZETTI