THE BLOG

27
Nov

Gli italiani a Cuba

Nel giorno in cui inizia la settimana della cultura italiana a Cuba (vedi il programma), viene quasi naturale parlare della comunità italiana a Cuba. Mi correggo: posso parlare in linea generale soltanto della comunità avanera e, in ogni caso, per sensazioni ed approssimazioni. Gli italiani si passano accanto. Difficilmente comunicano tra loro. Una diaspora di cani sciolti sembra essere. Cani incattiviti, spesso e volentieri, che hanno portato ai Caraibi un container pieno di tossine e di sguardi di traverso. Non tutti. Non sempre. È chiaro.
Però li riconosci, dai loro forum virtuali, dalle loro sbrasonate reali: tutti in un’eterna competizione, tutti iscritti al campionato del chi è più paraculo, del chi non paga le donne, di chi mangia con un dollaro, di chi dorme con tre dollari, di chi conosce quello che conta, quello della scorta di Fidel. Questo è importante: tutti gli italiani conoscono uno che era della scorta di Fidel. Bambini, donne, zoppi, morti, tutti erano la scorta di Fidel, alcuni il braccio destro (e chi era, un polpo?). I casi sono due: o Fidel aveva una scorta pari ai cittadini di Rieti oppure è pieno di cazzari. Ho il sospetto che la risposta esatta sia la seconda. Ovviamente le sbrasonate italiane non si limitano ai forum e a Facebook ma scavano ancora pericolose brecce negli ascoltatori cubani più ingenui. Ti si stringe il cuore nel vedere curvi ometti attempati, strappati dal grigiore depresso della provincia italiana, pensionati sventrati dalla monotonia della terza età e dalle pagine di Trotto Sportsman, che si atteggiano a  ricchi capitani d’azienda, a uomini di potere. Vorresti dirglielo alla poveretta di turno, al poveretto, a chiunque, che quel tipo, degno di tutta la nostra pietà, non è niente più del suo riporto, della sua palpebra floscia come un Fila brasileiro. Che dietro quell’orecchino che si è montato addosso in fretta insieme ad una tinta mogano che lo rende la copia mobile di una cattedra Luigi XV, non c’è niente. Sicuramente non i soldi e gli scenari che la poveretta sogna. Quelli che la tengono ipnotizzata e paziente. Dietro quella palizzata cigolante c’è al massimo qualche scopata difficile, promesse infami, overdosi di Viagra, tic da ducetto fuori tempo, fuori età, fuori ruolo. E cazzate. Tante. Le cazzate sono la costante. Gli italiani sono cani sciolti fregnacciari. Vergognosi della propria traiettoria qui. Delle proprie umiliazioni che vorrebbero consegnare all’oblio. Quelli massacrati dalle famiglie di lei. Quelli massacrati dai compromessi. Quelli che hanno costruito Milano 2 all’Avana per plotoni di cugini e papponi di lei (?) e poi sono tornati a Milano 2, quella vera, grazie ad una disperata colletta di ex amici di scuola. Quelli che s’inventano viaggi esplorativi di lavoro per ricordarsi com’era quando una donna si accorgeva che esistevi. Hanno dei luoghi. Questo lo so. Uno è la pasticceria che sta sotto all’hotel Inglaterra davanti al Parque Central all’Avana Vecchia. Il bar sarebbe pure carino ma è ormai nelle loro mani. Ettolitri di Grecian 2000, innesti di zolle del Wembley stadium sulla testa, tatuaggi di guerrieri deformati dal grasso che sono diventati bozzetti sbagliati del Guernica. Bighellonano lì. Si raccontano di conquiste leggendarie. Di giornate che solo immaginarle per trenta secondi ti fa baciare i tuoi cari e sussurrare commosso: “poteva andarci peggio… Anche meglio, chiaro, ma anche peggio, credimi, molto peggio…”.
Ma solo questi? Ci sono solo questi italiani a Cuba? No, tranquilli. Mi andava un po’ di inzuppare il pane nel lerciume facile. No. Per fortuna c’è anche brava gente. Gente interessante. Imprenditori veri. Artisti veri. Pensionati sereni. Lavoratori. Mi piacciono molto quelli che stanno a Cuba e si sono dati una seconda possibilità. Una seconda possibilità per essere migliori. O per inseguire i sogni lasciati a metà. Conosco gente che si è rimessa a studiare. Conosco quello che a settant’anni ha deciso di fare il regista e si è messo a studiare a San Antonio de los Banos insieme ai ventenni ed ora gira film. Conosco perfino uno che a Cuba ha deciso di fare sul serio con la scrittura e ha messo su un blog e ha pubblicato dei libri. Le seconde possibilità. Quelle che solo pochi si danno. In una miscela strana di coraggio e incoscienza.
Insomma, inizia oggi la settimana della cultura italiana a Cuba ed è l’occasione per seguire un programma finalmente di livello e, perchè no, per intercettare qualche esemplare di questa strana razza di animali feriti che sono gli italiani. Non abbiate paura, non mordono. Non tutti.

24
Nov
21
Nov

Settimana della Cultura Italiana 2017 Il Programma

Di seguito il programma delle attività della Settimana della Cultura italiana che si terrà a L’Avana dal 27 novembre al 3 dicembre

20
Nov

Scherza coi santi


Molti stranieri sono attratti dalle pratiche religiose relative alla santeria cubana. È sempre meno raro vedere, che so, austeri banchieri svizzeri vestiti di bianco come gelatai romagnoli, pieni di bracciali colorati, mentre attraversano l’anno di iniziazione alla santeria; ex macellai di Cuneo alle prese con una complicatissima serie di divieti finalizzati alla salvezza del proprio culo: niente barbabietole prima dell’una; gelati sì, ma solo di soia e mai, dico mai, il pistacchio; noci in modica quantità, ma senza sgusciarle e da mettere in bocca con la mano sinistra; non indossare mai un poncho argentino che non ti sia stato regalato da una vergine.

Al centro di tutto questo c’è il Babalawo, in genere un ceffo dalla dubbia vocazione, che parla coi morti attraverso il lancio di una manciata di cozze, che si autoproclama guida spirituale. Tendo a non prendere sul serio niente di tutto ciò. Ho rispetto per la spiritualità autentica, la considero una dimensione nobile dell’essere umano, forse la più nobile, ma qui, in questa strana convergenza di paura, credulità, cialtroneria, paraculaggine, frode, e di nuovo paraculaggine, non trovo niente, neanche sforzandomi, da rispettare. Conosco talmente bene questa spazzatura venduta come religione (sono di Roma, ho studiato per anni in scuole pontificie, so chi sono i preti…) che riesco a riconoscerla al volo. Monoteismi, politeismi, sincretismi, animismi, fa lo stesso. È potere, politica, conta delle anime, quattrini. Piuttosto rimango sempre disarmato e sorpreso di fronte al bisogno di tutti, dai più istruiti ai più fragili, di qualcosa che non sia il tutto-qui, di questa terra svuotata da dio e dagli dei, forse da questi mai abitata, chimica, fisica e poco altro. Personalmente sarei per il ritorno ad un ateismo di stato ma pare non si possa tornare “indietro” e quindi andiamo “avanti” coi papi, gli stregoni, le vergini, Geova e Maometto. In ogni modo l’aspetto rilevante di tutto questo discorso è il profilo fortemente pratico della spiritualità cubana. Questo mi piace o, se non proprio mi piace, mi interessa. Quell’essere sovrannaturale che il cubano interpella è terribilmente vicino, prossimo, quasi un vicino di casa, comprensibile. Lo è nei modi, nei vizi, nelle debolezze. Veniamo da un dio inintelligibile, lontano, il rompicapo di se stesso, ingiusto e quasi indifendibile, tenuto in vita da raffiche di misteri-della-fede come fossero file mai derubricati per la ragion di stato, ed atterriamo a Cuba a visitare divinità mercantili, quelle che chiedono un sigaro buono, caramelle, una gallina, una cena, e allora ti fanno un favore. Una specie di borsa nera della grazia. C’è l’asfissiante aria stantia della compravendita, della necessità di non urtare umori, di non far incazzare un santo che ha l’aria di un bossetto del basso napoletano, quello che ti chiede privazioni e penitenze incomprensibili solo per rimarcare una volta in più un potere che coincide con un giramento di culo. Così, un’aria da quartieri spagnoli, da Magliana: ambienti maleodoranti e sacerdoti con la barba di due giorni, in canotta, intermediari di divinità che sono appena andate a mignotte, che hanno bevuto, che ti chiedono il pizzo. Il cubano si rivolge a questo o a quel santo come si rivolgerebbe a un padrino, per fare una giustizia da pianerottolo, per trovare un lavoro migliore, per avere il visto per l’Italia. Davanti agli sportelli dell’Ambasciata italiana a Cuba campeggia un cartello che recita: non sarà accettata la documentazione recante polveri o sostanze. Questo cartello ti apre un mondo. Ti fa immaginare tutta la filiera della polvere magica: il viaggiatore angosciato, il vicinato riunito, il babalawo paraculo, l’interrogazione del santo, i lanci nervosi di cozze e vongole su un tavolo, la sentenza del bossetto: infila una manciata di ossa tritate nella busta e dormi sereno. Avanti un altro, veloce, che c’ho da fa’. La cosa che davvero mi coinvolge riguarda gli animali. Non sono un animalista neanche decente, però ci penso. Dato che molto spesso una cerimonia finalizzata a leccare il culo a un santo prevede l’uccisione di una marea di animali, galline, capre, agnelli, io francamente penso che nel 2017 questo sia merda. Questo antropocentrismo medievale è davvero inaccettabile. Dovrebbe essere perseguito per legge e basta. È barbarie. Perchè il tuo viaggio in Italia dovrebbe essere ontologicamente più importante della vita di una capra? Che cazzo c’entra quella capra con le tue frustrazioni, con le tue sfighe, con le tue impotenze?

Chiudo qui. Resta comunque sempre negli occhi, come un’eclissi, l’eclissi della ragione, l’immagine malinconica di quel ferramenta belga, di quel panettiere di Malaga, di quell’idraulico di Potenza vestiti come barellieri del San Camillo che con una determinazione fragilissima, (fragilissima davvero, gli si legge negli occhi), così conciati mettono in freezer secoli di laicismo conquistato col sangue e, con un gesto soltanto, mettono la testa nelle chiappe.  Perchè la domanda cruciale sul senso della nostra vita, quella che ci rivolgiamo ogni giorno senza parole, può avere anche risposte stupide.
16
Nov