Gli italiani a Cuba

Nel giorno in cui inizia la settimana della cultura italiana a Cuba (vedi il programma), viene quasi naturale parlare della comunità italiana a Cuba. Mi correggo: posso parlare in linea generale soltanto della comunità avanera e, in ogni caso, per sensazioni ed approssimazioni. Gli italiani si passano accanto. Difficilmente comunicano tra loro. Una diaspora di cani sciolti sembra essere. Cani incattiviti, spesso e volentieri, che hanno portato ai Caraibi un container pieno di tossine e di sguardi di traverso. Non tutti. Non sempre. È chiaro.
Però li riconosci, dai loro forum virtuali, dalle loro sbrasonate reali: tutti in un’eterna competizione, tutti iscritti al campionato del chi è più paraculo, del chi non paga le donne, di chi mangia con un dollaro, di chi dorme con tre dollari, di chi conosce quello che conta, quello della scorta di Fidel. Questo è importante: tutti gli italiani conoscono uno che era della scorta di Fidel. Bambini, donne, zoppi, morti, tutti erano la scorta di Fidel, alcuni il braccio destro (e chi era, un polpo?). I casi sono due: o Fidel aveva una scorta pari ai cittadini di Rieti oppure è pieno di cazzari. Ho il sospetto che la risposta esatta sia la seconda. Ovviamente le sbrasonate italiane non si limitano ai forum e a Facebook ma scavano ancora pericolose brecce negli ascoltatori cubani più ingenui. Ti si stringe il cuore nel vedere curvi ometti attempati, strappati dal grigiore depresso della provincia italiana, pensionati sventrati dalla monotonia della terza età e dalle pagine di Trotto Sportsman, che si atteggiano a  ricchi capitani d’azienda, a uomini di potere. Vorresti dirglielo alla poveretta di turno, al poveretto, a chiunque, che quel tipo, degno di tutta la nostra pietà, non è niente più del suo riporto, della sua palpebra floscia come un Fila brasileiro. Che dietro quell’orecchino che si è montato addosso in fretta insieme ad una tinta mogano che lo rende la copia mobile di una cattedra Luigi XV, non c’è niente. Sicuramente non i soldi e gli scenari che la poveretta sogna. Quelli che la tengono ipnotizzata e paziente. Dietro quella palizzata cigolante c’è al massimo qualche scopata difficile, promesse infami, overdosi di Viagra, tic da ducetto fuori tempo, fuori età, fuori ruolo. E cazzate. Tante. Le cazzate sono la costante. Gli italiani sono cani sciolti fregnacciari. Vergognosi della propria traiettoria qui. Delle proprie umiliazioni che vorrebbero consegnare all’oblio. Quelli massacrati dalle famiglie di lei. Quelli massacrati dai compromessi. Quelli che hanno costruito Milano 2 all’Avana per plotoni di cugini e papponi di lei (?) e poi sono tornati a Milano 2, quella vera, grazie ad una disperata colletta di ex amici di scuola. Quelli che s’inventano viaggi esplorativi di lavoro per ricordarsi com’era quando una donna si accorgeva che esistevi. Hanno dei luoghi. Questo lo so. Uno è la pasticceria che sta sotto all’hotel Inglaterra davanti al Parque Central all’Avana Vecchia. Il bar sarebbe pure carino ma è ormai nelle loro mani. Ettolitri di Grecian 2000, innesti di zolle del Wembley stadium sulla testa, tatuaggi di guerrieri deformati dal grasso che sono diventati bozzetti sbagliati del Guernica. Bighellonano lì. Si raccontano di conquiste leggendarie. Di giornate che solo immaginarle per trenta secondi ti fa baciare i tuoi cari e sussurrare commosso: “poteva andarci peggio… Anche meglio, chiaro, ma anche peggio, credimi, molto peggio…”.
Ma solo questi? Ci sono solo questi italiani a Cuba? No, tranquilli. Mi andava un po’ di inzuppare il pane nel lerciume facile. No. Per fortuna c’è anche brava gente. Gente interessante. Imprenditori veri. Artisti veri. Pensionati sereni. Lavoratori. Mi piacciono molto quelli che stanno a Cuba e si sono dati una seconda possibilità. Una seconda possibilità per essere migliori. O per inseguire i sogni lasciati a metà. Conosco gente che si è rimessa a studiare. Conosco quello che a settant’anni ha deciso di fare il regista e si è messo a studiare a San Antonio de los Banos insieme ai ventenni ed ora gira film. Conosco perfino uno che a Cuba ha deciso di fare sul serio con la scrittura e ha messo su un blog e ha pubblicato dei libri. Le seconde possibilità. Quelle che solo pochi si danno. In una miscela strana di coraggio e incoscienza.
Insomma, inizia oggi la settimana della cultura italiana a Cuba ed è l’occasione per seguire un programma finalmente di livello e, perchè no, per intercettare qualche esemplare di questa strana razza di animali feriti che sono gli italiani. Non abbiate paura, non mordono. Non tutti.

Scherza coi santi


Molti stranieri sono attratti dalle pratiche religiose relative alla santeria cubana. È sempre meno raro vedere, che so, austeri banchieri svizzeri vestiti di bianco come gelatai romagnoli, pieni di bracciali colorati, mentre attraversano l’anno di iniziazione alla santeria; ex macellai di Cuneo alle prese con una complicatissima serie di divieti finalizzati alla salvezza del proprio culo: niente barbabietole prima dell’una; gelati sì, ma solo di soia e mai, dico mai, il pistacchio; noci in modica quantità, ma senza sgusciarle e da mettere in bocca con la mano sinistra; non indossare mai un poncho argentino che non ti sia stato regalato da una vergine.

Al centro di tutto questo c’è il Babalawo, in genere un ceffo dalla dubbia vocazione, che parla coi morti attraverso il lancio di una manciata di cozze, che si autoproclama guida spirituale. Tendo a non prendere sul serio niente di tutto ciò. Ho rispetto per la spiritualità autentica, la considero una dimensione nobile dell’essere umano, forse la più nobile, ma qui, in questa strana convergenza di paura, credulità, cialtroneria, paraculaggine, frode, e di nuovo paraculaggine, non trovo niente, neanche sforzandomi, da rispettare. Conosco talmente bene questa spazzatura venduta come religione (sono di Roma, ho studiato per anni in scuole pontificie, so chi sono i preti…) che riesco a riconoscerla al volo. Monoteismi, politeismi, sincretismi, animismi, fa lo stesso. È potere, politica, conta delle anime, quattrini. Piuttosto rimango sempre disarmato e sorpreso di fronte al bisogno di tutti, dai più istruiti ai più fragili, di qualcosa che non sia il tutto-qui, di questa terra svuotata da dio e dagli dei, forse da questi mai abitata, chimica, fisica e poco altro. Personalmente sarei per il ritorno ad un ateismo di stato ma pare non si possa tornare “indietro” e quindi andiamo “avanti” coi papi, gli stregoni, le vergini, Geova e Maometto. In ogni modo l’aspetto rilevante di tutto questo discorso è il profilo fortemente pratico della spiritualità cubana. Questo mi piace o, se non proprio mi piace, mi interessa. Quell’essere sovrannaturale che il cubano interpella è terribilmente vicino, prossimo, quasi un vicino di casa, comprensibile. Lo è nei modi, nei vizi, nelle debolezze. Veniamo da un dio inintelligibile, lontano, il rompicapo di se stesso, ingiusto e quasi indifendibile, tenuto in vita da raffiche di misteri-della-fede come fossero file mai derubricati per la ragion di stato, ed atterriamo a Cuba a visitare divinità mercantili, quelle che chiedono un sigaro buono, caramelle, una gallina, una cena, e allora ti fanno un favore. Una specie di borsa nera della grazia. C’è l’asfissiante aria stantia della compravendita, della necessità di non urtare umori, di non far incazzare un santo che ha l’aria di un bossetto del basso napoletano, quello che ti chiede privazioni e penitenze incomprensibili solo per rimarcare una volta in più un potere che coincide con un giramento di culo. Così, un’aria da quartieri spagnoli, da Magliana: ambienti maleodoranti e sacerdoti con la barba di due giorni, in canotta, intermediari di divinità che sono appena andate a mignotte, che hanno bevuto, che ti chiedono il pizzo. Il cubano si rivolge a questo o a quel santo come si rivolgerebbe a un padrino, per fare una giustizia da pianerottolo, per trovare un lavoro migliore, per avere il visto per l’Italia. Davanti agli sportelli dell’Ambasciata italiana a Cuba campeggia un cartello che recita: non sarà accettata la documentazione recante polveri o sostanze. Questo cartello ti apre un mondo. Ti fa immaginare tutta la filiera della polvere magica: il viaggiatore angosciato, il vicinato riunito, il babalawo paraculo, l’interrogazione del santo, i lanci nervosi di cozze e vongole su un tavolo, la sentenza del bossetto: infila una manciata di ossa tritate nella busta e dormi sereno. Avanti un altro, veloce, che c’ho da fa’. La cosa che davvero mi coinvolge riguarda gli animali. Non sono un animalista neanche decente, però ci penso. Dato che molto spesso una cerimonia finalizzata a leccare il culo a un santo prevede l’uccisione di una marea di animali, galline, capre, agnelli, io francamente penso che nel 2017 questo sia merda. Questo antropocentrismo medievale è davvero inaccettabile. Dovrebbe essere perseguito per legge e basta. È barbarie. Perchè il tuo viaggio in Italia dovrebbe essere ontologicamente più importante della vita di una capra? Che cazzo c’entra quella capra con le tue frustrazioni, con le tue sfighe, con le tue impotenze?

Chiudo qui. Resta comunque sempre negli occhi, come un’eclissi, l’eclissi della ragione, l’immagine malinconica di quel ferramenta belga, di quel panettiere di Malaga, di quell’idraulico di Potenza vestiti come barellieri del San Camillo che con una determinazione fragilissima, (fragilissima davvero, gli si legge negli occhi), così conciati mettono in freezer secoli di laicismo conquistato col sangue e, con un gesto soltanto, mettono la testa nelle chiappe.  Perchè la domanda cruciale sul senso della nostra vita, quella che ci rivolgiamo ogni giorno senza parole, può avere anche risposte stupide.

Calcio, futbòl…


Calcio a Cuba el Futbol
Dopo una breve deviazione al Baobab di Roma la settimana scorsa, torno con la testa e con il corpo (non mi sono mai mosso per la verità) a Cuba. Lascio quella splendida partita di calcio a San Lorenzo di qualche mese fa e mi affaccio su qualche campetto sgangherato dell’Avana. Il calcio. Sembra un fenomeno incontenibile. Da sempre mi domando quale sia il suo segreto. Perchè un pianeta intero lo giochi, perchè riesca a sradicare in un lampo abitudini profonde, tradizioni, per imporsi con tutta la sua semplicità, con tutta la sua forza.

La semplicità, senz’altro è un elemento. Per fare una partita basta un pallone di stracci e quattro persone disposte a corrergli dietro. Ma non è sufficiente. Allora sarebbero più semplici ancora le gare di corsa. I pugni. La lotta. Forse dipende dall’accessibilità. Per correre e vincere devi avere il fisico. Per fare a pugni fisico e coraggio. Per la lotta, idem. Il calcio è diverso. Il più grande calciatore di tutti i tempi, Maradona, era un nano tracagnotto, che si allenava poco. Però aveva piedi. Messi, il più forte giocatore attuale è piccolo, stortarello, eppure nasconde la palla a gente alta il doppio di lui, infinitamente più forte. Ma c’è anche Cristiano Ronaldo, l’opposto, alto, muscoloso. Il calcio è possibilità aperta a tutti. È arte pura. Non serve il fisico, serve maggiore o minore distanza dall’ispirazione. Tutta questa menata per dire che a Cuba il calcio ha soppiantato totalmente il baseball. Forse l’ho già detto precedentemente ma confermo un processo già quasi giunto a destinazione. Il cubano gioca a calcio, moltissimo. Così come gli italiani giocavano per strada fino a 30/40 anni fa. Io ogni tanto mi fermo a guardare qualche partita. Un italiano non guarda una partita per passare il tempo. Per un italiano il calcio è una cosa seria. La più seria. Vedo talenti, accenni di talenti, prospettive. Già qualche tempo fa ho vaticinato che nei prossimi 15 anni qui a Cuba uscirà fuori un giocatore bravo.  È inevitabile. Giocano molto, giocano per strada, chiudono il passaggio di vicoli, mettono due porte e giocano. Ma… Ma c’è un ma. Un italiano lo sa. Per diventare calciatore non basta il talento. I diamanti grezzi, senza un bravo tagliatore restano sassi. Il grande limite dell’intero movimento calcistico cubano sta proprio in un detto che i cubani usano quando parlano di se stessi. Dicono: “el cubano si no llega se pasa…”. Che vuol dire? Letteralmente: il cubano se non arriva ad una cosa la supera. In qualche modo il riconoscimento della propria immodestia genetica. Credo che l’immodestia sia nettamente migliore del suo opposto ma credo anche che sviluppare la capacità di mettersi in ascolto, di sospendersi momentaneamente sia un’altra utile facoltà. Un paio d’anni fa mi trovavo a riparare un televisore in Vedado. Mentre il tecnico stava smontando la scocca posteriore inizia a conversare con me. Italiano. Sì italiano. Io sono appassionato di Umberto Eco. Il migliore scrittore italiano, vero? La risposta era no ma non ascoltava. Poi la conversazione è scivolata sul calcio. Mi ha chiesto due o tre sciocchezze sul tifo e subito ha iniziato a spiegarmi il calcio. Spiegarmi. Mezz’ora di cazzate allucinanti. Presunte regole tattiche, presunte formule del successo, algoritmi della vittoria. Io ho retto un sorrisetto complice per venti minuti, poi, temendo la paresi, ho chiuso la comunicazione dicendo: “sì, per noi italiani il calcio è un’altra cosa…”. Non era curioso di sapere come funzionano le cose in un paese grande come un bilocale che ha vinto quattro campionati del mondo? Non era curioso di sapere, di imparare, che da quando abbiamo tre anni ci straziamo le giornate sulla migliore posizione in campo di Amenta, sui movimenti giusti di un centravanti di manovra come Musiello, sull’arte di chiamare il fuorigioco, di dirigere una difesa, di marcare uno veloce, sul 433, sulle virtù del 352, del 442, sull’arte del fallo tattico. Non era curioso di sapere che da quando avevo tre anni fino ad oggi avrò visto cinquemila partite, le avrò commentate, tutte, con esperti di alto livello, le avrò vivisezionate, smontate, rimontate. Non era curioso di sapere che noi italiani regoliamo la nostra vita sul calendario di serie a, che giochiamo a calcio da quando abbiamo tre anni e allenatori eccellenti (perchè gli italiani sono storicamente i migliori allenatori del mondo) ci spiegano come marcare, come fare i tagli se sei una punta, come fare l’elastico, come e quando alzare la testa, come perdere tempo, quando fare le sovrapposizioni, quando anticipare, quando aspettare. Non era curioso di sapere che abbiamo genitori (non i miei per fortuna) che da quando abbiamo tre anni ci gridano oscenità dalla rete dei campi di pozzolana, insultano gli arbitri, ci seguono a Montelanico, a Vicovaro, a Tor Tre Teste. Non era curioso di sapere che il calcio per noi è vita? Un tratto del nostro codice genetico, un filtro attraverso cui guardiamo il mondo? No, non era curioso. Lui sapeva tutto, e me lo spiegava… Ecco, no, Cuba ha messo in piedi una settore tecnico per gestire questo fenomeno che, usando un eufemismo, potremmo definire non all’altezza. Mi raccontano di vicende esilaranti. Di “intuizioni tattiche”, diciamo, creative. Riunioni di aggiornamento in cui vengono proposti testi che un italiano di terza categoria ha letto, riletto e superato dal 1970. Uno spettatore qualunque di uno stadio italiano potrebbe tenere qui classi magistrali sul calcio. Non è una battuta. L’anno passato mi sembra che il campionato lo abbia vinto a mani basse Santiago e solo perché era allenato da un italiano qualunque di cui non so il nome. Immagino abbia sistemato due o tre cose, messo giocatori nei giusti ruoli, obbligato a passare la palla e ha vinto lo scudetto. Ecco, non sapere non è una colpa. Io per esempio non ho mai capito il baseball. Se ne sentissi la necessità andrei da un cubano e mi metterei in ascolto. Muto in ascolto. Riguardo al calcio auguro a Cuba di fare lo stesso. Uscire dalla dittatura del “si no llego me paso”. Io chiamerei un team di una trentina di allenatori di prima e seconda categoria italiana e li metterei a lavorare qui. A fare scuola calcio. A insegnare il calcio ai bambini e agli adulti. In pochi anni il calcio cubano decollerebbe, ne sono sicuro.

Nel frattempo io ogni tanto mi dedico ad una delle cose più serie che so fare: mi attacco alle reti dei campetti di Playa, prendo nota di tutto, soffoco la voglia di gridare qualcosa al terzino che non torna mai, di elogiare il taglio di una punta. Io che mi vanto con gli amici di aver scoperto Ibrahimovich, Verratti, Arsavin, Quintero (in realtà è stato il mio fallimento, ero sicuro che sarebbe diventato più forte di Messi, l’hanno preso in Portogallo e poi è scomparso. Qualcuno ha notizie di Quintero?), prima o poi lo scoprirò anche qui il talento. Ne sono sicuro. È una cosa seria. Il calcio. La cosa più seria che c’è.

Baobab experience


Voglio fare un passo indietro: marzo 2017. Un passo indietro nel tempo e uno dall’altra parte dell’oceano. In Italia, a Roma per l’esattezza. Mi trovavo lì per qualche settimana a visitare la famiglia, a festeggiare il mio compleanno e a fare una presentazione dei miei libri. Avevo sentito parlare molte volte del Baobab, non soltanto dell’albero, ma di un gruppo (come vogliamo chiamarlo?) di volontari che aveva preso questo nome e che da anni era impegnato a Roma nell’accoglienza degli immigrati. Un’amica particolarmente attiva, Marzia, relazionava quasi quotidianamente su Facebook riguardo alle iniziative, ai successi, ai problemi che questa organizzazione affrontava e da così lontano non riuscivo a mettere a fuoco niente. Capivo che c’era qualcosa di bello, di laico, uno slancio di quelli che piacciono a me, di quelli che nascono dalle migliori sfere di noi stessi e rompono un’inerzia, a volte la sordità dentro e fuori di sè.
Uno di quei giorni romani decido di andarli a trovare. Stavo col mio amico Giacomo ed era un tardo pomeriggio di inizio primavera, ancora freddo ma non troppo. L’occasione era una partita di calcio organizzata nel campo di San Lorenzo. Marzia mi aveva avvertito: “la partita sarà così… non ti aspettare granché, è la cosa in sé che è bella…”. E infatti la partita non era importante. Lo abbiamo capito subito. C’erano dozzine di ragazzi che correvano dietro un pallone. Una partita trenta contro trenta come minimo. Sembrava calcio gaelico. C’era quello stiloso, quello che non la passava mai, quello che non andava per il sottile e falciava tibie a ripetizione, quello che cercava invano di dare e tenere posizioni, quello timido, quello che si faceva rispettare. Erano immigrati, tanti. Marzia ha cominciato a raccontarci sottovoce qualche storia. Grandi, forti, storie troppo forti per essere comprese da un cuore soltanto. C’era quello, poco più di un bambino, che aveva perso semplicemente tutti. Quello che aveva pagato cifre astronomiche ai suoi “salvatori” ed era stato violentato. Tutti, molti, in modi diversi violentati. Quelli sfregiati, quelli segnati per sempre, fuori e dentro. Famiglie massacrate. Sentimenti decapitati per sempre. La vita, pensavo. Questa merda di vita. Quel campo. Dove da ragazzo avevo giocato anch’io. Oggi attraversato dalle diagonali di una sofferenza incomunicabile, incontenibile. Eppure ridevano. Alcuni. Esultavano per qualche gol assurdo. Si abbracciavano. Come me quando ero ragazzo. Oggi loro. Uno si chiamava Abdul. Uno Saul, Sael, non ricordo più. Uno era brutto da far spavento, un altro aveva occhi che ti mettevano al muro. Un altro una dignità che lo teneva in disparte. Finita la partita c’era una pasto per tutti. I volontari, ragazzi della mia età, altri più giovani, uomini e donne qualunque, intirizziti da un freddo che verso le nove si faceva sentire fin dentro le ossa, a distribuire piatti di plastica e sorrisi. Ti veniva voglia di metterti in gioco anche a te. Di dividere i dieci euro che avevi in tasca in mille pezzi, di moltiplicarli, per farli felici. Perdevano valore i dieci euro, la tua pigrizia, i tuoi tormenti, il tuo tempo e sbattevi la testa contro quel muro di realtà che il tuo cinismo normalmente rende invisibile. Avevo la mia scusa: due o tre giorni e poi tornavo a Cuba. Sull’aereo ho pensato al caso. All’insostenibile forza del caso. Io romano, italiano, a cui era andata bene senza meriti, io che ero nato nella parte giusta del mondo, dall’altra parte loro, condannati alle loro tragedie per gli stessi capricci del caso, per essere nati nel mondo sbagliato, senza meriti, senza colpe.  Avrei potuto parlarne. Già. Scriverne. Per esempio avrei potuto parlare della bellezza del Baobab, di una forza di solidarietà umana che nasce dal basso, senza confessioni, senza partiti, senza secondi fini. L’impulso e seguirlo. Niente di più. Niente di meno. Togliere tempo alla propria famiglia, al proprio lavoro, alle proprie pigrizie per fare un passo soltanto dall’altra parte degli altri. Avrei potuto parlare dell’ottusità di chi vede un pericolo in questo, dei professionisti della solidarietà che con la solidarietà ci campano. Quelli del Baobab li hanno sgombrati, trattati come appestati, come delinquenti. Forse perché dietro a un pezzo di pane non facevano spuntare un santino. Chissà. Forse perché non hanno approfittato di tanta manovalanza a basso costo per farsi realizzare qualche abuso edilizio notte tempo. Mi  hanno raccontato che in due anni hanno dato dignità a più di sessantamila esseri umani. Dico sessantamila, una stadio pieno. Una doccia. Cibo. Vestiti. Li hanno portati per Roma a conoscere il bello. Le opere d’arte. Li hanno fatti giocare, perché molti di loro sono poco più che bambini, cresciuti in fretta ma con la stessa voglia di tutti di correre dietro ad un pallone e fare gol. Finalmente il bello dopo tante mostruosità. Sì, certo, tra quei sessantamila ci sarà sicuramente stato qualche delinquente, qualche stronzo, qualche ladro, qualche potenziale stupratore. Così come ci sarà sicuramente stato tra gli esseri umani colpiti dai terremoti italiani. Ma la forza della solidarietà, l’apertura del cuore, vola più in alto. È un cuore che aprendosi dona e riceve. Ci rimette in pace col mondo. Ci sarà bisogno di cuore, tanto, nei decenni a venire. Ci sarà bisogno del Baobab e di tutto quello che di buono nasce da un impulso che va controcorrente. Se vi capita dategli una mano. Sarà una mano che date a voi stessi.
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