09
Ott

Ancora tu?


Di nuovo qui. Computer acceso, sigarette, totale disordine nella mia stanza, una trentina di libri sulla mia destra, un Kindle, un ombrello macchiato, uno scampolo di stoffa mal piegato, uno scatolone, due materassi in verticale, una lastra di cartongesso, un cavalletto, un pacco di carta igienica, una bici rotta, buste, un fornello, una scala, ma alla fine, qui,davanti a me, l’importante: lo spazio per questa tastiera, le mie dita, la voglia di scrivere.  In realtà, seppur con un’incostanza terrificante, ci sono sempre stato. Intendo dire nei pressi di questo blog, dalle parti di un diario di un viaggio che non è più un viaggio. Nell’ultimo anno ho scritto qualcosa ma, tirando le somme, gli ultimi post scritti con un impegno serio ed una cadenza regolare risalgono a quando? A un anno e mezzo, due anni fa? Ok. In questo tempo non sono stato in un sottoscala a piangere rivoltandomi in un lago di vomito ma ho tirato avanti.

Sono passati e naufragati un paio di progetti per riprenderlo in mano questo blog, sono passati due libri che ho scritto (uno in via di pubblicazione, l’altro, una nuova raccolta di racconti su Cuba, quasi terminato), amicizie, tempo, Lilin, Bolano, De Carlo, Hosseini, Montalban, Murakami, Palahniuk, De Lillo, altri, strade, persone, la cronica mancanza di soldi, di tempo, di forze, Il Messico, L’Ecuador, presentazioni in Italia, Fidel, la tv, la radio, fiacche lezioni d’italiano, un ciclone, errori, l’adolescenza di mia figlia, quella mia senza fine, donne casuali, vere, presunte, mancate, poi Flabia, mia moglie oggi, a modificare gli orizzonti, orizzonti come nuvole di panna che si deformano dandoti il senso del nulla e dell’eternità insieme, paure, gioie, potresti essere suo padre, potrebbe essere tua figlia, Francesco Totti che mi lascia solo, e poi, dal niente, l’arrivo dei cinquant’anni. Ecco, cinquant’anni. Come uno schiaffone dato bene. Incassato male. Ancora mi gira la testa. Ci rido sopra. Alla fine è più la recita che la sostanza. Mi vivono accanto. Come un coinquilino rumoroso ma divertente. Mi impongono ricordi, rimpianti, risate, fallimenti, soddisfazioni, in una carrellata sfocata che solo io so, che solo io sono. E Cuba. Ancora lei. L’avana per l’esattezza. Questo piatto agrodolce che non mi annoio di provare. Che quando penso di averlo capito sprigiona un sapore diverso che disfa la matassa. Più ci sto dentro e meno la conosco. La città, la gente. Mi sembra irragionevole ogni giorno di più l’ossessione per le categorie, per i paradigmi, l’istinto di rendere commestibile, di spiegare con parole proprie ciò che non è proprio. Si perde sempre, non una partita ma il gusto unico di un boccone. E’ forse per questo, per questa sottrazione costante di certezze, che ancora mi piace vivere qui. Scartando le definizioni che ti si costruiscono dentro, quelle degli altri, mi piace ancora vivere a cuore aperto questa intimità con l’ignoto. Cuba, L’Avana. Mi è venuta voglia di parlarne ancora. Perchè parlare di lei è parlare poco del fuori e molto del dentro. Itinerari interiori, tentativi, più che una geografia reale di persone e di cose. Ho fatto una lista di temi e in mezz’ora me ne sono venuti fuori 45. Considerando un tema a settimana ho un anno di cose da dire. Già perchè voglio impormi un metodo ed una disciplina. Parole arabe per me ma ho deciso di studiare l’arabo. E’ già deciso: ogni lunedì, cascasse il mondo, pubblicherò un pezzo sul blog. Poi so che il mondo cascherà spesso, che magari mi fermerò, che sarò fagocitato da altro, da altri. Ma per ora mi piace pensarlo così. Ogni lunedì, cascasse il mondo, io ci sarò. Fate un po’ voi.

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