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12
Gen

Mentre corri


La tua mezz’ora, due volte a settimana se non vince la pigrizia, pare faccia molto bene al cuore. Dicono così, al cuore soprattutto ma anche al resto, alle ossa, alla testa, al sangue. La tua mezz’ora sudata, che certe volte passa in un attimo, mentre altre volte sei costretto a spezzettarla in frammenti agonizzanti per comporla. Mezz’ora. Da quasi cinque anni all’Avana. Il tuo ritmo lentissimo a causa del quale tutti ti superano e ti umiliano, i giovani ovviamente, ma anche le donne, tutti, la tua musica nelle orecchie, il vento caldo.

Oggi stavo correndo e mi sembrava che il tempo fosse passato proprio intorno alle mie corse, come un avversario dispettoso e imprendibile che ti passa a lato e ti sfotte. Correvo per Quinta ascoltando la Playlist con cui attualmente mi devasto le giornate, e ripensavo alle mie corse. 
I primi tempi andavo a correre a Santa Fe. Lì abitavo. C’era un campo molto grande ed un sentiero che ne percorreva l’intero perimetro. Era il 2012 e avevo appena iniziato quest’avventura ubriacante che si chiama Cuba. E immediatamente la mia vita disfatta e poi un’altra donna e poi i saluti a mia figlia, le promesse, e poi quel senso di colpa che m’inseguiva ad ogni passo. Cercavo di scattare in avanti ma quello mi raggiungeva. E allora speravo di morire là, in un attimo, un battito diverso del cuore e fine. E invece non morivo. E allora ricostruivo e allora andavo a correre sul Malecon, mesi dopo. Vivevo con un’altra donna e mia figlia la vedevo i fine settimana. E scendevo per calle M e arrivavo all’altezza dell’ambasciata americana. Mettevo le cuffie e pensavo alla bellezza della vita. Ascoltavo le canzoni del gruppo Camila e sognavo. Scrivevo molto e coltivavo l’illusione di fare qualche tipo di ordine nella mia esistenza. Ma l’ordine non esiste. E’ un’allucinazione nevrotica e nient’altro. E allora era arrivata la pubblicazione del mio primo libro e allora sono andato a correre e ho pianto. E allora ho telefonato a quella che era stata mia moglie e abbiamo pianto insieme. In fondo i sogni non sono niente se non hai qualcuno con cui piangerne o riderne insieme, no? E allora correvo perché poteva essere la mia ultima corsa e non me ne sarebbe fregato niente. Ero felice. Ma non riuscivo a morire. E poi, continuando a correre, niente è rimasto com’era. E allora ho conosciuto un’altra donna e ci siamo inseguiti come bambini e ci siamo mandati migliaia di messaggi in bottiglia e allora non abbiamo trovato mai la sceneggiatura giusta che comprendesse due talenti come noi e allora andavo a correre nello stadio devastato tra Calle G e Malecon. Mi piaceva quella terra sporca, mi piacevano le gradinate distrutte come la dentiera di un matto, mi piaceva quell’odore di tutto. E correndo ci siamo stati lontani e vicini e intimi ed estranei e poi un giorno ci siamo dati un bacio che sembrava l’inizio e invece era una specie di addio. Ma gli addii non esistono neanche coi morti figurarsi coi vivi. E allora ho cambiato casa un’altra volta. E mia figlia cresceva e i miei amori cambiavano e correvo in Quinta. E inseguivo storielle da poco e ricevevo messaggi proprio mentre correvo e in certi momenti mi sentivo un gigante, in altri nessuno, e mi piaceva quell’alternanza. E correndo mi piacevo di più. Mi sentivo parte di questa città. Dei pischelli che mi superavano sugli skateboard, dei miei coetanei che arrancavano sputando bestemmie come me, mi sembrava il centro del mondo ed era il centro del mondo, ne sono sicuro. E sarei potuto morire ancora una volta e non sarebbe stato un dramma: cos’altro cercare, in fondo, se quello che volevi lo hai avuto? Ma correndo riscrivevo una nuova, difficile, lista dei desideri. Pare faccia bene al cuore, come la corsa, pare facciano bene alla vita, i desideri, il futuro, la metafisica di queste quattro ossa. E allora con lei facevo sul serio e allora lei faceva sul serio con me. E nella mia cuffia c’era Tiziano Ferro e Vasco Rossi e cantavo quelle canzoni mentre correvo e ballavo. La gente mi guardava ma non era importante. Quando si corre con la musica nelle orecchie e la vita va bene, o anche soltanto una donna ti ha sorriso dichiarandoti il proprio amore, allora bisogna ballare. E’ bello ballare e cantare all’Avana al tramonto, col caldo. Perchè poi le canzoni finiscono e bisogna interpretarle lì, davanti a tutti, al massimo delle proprie possibilità, ognuna come fosse l’ultima. E allora cantavo e correvo. Da Calle 16 fino a calle 70, andata e ritorno. La solita mezz’ora. E pensavo alla prossima sera, alla prossima rappresentazione. E pensavo alle cose che si mettono in ordine per poi disfarsi di nuovo come i mandala e il vento. E allora la mandavo via dalla mia vita e correndo pensavo che sarebbe finita lì. E invece continuava a inseguirmi coi ricordi. E allora ricordavo quando correvamo insieme su Quinta e parlavamo. E poi la fatica ci toglieva il fiato e le parole ma non la voglia di correrci accanto. E allora ricordavo il giorno in cui aveva avuto un attacco di asma correndo e allora ci siamo resi conto di essere mortali e siamo diventati seri. Non tristi. Seri. Poi mi è venuto in mente il suo passo irregolare che me la faceva amare. Vaglielo a spiegare che era quello il centro dell’universo per me. E allora mettevo la musica più forte e allora smettevo di pensare e lei tornava lontana senza dirmi addio perché gli addii sono un’astrazione di chi non ha capito la vita. E allora arrivavano altre a corrermi accanto, a non lasciarmi solo e si appoggiavano alle canzoni, gli davano vita. Mi dicevano che la corsa è il tragitto, i volti che incroci, i sorrisi che lasci.  
Oggi sono passati quasi cinque anni dalla prima volta e stavo correndo in Quinta ancora una volta. Dopo venti minuti mi sono fermato. Ho bloccato il cronometro ed ho iniziato a camminare. Non ero particolarmente stanco ma avevo voglia di cantare a squarciagola una canzone stupida che era appena passata nelle mie orecchie. L’ho rimessa da capo. Mi piacciono le canzoni stupide. Quelle che la gente considera poco. Spesso aprono crepe inaspettate. Senza volerlo, ma le aprono. “Niente di grave” di Max Pezzali. Ho iniziato a cantare mentre la gente che mi scorreva accanto mi guardava perplessa. “Niente di grave, tutto si aggiusterà…”, a pieni polmoni. In un tardo pomeriggio unico di L’Avana. Perché la vita è sempre un ininterrotto tramonto. E quella canzone stupida mi faceva piegare i suoi significati ad un’idea soltanto: che non c’era niente di grave in questo assurdo tramonto che ci attraversa, ma solo sorrisi, canzoni da cantare forte, sguardi da incrociare, baci da dare, distanze indeterminate da percorrere al proprio ritmo fino alla fine. Correre ancora, perché pare faccia bene, benissimo al cuore. E il cuore è una cosa seria: è l’unica luce che non si spegne anche nei tramonti che sembrano infiniti.