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28
Dic

Fantasmi


C’era il mare dietro al buio della Playita de 16 e in mezzo sagome di persone che passavano come fantasmi tra la terra e il cielo. Tra ciò che restava della terra e ciò che restava del cielo. Giovanni e Daisy avevano preso un tavolo appartato nel ristorante 7 dias che si affacciava proprio su questo panorama soltanto intuito e intuivano le onde e le maree e la sensazione della risacca sulla pelle, quella che ti sposta appena ma ti avverte soltanto di ciò di cui sarebbe capace.

Venivano da una giornata di incomprensioni, di messaggi gridati, di passi indietro, di preghiere sussurrate. C’era qualcosa di più, e lo sapevano entrambi. Ma era un grumo e nient’altro. Non aveva un volto né un nome come nei parti prematuri o negli amori che si allontanano fino a diventare niente. Avevano chiacchierato di nulla quasi fino al dolce. Avevano riempito l’aria di frasi inutili, di fatti da poco, ma c’erano fantasmi. Li vedevano entrambi. Che si sedevano accanto. Gli toglievano respiri. Gli acceleravano i battiti.
“C’è una cosa importante che devo dirti”
“Già la so. Lasciami indovinare: viene il tuo ragazzo, il tuo ex, quello che è, dagli Stati Uniti e vuoi vederlo…”
“No, lui non c’entra. E’ un’altra cosa…”
“Vuoi lasciarmi. E’ questo che volevi dirmi?”
“No. Non è questo…”
“E allora che è. Finiscila con i misteri”
“Me ne vado”
“Te ne vai… che vuol dire?”
“Martedì mattina ho l’appuntamento in ambasciata. Mi danno il visto e me ne vado a Miami a febbraio se tutto va bene”.
Giovanni aveva sentito qualcosa d’imprevisto. Un fantasma aveva trovato accesso da qualche parte nel suo stomaco e stava salendo: i polmoni, il cuore, la gola, gli occhi. Aveva iniziato a piangere senza avvisare neanche se stesso. Stavano andando via tutti. E tutti gli avevano lasciato un cesto di sentimenti mozzati e di addii. Ora era la volta di Daisy che gli si dissolveva davanti agli occhi in un secondo come fosse un sogno di neve d’estate.
“Come, te ne vai…”
“Lo sapevi. Lo sapevamo. Era solo questione di tempo…”
“Eh, ma adesso…”
“Adesso… che c’ha adesso?”
“Adesso… è adesso che fa male, lo sento solo io il male che fa?”
Daisy si era voltata verso il mare senza guardare il mare e cercava di nascondere le sue di lacrime. Poi si erano presi una pausa stringendosi la mano e dando qualche sorso al bicchiere di vino che avevano davanti.
“Quanto tempo abbiamo?”
“Che domanda assurda. Sembra la domanda di un malato terminale. Noi non stiamo morendo”
“Quanto tempo abbiamo?”
“Un mese e mezzo, al massimo due…”
“Stiamo morendo, lo sai?”
“Smettila…”
“E i documenti sono a posto? Voglio dire, li hai tutti?”
“Sì, volevo spiegarti che in questi giorni mi vedevi nervosa e forse misteriosa… In realtà non avevo niente contro di te. Ero presa da tutta questa storia dei documenti…”
“Non avevi niente contro di me. Mi fa ridere. E contro di chi? Contro di noi, mi dirai. O già non esisteva più un noi nella tua testa?”
“Giovanni, smettila, lo sapevi…”
“E che me ne importa se lo sapevo… So anche che devo morire un giorno ma non voglio morire e non voglio essere mai pronto”
“Non fare lo scrittore…”
“So fare solo quello…”
“Ma non stai scrivendo più…”
“No, invece scrivo. Quando sono solo scrivo”
“E quando è che sei solo?”
“Sempre, mi sembra di capire…”
Giovanni si era asciugato gli occhi e si era guardato intorno preso da un pudore tardivo. Daisy aveva messo la testa fra le mani e cercava di nuovo il punto in cui riagganciare la sicurezza che aveva con sè un attimo prima.
“E come facciamo?”
“Che vuol dire come facciamo? Un anno, anche meno, e vengo a passare un tempo qui…”
“Che mostruosità… Un anno. Che senso ha?”
“Boh…”
“E’ che finisce… Questo è il punto. Inutile che ci giriamo intorno. Stavamo costruendo. Stavamo andando nella direzione giusta. Era bello questo immaginarci insieme…”
“Già…”
“E io, amore mio, io che faccio?”
“Tu che fai… Lo sai bene. Tu sai vivere…”
“Io so sopravvivere. Non so vivere. E non è la stessa cosa”
“Troverai un’altra donna. Lo hai sempre fatto”
“Io non voglio cercare un’altra donna che non sia tu”
“Sei patetico. La cercherai…”
“Non ne ho voglia…”
“Non dire cazzate. Non ti sei mai fatto lo scrupolo di tradire chiunque. Sempre”
“Non sempre…”
“Quella che c’era prima di me. La tradivi con me”
“Quello non era tradire, era un’altra cosa. E poi anche lei mi tradiva”
“E le tue studentesse? Ti sei mai dato un limite?”
“Quelle erano un’altra cosa ancora. Erano giochi”
“Giochi… certo. Per te forse, non per loro. E’ che sei sempre stato solo, hai ragione quando lo dici. Solo giocando ad esistere…”
I fantasmi erano lì, da qualche parte, ma avevano smesso di tormentarli. Alcuni erano andati a sedersi vicino alla spiaggia, nel buio. Altri erano rimasti nei pressi del tavolo ma non facevano rumore. Ascoltavano ogni frase con la stanchezza dei fantasmi che ripetono sempre le stesse parole, quelle che annoiano.
“Che merda, se ne vanno tutti. Non fai in tempo ad innamorarti e spariscono. Sembra una metafora della vita ma non è la vita. Non la è per intero”
“E’ vero, e poi sembrano così assurdi tutti questi addii. Comici. Si va a 90 miglia da qui e diventa una distanza incolmabile”
“Ma come faccio adesso… dimmi, come faccio io?”
“Un anno, Giovanni. Un anno”
“Ma in un anno sarai cambiata. Sarai un’altra. Ed io sarò lontano. Più di queste stronze 90 miglia. Staremo su barche diverse, in senso opposto, e ci saluteremo con la mano… Non sono un bambino”
“No, tu resterai sempre un bambino, questa è l’unica cosa che so…”
Giovanni aveva sentito di nuovo salire quella specie di onda, dallo stomaco fino agli occhi. Quell’emozione intermittente che non dipendeva dalle maree e non lo teneva a galla.
“Facciamo una cosa, ascoltami. Facciamo una cosa…”
“Ok, ti ascolto”
“Facciamo così: come con la morte”
“Che vuol dire…”
“Che non lo sappiamo. Che cancelliamo tra noi questo segreto, quello che ci siamo detti, la tua partenza, tutto. Come una malattia mortale che uno nega a se stesso…”
“Come un malato di cancro ai polmoni che continua a fumare e non lo dice a casa?”
“Brava, proprio quello… Continuiamo a fumare, come non facesse male… e poi partirai quando dovrai farlo e sarà come una morte improvvisa, inattesa…”
“Come non facesse male…”, ripete Daisy per sentire meglio il sapore di quelle parole che diventavano amare sulle ultime sillabe.
“Non so se sono capace. Comunque farà male…”
“Non importa, farà male, come fa male la vita…”
“Resti sempre un bambino. Uno scrittore bambino. Te l’ho già detto? Perdi i tuoi giochi in un terremoto e credi che il terremoto sia venuto solo per te…”
“E il terremoto cosa sarebbe nella nostra storia, fammi capire la metafora…”
“Sarebbe la vita, ad esempio, Giovanni…”
Cuba era diventato un paese di fantasmi. Che ti tormentavano le giornate. Alcuni ti telefonavano ogni tanto e decretavano una tregua. Ma poi tornavano. Si arrampicavano sui balconi, percorrevano in lungo e in largo le strade di Vedado, di Playa, delle periferie, e ti toglievano il sonno. Diventava tutto un rimando, tutto l’incipit di un romanzo che c’era un momento prima e che è scomparso. Fantasmi. Telefonate. Amori tagliati in due, in tre, in mille sentieri interrotti. Il dolore di una malattia taciuta, di un’epidemia di cui ti vergogni. Erano tutti lontani. Irrimediabilmente. Nessun viaggio, nessun sorriso, ma la pasta dura degli abbandoni. Tutti orfani di qualcosa. Tutti orfani dell’amore. Milioni di cuori spezzati, di lacrime seccate, di parole non dette. Da Cuba al vento. Sperando che il vento fosse dio e le conservasse. Ma il vento non era dio e lasciava in giro solo fantasmi, fantasmi, fantasmi, ed un paese spolpato, decimato, umiliato, come un uomo anziano che ha perso il cuore dopo che ha visto morire tutti i suoi figli in una guerra che non fa rumore.
05
Dic

Il mio Fidel

Pioveva. Per meglio dire: piovigginava ieri sera. Nonostante questo, con Emanuele avevamo deciso di andare a bere qualcosa in un locale vicino a Linea. Chiacchiere tranquille. Birra. Cicartici. Perché intorno ai cinquant’anni parli di cicatrici e dei cerotti che metti. Poco altro. La mattina ero andato con Yeislany a ritirare la nostra sentenza di divorzio. Due amici io e lei. Poi le avevo detto di tenere lei quei fogli perchè il mio zaino era pieno di olio. I miei soliti casini. Moto mezza rotta, lasciamo perdere. Lei mi aveva detto che se per Natale non avevo programmi potevo passare la vigilia da loro. Io non avevo programmi. Neanche per il pomeriggio, figurati. Pioveva. A tratti. Io ed Emanuele bevevamo in una giornata così. Poi una ragazza è scoppiata a piangere. L’ho seguita con lo sguardo e si è nascosta nel retro. Hanno abbassato la musica e ci hanno detto di pagare in fretta perchè era morto Fidel. Dovevo immaginarlo. Pioveva. Ed era finito qualcosa di privato e qualcosa di pubblico insieme. Per me. Per Cuba. Allora io ed Emanuele abbiamo preso la mia moto e siamo andati a vedere L’Avana. Era notte. Il Malecòn, poi calle 23, La rampa. Abbiamo deciso di lasciare la moto e di andare a piedi. Non sapevamo bene cosa stessimo cercando. Forse anche soltanto qualcuno che condividesse con noi quella nuova cicatrice. L’Avana mi ha dato una nuova lezione di eleganza. I locali hanno chiuso uno ad uno, lentamente, in silenzio. Si sono spente le luci e la gente ha bevuto l’ultima birra chiacchierando a voce bassa. Ho pensato che la notizia era quella. Un’epoca che si chiudeva nel silenzio, fuori e dentro di me. Poche parole da dire. Poca voglia di dirle. Pochi slogan. Passare e ripassare sul palato il sapore delle cose che vanno come devono andare e poca voglia di ricamarci sopra. Nel 1995 ho incontrato per la prima volta quest’isola. Nel 1995 ho incontrato per la prima volta questa Rivoluzione e una donna incredibile. Le due cose non si sono mai separate. Fino a ieri. Cuba che era Fidel e Fidel che era Cuba. Un altro legame inseparabile. Credo che sia stato un genio. Uno dei pochi. Con lui ho imparato un comunismo virile, incredibilmente lontano dai salotti italiani che mi davano la nausea. Da lui, dal suo popolo (è una ridondanza) ho imparato che il comunismo è coraggio e cultura, è forza e riflessione, è schiena dritta e amore. Questo mi ha insegnato Fidel, questo ha insegnato al suo popolo. Questo mi hanno insegnato le mie donne cubane. Yeislany, e poi Dalia e poi Mabel. Da sempre non riesco a separare il privato dal pubblico e da sempre questa continua sovrapposizione mi ha fatto amare in modo viscerale questo luogo e queste donne. Le riflessioni strettamente politiche mi interessano il giusto, oggi. Oggi andiamo avanti con le ossa rotte, ossa rotte pubbliche e private. Vorrei passarlo con loro, tutte loro, questo capitolo che si chiude. Pioveva. Piovigginava. Io ed Emanuele siamo tornati a casa tardi. Un’altra birra e poi un ‘altra. L’imbarazzo di dire cose scontate. Era nell’aria, certo. Ma poi le cose nell’aria fanno male come quelle inattese.
Alzo un pugno forte dentro di me per salutare il mio Fidel e insieme a lui gli amori che hanno dato un senso alla mia vita. Muoiono insieme. Ma gli amori non muoiono mai.