28
Lug

Efficienza e deficienza

Recentemente sono stato incolonnato per un’ora in macchina sulla via Flaminia a Roma. Un riflesso condizionato di quasi cinquant’anni di traffico mi portava ad avere fretta. Più o meno tutti avevano fretta. Quando non hai cose migliori da fare nella vita, ti occupi di filosofia ed io, valutata attentamente la situazione, terminati gli acquisti furiosi ai grandi magazzini, non avevo nulla da fare, non avevo fretta e quindi, in poche parole, potevo essere er Socrate de Ponte Milvio. Ho iniziato a guardare quelle facce inferocite che si litigavano decimetri di spazio, che facevano dispetti ai motociclisti, che fumavano compulsivamente, che inviavano sms velocissimi al nulla, che avevano fretta, dannata fretta, poco tempo, agende zeppe, stress, maledetto stress, ed ho pensato ad un’altra vicenda minuscola che mi era capitata un paio di settimane prima a L’Avana, Cuba, che è sulla terra, sulla terra che è un astro (citazione perchènon mi si parli dietro).

Mi trovavo in un ufficio di L’Avana. Avevo appena ricevuto la prestazione professionale di cui avevo bisogno e quindi mi mandano a pagare nell’ufficio pagamenti. Vecchia casa malandata di Miramar. Scendo scale di marmo. Percorro un corridoio buio. Apro una porta a vetri dove era scritto Contabilidad e faccio pace con la vita. Alla scrivania era la capo contabile, una negrona di una cinquantina d’anni con una cofana di capelli non inferiore a quella di Moira Orfei, intorno una decina di persona a fare sostanzialmente niente, davanti a lei un’altra donnetta concentratissima che le faceva le unghie. Di fronte al mio: “Dovrei pagare questa fattura…”, vedo sguardi lievemente seccati, la donnetta delle unghie che si ritrae come un paguro e quella dozzina di umani, piazzati là a far passare la calura, che si sistemano in una posizione decente cercando di accreditare un’idea di efficienza a cui nessuno crede. La negrona fa per alzarsi e chiede alla piccola di lasciarmi la sedia. Io non ho fretta. Mi sembra bellissimo quel quadretto tanto che avrei voglia di farmi assumere per stare con loro. Dico: “Per l’amor di dio… non interromperei mai un arreglo de uñas… Mi siedo lì e aspetto…”. Dopo un primo istante di diffidenza (chi è questo? Lo mandano gli ispettori? È una spia?) tutti si rilassano e io mi siedo. Vestito come sono non faccio paura. Riprendono a parlare dal punto in cui li avevo interrotti. Una parla di un attore di novelas bello a cui farebbe molte cose non meglio precisate. Poi un’altra parla degli interventi di chirurgia estetica. Ridono parecchio. La mia presenza rende appena più frizzante la conversazione. Una sessantenne un po’ vezzosa mi invita al suo compleanno a fine luglio. Le dico che porto da bere. Ridacchia. Ridacchiano. Sono “el italiano“. Quando decreto che mi piace molto il colore di unghie che ha scelto la mia negrona, sento il tripudio: “Vedi?”, rivolta alla sua avversaria “in Italia si vede elegante questo rosso, non quella merda che ti sei messa tu…”, e giù risate. Ora potrei chiederle la cassa, due finestre e un rene e lei me li darebbe. Passano quaranta minuti buoni. Si asciuga lo smalto sulle unghie. Mette una decina di timbri ed incassa il pagamento. Me ne vado malvolentieri. Saluto con una serie di promesse e sono in strada. 
Perchè metto in relazione questi due eventi? Intanto perchè cambiano le latitudini ed io non ho mai un cazzo da fare. Dato di fatto disperante. Accanto a ciò mi viene in mente che le parole che meno sopporto sono efficienza e professionalità. Siamo drogati di questa roba. L’efficienza è direttamente collegata con una serie di amichetti stretti che sopporto meno ancora: produttività, alienazione, capitale, padroncini, mercato, concorrenza. La professionalità ammanta personalità mediocri con un’uniforme piena di stelline ma puzzolente. Vedi un coglione e trovi sempre qualcuno che ti dice: “eh, ma è un gran professionista…”. Boh, l’efficienza mette fretta e la fretta è un modello disumanizzante. Chiaro che sta sul cazzo a tutti una commessa che ti fa aspettare ore perchè si deve limare le unghie ma quella fila, quel rodeo di poveracci che sbavano senza motivo verso un dopo che non esiste è terribilmente meno saggio, meno umano, mi viene da dire. Se c’è un profumo che si respirava in quello scalcinato ufficio di Miramar è quello di un senso di pace con la vita. Se c’è un profumo che si respirava in quella fila atroce e in quell’ansia senza fine della via Flaminia è un profumo di assenza totale di saggezza. Assenza di felicità. Le obiezioni possono essere milioni e molte condivisibili ma mi andava di fotografare un paio d’emozioni che non erano da buttare. E delle unghie rosso fuoco che in Italia vanno da morire. Secondo me.
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