12
Lug

“Così lontano, così vicino”


Mi trovo in Italia da qualche giorno. Esattamente in questo momento all’isola del Giglio. È un posto che mi piace da quarant’anni. Il Giglio intendo. Fantastico sempre di venirci a morire ma non merita progetti così cupi. Ammesso che il mio destino sarà quello di spegnermi serenamente, da vecchio vecchio lo terrò in considerazione. È un posto che mi fa pensare. Una sosta da tutto. Il Giglio ti sospende. Appena monti sul traghetto è come se tutto il circo Barnum che ti porti dentro vada a prendere una camomilla. Fermarsi ogni tanto fa bene. Molta gente ti ha parlato di Cuba in questi giorni e un po’ ti sembra che sia cambiata la percezione di quel posto. Quella che l’informazione è riuscita a costruire è l’immagine di un paese che magicamente si è rimesso in gioco. Che ha accettato le regole del progresso, che, in poche parole, si è arreso al nostro modello. Non so bene, e per la verità non mi interessano, quali siano gli accordi e le decisioni che si stanno prendendo. Forse è una resa. Forse no. Sicuramente lo è da parte degli americani che hanno giudicato mezzo secolo di embargo una grande cazzata. Chiedono scusa a tutti e tentano un’altra strada. Ricorda la politica di revisionismo permanente del Vaticano. Chiedere scusa a chiunque abbia subito nei secoli l'”entusiasmo spirituale” cattolico e continuare la propria gloriosa cavalcata. Quella che sento, però, è un’emozione strana.

Non credo abbia nome ma è quel senso di irreparabile che avverti dopo una profanazione. È notizia di questi giorni la imminente visita autunnale di Renzi a Cuba. Mesi fa è passata Paris Hilton credo a perfezionare l’arte della fellatio, poi altri figuri di cui non ricordo il nome. Mi rassicurava avere una patria. Mi rassicurava vivere in un paese inviso ai corsivisti di Repubblica, condannato dai vertici del Pd, snobbato dai nostri più “illuminati” imprenditori a piede libero del paese. Mi piaceva ascoltare i commenti stremati di qualche produttore di tazze del cezzo del Triveneto che biascicava: “Ma qui non si può fare impresa… mona… Questi qui stanno cinquant’anni indietro… ma stiamo fuori?”. Era bello. Era abitare in un porto scomodo. Posti barca senza servizi e ospitalità ridotta all’osso. Sentire adesso questi raggi di luce untuosi da cui Cuba viene investita sembra l’arrivo di uno tsunami di merda. Renzi a Cuba, Renzi che parla della storia cubana e ne celebra i “progressi” è come prendere sul serio Biscardi che vuole parlare di filosofia. E ne arriveranno parecchi come lui. Arriverà il chiasso stupido degli americani, i cappelletti con visiera, quelli grassi che mangiano hotdog, quelli che imporranno i loro modi di ridere e di essere colti. Forse già sono arrivati e non me ne sono accorto. Mi ostino a vedere quello che vorrei che Cuba non svendesse. Io conto poco. Magari se lo schifo diventa insopportabile cambio paese. Magari vengo a morire al Giglio. Cazzi miei, tutto sommato. È che Cuba era bella così, rivoluzionaria e arrogante come i discorsi di Fidel, bella come un sorriso del Che, colta come gli sguardi del primo che incroci per strada, forte come i muscoli di chi l’ha difesa, diversa come le logiche che la governavano. Un paese difficile e arretrato per fare impresa, ma il paese migliore per fare vita.
Comments ( 0 )

    Leave A Comment

    Your email address will not be published. Required fields are marked *