25
Mag

Il nuovo che avanza

sopracciglia ad ali di gabbiano
Sto parlando con un mio alunno a fine lezione. Ha rimorchiato mesi fa un’italiana della Romagna e mi chiede se c’è vita in un certo paesino della provincia di Reggio Emilia. Gli dico che non ne ho idea. Ha le sopracciglia “a gabbiano” o “a pipistrello”, non ricordo bene come le chiamano. Potrebbero essere pure “a tacchino ripieno” ma fanno comunque cacare. Si depila ed esibisce un telefonino ricolmo di applicazioni. È gonfio come un canotto per sessioni feroci di palestra e parla male. Gestisce un pugno di parole e con esse descrive il mondo. In italiano non progredisce ma utilizza le lezioni per estorcermi informazioni che non riesco a dargli. Vorrebbe che io magnificassi le opportunità di realizzazione umana di un paese come l’Italia, che riconoscessi che, in quanto ad applicazioni e a cellulari, Cuba è alla preistoria, vorrebbe che io convenissi con lui che Dolce e Gabbana sono un pezzo della cultura italiana.

Lui è uno ma sono molti. Forse la maggioranza, non so. Ascoltano stronzate di reggaeton, coltivano il sogno provinciale e stupido del “lontano da qui”, sono ignoranti e fuori controllo. A Roma sarebbero i coatti. In altri posti d’Italia sono tamarri, truzzi, chissà cos’altro. Ma qui sono qualcosa di più: ipercoatti. Coatti senza neanche quel tempo di elaborare una coattaggine. Questo è il problema di Cuba. Questo è il nuovo che avanza. Questa è l’alternativa. Fagocitati da carovane di idraulici di Rovigo che diventano fini analisti internazionali appena varcano la frontiera, da papponi che alzano quattrini a Miami e si inferociscono perché a L’Avana non possono venire a fare impresa (comicità pura), parlano quella lingua, l’idiozia, la superficialità, il luogo comune, il condizionamento puro.

Questo blog è per sua costituzione un blog unilaterale. Io, nonostante tutto, amo la Cuba rivoluzionaria. Meglio ancora, per me Cuba è la sua rivoluzione. Piaccia o non piaccia. Questo paese, senza la rivoluzione, sarebbe uguale a mille altri dell’area. Non avrebbe niente di eccezionale. Le città coloniali te le tirano dietro, le belle spiagge pure, le mulatte pure, il ballo pure, la musica pure, la “cultura” afro-americana pure, la santeria pure. Cuba è la sua rivoluzione. Quella che tra mille contraddizioni, errori, cazzate, storture, ha proposto una società diversa e in molti frangenti l’ha creata. Cuba è la gioventù colta. La Cuba che fa stropicciare gli occhi sono gli alunni della Lenin, quelli dell’ISA, i medici, gli artisti, gli architetti, quelli che ogni volta che parli con loro, applicano un’analisi complessa alla realtà, quelli che scavano. La Cuba unica è fatta delle aree di equità impensabili altrove. L’accesso all’istruzione. Sono i negri che si laureano ed escono così, generazione dopo generazione, dai ghetti ancestrali in cui erano stati cacciati. – Una delle esperienze più surreali è stata quella di conversare con uno pseudo-scrittore negro e critico. Mentre parlava, dentro di me riflettevo sul fatto che senza la Rivoluzione lui probabilmente in quel momento sarebbe stato, analfabeta, malato e sdentato, a tagliare canna da zucchero o a pulirmi le scarpe. Lo scrittore… – Cuba è la pianificazione. È l’instancabile primato della ragione, della buona volontà, dell’intelligenza, di fronte all’oscurantismo del tutti contro tutti, della superstizione, del bullismo di ogni età. La Cuba coatta ruba, truffa, fa battere le proprie donne, sogna i Mac Donald’s, è ridicola, si veste come i più squallidi attori dei più squallidi paquetes di Miami, si fa le seghe sugli IPhone, ha le sopracciglia a gabbiano, o a pipistrello, e stravede per la mafia e per gli stranieri. La Cuba migliore cerca di non cadere in questa corrente facile, in questa onda di piena che trascina merda e persone. A volte ci casca. A volte no. I soldi ed il benessere da pelicula diventano irresistibili a volte. Alla fine cazzi loro, è quello che mi viene da dire.
Cuba è bella per la sua rivoluzione. Ed un paese, prima di ogni cosa, deve avere un’estetica e quindi una sua dignità. Se cercate chiappe a buon prezzo, stanno dovunque, anche in Italia; se cercate un santero che vi riempia di cazzate, il latinoamerica è pieno; se cercate musica, spiagge, allegria, rum, avete l’imbarazzo della scelta. Se cercate una Rivoluzione allora c’è solo Cuba. Aggirate i coatti, aggirate quell’incollatura mortificante tra coatti e stranieri pari-grado che coltivano in coro i loro deserti, e allora trovate un luogo unico al mondo. Trovate la Cuba per cui vale la pena. Si potrebbe dire: lo dici tu che sei straniero a Cuba coi soldi, vorrei vedere te con la libreta e trecento pesos al mese. La risposta è: sì, lo dico io che sono straniero a Cuba coi soldi, vorrei vedere me con la libreta e trecento pesos al mese. Esattamente io. A posto così? 
A volte, in un processo, le opinioni meno significative sono quelle delle parti in causa. Buone cose.
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