18
Mag

Scrivere all’Avana

Charles Bukowski
Sono continuamente alla ricerca di luoghi in cui scrivere all’Avana. È dai primi anni che sono qui che vivo in questa specie di ossessione: cerco il posto ideale ma non è facile. Poi finisco sempre a scrivere a letto di casa mia, al limite su una poltrona, ma conservo sempre la speranza di trovare il Posto. Qualche giorno fa sono andato in un locale che si trova su 23 in Vedado, mi sembrava quello giusto. Un locale in pesos cubani dal doppio nome, uno più brutto dell’altro, tipo Frankfurt o anche Casa del perro. Come se lasciassero a te la scelta della corda con cui impiccarti. Comunque tavoli sporchi, ubriachi in qualsiasi fascia oraria, scelta misera di un paio di marche di birra e qualche rum da poco e, soprattutto, nessun turista. Mi siedo e mi do un tono.

Prendo una birra e cerco di scrivere qualche parola. Niente. Idiozie. Non mi concentro. Preferisco guardare la gente che passa. Mi confondo. Recito la parte dello scrittore. Non scrivo. Il cameriere mi guarda perplesso. Di coglioni ne ha visti a migliaia. Uno in più non fa differenza. Faccio finta di avere illuminazioni improvvise ma sono fiotti di nulla. Passo una ventina di minuti e poi me ne vado. Cammino per 23 fino alla Rampa, poi svolto a destra e vado verso Infanta. Do un’occhiata alla Ostionera, all’angolo con San Lazaro, ma mi sembra troppo. Non accettano clientela che non abbia una cirrosi epatica dimostrabile. Continuo a camminare. Penso che i locali degradati alla fine mi fanno cacare. Quel clichè un po’ stanco dello scrittore nei locali fumosi mi mette tristezza. Penso a qualcosa di minimamente più elevato. Forse all’Avana Vecchia potrei trovare quello giusto. Arrivo su calle Brasil e mi domando se sia una bella via. Non lo so. Qualcosa di questa strada mi piace ma non capisco cosa. Forse quel breve tratto all’altezza della farmacia storica ma non lo so… Entro in un bar lì davanti. Promette bene: ha un nome tipo “Cafè de los artistas” o roba del genere. C’è una tv accesa che incombe sulla sala. Video di musica orrenda. Mi metto a guardare. Mi soffermo sulla lentezza delle cameriere. Sulla noia. Potrei scrivere della noia. Potrei scrivere sulla cultura dell’attenzione al cliente a Cuba. Penso che il motto potrebbe essere: “il cliente è merda”. Buona idea? Non credo. Prendo una birra calda e la pago il doppio del normale. Neanche tiro fuori il mio Ipad. Non ho niente da dire. Guardo qualche donna che passa e mi avvilisco. Forse non è un locale quello che cerco. I locali distraggono. Finisco sempre a guardare le persone. Finisco sempre a preferire la realtà alle parole. Lo trovo sano ma penso a Bukowski che scriveva dovunque. Forse non è un locale quello che cerco. Pago e scappo da quel cesso. Arrivo a Piazza Vecchia e mi siedo su un marciapiede nei pressi della cervezera. I turisti ordinano serbatoi di birra e dicono cazzate. Non mi piacciono i turisti. Questa loro voglia di mettere la loro bandierina di abitudini dovunque. Bevono la loro birra, parlano ad alta voce. Stanno arrivando gli americani e non mi prende bene. Penso che la cosa che odio di più sono i boccali termici che gli anglosassoni si portano dentro alle piscine e bevono dicendo stronzate. Sì, non c’è niente di peggio nell’universo. Non sono dell’umore. Palpeggio il mio Ipad e lo tratto come un cane svenuto. Non reagisce. Continuo a camminare. Arrivo al Malecon. Mi siedo in un punto e dopo due minuti arrivano un paio di amici fraterni che conosco in quel momento. Rispondo a monosillabi e dico di essere del Montenegro. È il trucco per non avere commenti. Se dici che sei italiano cominciano i: “Berlusconi, mafia, Juventus…”, se dici Montenegro la conversazione piomba in un silenzio agghiacciante. Mi chiedono se voglio sigari o troie. Al mio diniego si allontanano. Continuo a camminare. Torno a Vedado. Ho un’idea, una visione panoramica della città. Certo! Il posto è il bar La torre, all’ultimo piano del palazzo Focsa. Mi siedo e mi sembra che sia tutto a posto. Poi inizio a guardare giù. Mi gira la testa. Soffro di vertigini. Sento un brivido gelido nello sterno. Sono agitato. Ordino una birra. Una bambina si attacca al vetro con incoscienza e sento un tonfo nello stomaco. Vorrei salvarla. Immancabili fotogrammi delle persone che cascavano dalle Torri Gemelle. Sono agitato. Il mio Ipad è acceso su una pagina bianca che mi guarda col candore di un bambino polacco. Non so che dirgli. Ho in mente una storia che voglio iniziare ma anche quel posto non va bene. L’altezza mi terrorizza e la visione panoramica delle cose è un’aspirazione astratta. Scendo. È quasi sera e il caldo è diminuito appena. Torno verso casa con la coda tra le gambe. Arrivo in salotto. Mi metto in mutande e mi bevo un litro d’acqua. Guardo fuori ma smetto immediatamente. Chiudo la finestra e accendo la luce. Dopo pochi minuti accendo l’Ipad. Solita pagina ma è cambiato tutto. Inizio a mettere parole in fila. Alcune mi piacciono. Vado avanti fino a tardi. Quando mi fermo penso al rapporto tra la scrittura e la realtà. Sono mondi che parlano l’uno dell’altro ma si incontrano raramente. Come due amanti timidi si lasciano messaggi. Come gli amori malati si nutrono delle assenze. E la scrittura viene dopo. Dopo tutto. Lontano da tutto. In un posto anonimo. In un posto che sa di chiuso. In quel sogno continuo della realtà, in quella nostalgia di futuro che al buio prende colore. 

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