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Mag

Il Vesak a L’Avana

Vesak a L'AvanaIn un periodo storico come questo dove, in nome di qualche dio a caso, si sgozzano vignettisti, ci si fa esplodere negli autobus, si decapitano “stranieri”, parlare di temi relazionati con la spiritualità sembra come stuzzicare una ferita infetta per semplice sadismo. Forse non è un periodo straordinario: basta agitare bene la bibita frizzante delle religioni ed escono fuori parole tipo “crociate”, “antisemitismo”, “attacchi al gas nervino nelle metropolitane”. Vista così la questione, emerge lo stesso istinto di difesa che nasce in Italia verso la politica: la politica è roba sporca, meglio non metterci il naso. Si confonde una delle dimensioni più evolute dell’uomo, l’amministrazione e l’immaginazione della cosa comune, con quattro poveracci sporchi, loro sì, che scegliamo per realizzarla.

La politica è l’alternativa alla barbarie, i politici inadeguati sono la barbarie che rientra dalla finestra. Le religioni non escono da questo schema. Nascono, molte di esse, come discipline dello spirito, intuizioni favolose di uomini straordinari, percorsi incredibili, e poi diventano religioni. Diventano chiesa. Appartenenza. Fede calcistica. Identificazione. Per usare le parole di Buddhadasa, diventano “Io e mio” e quando c’è qualcosa percepita come io-mio, c’è qualcosa da difendere, qualcosa da imporre, qualche minaccia da eliminare. Nessuna religione è storicamente esente da questo tipo di storpiatura: si sono fatte mostruosità in nome di Cristo, di Maometto, del Buddha e di chiunque altro. Non ho rispetto per le religioni intese come fede calcistica ma credo che molto del senso di questo strano viaggio che è la vita possa derivare dalla coltivazione di un atteggiamento spirituale. Perchè parlo di questo in questo blog? A Cuba direbbero: “Porque me dà la gana!” (perchè mi va!) ma in realtà lo spunto viene da una mia passeggiata in Quinta avenida. All’altezza di calle 32 in un pomeriggio sonnolento, laddove le splendide ville liberty sono in realtà una rassegna di rappresentanze diplomatiche ed ambasciate, noto qualcosa di familiare: una festa. Ma non una festa qualunque: i festoni tipici e certe immagini mi accendono immediatamente un sospetto. Non sarà mica il Vesak? Mi avvicino. L’ambasciata è quella dello Sri Lanka e tutto quadra. Paese buddhista. Luna piena. Un’immagine stilizzata di Siddharta nella posizione del loto. Ricordi. Il Vesak è la festività buddhista più importante. Si celebrano la nascita e l’illuminazione del Buddha. Mi avvicino al cancello e cerco di catturare l’attenzione di due tizi. Uno cubano, probabilmente della sicurezza, ed uno srilankese. Sillabo: “Vesak?” due o tre volte e scateno due atteggiamenti opposti: chiusura da parte del cubano, fastidio, protezione, io-mio. Mentre sul viso dello srilankese si accende un sorriso. Uno di quei sorrisi orientali che aprono la porta alla pace. Quest’ultimo mi conferma che è il Vesak e senza smettere di sorridere mi invita ad entrare. Mi piace pensare che in questa differenza di atteggiamenti si nasconda, in realtà, il destino del pianeta. Uscire dalla barbarie, a mio avviso, passa attraverso l’elaborazione e l’abbandono di questo grumo di problemi: l’io-mio. Questo accumulo di energie che ci rende preoccupati e infastiditi, questo ingorgo, questa premessa alle neoplasie dell’anima, che su larga scala è accumulo di risorse planetarie nelle mani di pochi, ed è, dall’altra parte della medaglia, povertà, umiliazione, miseria.

Ho dedicato venticinque anni della mia vita al Buddha. Non al buddhismo. Con i miei infiniti limiti ho cercato i fili sottili di questo viaggio, un respiro alla volta, molto spesso con la mia tipica andatura di un passo avanti e dieci indietro. Ma non ho mai smesso. E se c’è una cosa che in venticinque anni credo di aver capito sempre con maggiore profondità è il contenuto di un messaggio che ho letto una volta su una maglietta in India: no self, no problem. È tutto lì. Se non c’è un io-mio, non c’è neanche niente da difendere, non c’è paura, non c’è minaccia, non c’è nulla da imporre, non c’è accumulo, non c’è l’inferiore nè il superiore. E questa verità non ha nomi nè chiese. E il Buddha l’ha vista per la prima volta 2500 anni fa non per mettere in piedi una chiesa ma per indicare un percorso.
Un sorriso al posto di una chiusura. Facile a dirsi ma probabilmente il compito che impegnerà l’umanità nei prossimi 1000 anni di evoluzione. Enorme uomo il Buddha, e poco mi interessa se sia un dio.  Succede anche questo camminando per Quinta, in un pomeriggio qualunque: ti avvicini ad un cancello ed un sorriso ti apre il ricordo del senso di un viaggio.
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