04
Mag

Los Angeles dell’adolescenza

Los Angeles de la Habana

A quarantott’anni sei un coglione malinconico o incattivito. A venti un’esplosione di propositi che a te sembrano valere come diamanti ma al mondo sembrano merda. Poi ha ragione il mondo. Ma tu aspetti i trenta per fargliela vedere al mondo, per prenderti la tua rivincita. Ma a trent’anni sei tu il mondo. E il gioco è fatto. Se eri Mozart te ne accorgevi a sei anni. Se sei un coglione te ne accorgi a trent’anni o giù di lì. Ok, questo per dire che a quattordici invece non sei niente. L’adolescenza. L’età più stronza che abbiano inventato. Quel paradiso che perde i pezzi, i cherubini che ti fregano lo specchietto della Vespa, gli angeli con le trombe celestiali che si fanno le trombe. Un casino davvero. Proprio a questo penso in un sabato pomeriggio torrido. Sono le 4 e sono seduto su un muretto del Le Select, un locale di Playa. Fra un paio d’ore c’è il concerto dei Los Angeles e in giro c’è nervosismo.
Mi guardo intorno e fumo. Un paio di pischelli mi chiedono se si può fumare scambiandomi per uno della sicurezza. Cerco un’intesa facendo il pischello anch’io : “Boh, io fumo, almeno fino a che non mi cacciano…”. Non muovono un muscolo. Probabili pensieri: “Idiota straniero, e pure coglione”. Bene, sono là. Mia figlia torna togliendomi da quella mia assenza-di-senso e dicendomi: “Dovrebbero uscire da quella porta…”. Sì, sono qui per mia figlia, non per me. Non è ancora adolescente ma siamo venuti al Le Select per vedere un po’ cosa le toccherà a breve. Cosa toccherà a me. I Los Angeles sono un gruppo giovanile di grande successo. Migliaia di bambine in delirio con poster e fotografie. A una piace Sian, quell’altra è cotta di Ansel. Io sono triste. L’adolescenza è l’età più schifosa che c’è. Inizi a capire che il mondo non è poi così buono e che tu ancora non hai unghie affilate né peli sullo stomaco. Ti innamori. A tutto rispondi con l’amore. Senti questa roba che non riesci a contenere nel petto e credi che a colpi di cuore troverai una strada, una posizione, le parole per mettere in ordine tutto quanto. Imiti i grandi ma hai il sospetto che quella recita si veda, che non sia la tua maschera. E allora ragazzine truccate troppo, minigonne inutili, confidenze di segreti inesistenti. Per i ragazzi, invece, affidare tutto, proprio tutto quanto, ad un taglio di capelli, ad un orecchino audace, ad una sigaretta sempre accesa. Crollando dentro ad ogni sguardo mancato, ad ogni promessa. Sono con loro. Se non mi sentissi ridicolo gli direi che sono dalla loro parte. Uno di loro. Gli direi che il mondo dei grandi è un bluff magistrale. Non abbiate rispetto. Siamo creature uscite storte dalla vostra età. Alcuni incagliati in eterni quindici anni. Altri germogliati dalla paura di quei quindici anni. Germogliati come piante cattive. Inseguiamo per cinquant’anni gli amori negati alla vostra età e siamo un’orgia di chiacchiere amare. Passano i minuti e mi farei del rum. Ma i ragazzi cubani sono una buona gioventù. Non si fanno il rum. Mi piacciono. Pensano all’amore. In Italia adesso, probabilmente, i loro coetanei si stanno smezzando cristalli di metanfetamine, mentre loro chiedono il permesso per una sigaretta. Arrivano i Los Angeles e trotterellano in un viale umano che li acclama. Uno di loro mi passa accanto e mi dà la mano. Io, impreparato, gli rispondo: “Bella, secco…”. Scorre perplesso. Mia figlia è su di giri. È la prima volta che va in una discoteca vera e propria. Mi piace essere stato io a portarcela. Non perché io sia Tony Manero e voglio che segua le mie orme, ma perché mi piace esserci in questi passaggi, poi nei ricordi. Iniziano a suonare canzoni piene d’energia. I ragazzini esplodono. Il mio cuore è là. In mezzo a quell’età mai trascorsa. Il mio corpo invece è sul muretto, lontano dal gioco. Roba loro, mi ripeto. Nina, prima non balla, poi piano piano si scioglie. Da lontano mi sorride. Forse è il suo modo di dirmi grazie e di far evaporare la paura della minaccia che la aspetta quattro passi più avanti. Nell’adolescenza che sta arrivando. Il concerto dura un’oretta. Poi alcune dediche e due ragazzine fortunate che ballano un lento con i loro beniamini. Nina torna da me. La prendo per mano e avrei voglia di piangere. Andrà via presto. Dietro ad un ragazzino carino che la farà sognare. In quelle rabbie senza oggetto, nelle eterne proteste, nel senso di impotenza, in quegli “i miei non mi vogliono proprio capire…”, in quel corpo che cambia, nei brufoli, nelle seghe a scuola, nelle sigarette rubate, in quel vuoto che inizia a farsi spazio, una canzone d’amore alla volta, fino a trovarsi lontana dai Los Angeles. Fino a trovarsi lontano.

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