25
Apr

Liberazione al ristorante Bella Ciao

Ristorante Bella Ciao
In una data come quella di oggi avrei voglia di parlare di Liberazione. Di quei poveri cristi che ci avevano messo tutto, in molti casi la vita stessa, per consegnarci la possibilità di mettere in piedi un paese migliore. Provo disgusto e rispetto, strano binomio, nel parlarne. Disgusto perchè, ahimè, ho letto i capitoli successivi di quella storia. Rispetto perchè io oggi non avrei palle e motivazioni per fare lo stesso. Mi piacerebbe rivolgere un pensiero di gratitudine a quelle persone e dirgli che il loro sacrificio non è stato vano. Invece è un’ipocrisia. Il loro sacrificio è stato vano.

Di quella libertà non abbiamo saputo che farcene. Con la meticolosità di un orologiaio abbiamo rovinato, giorno dopo giorno, il progetto di un paese meraviglioso, sulla carta e nella sua storia, mai oggi, mai. Cosa direbbe uno qualunque di quei cadaveri di Salvini? E della Santanchè? E di Alessandra Mussolini? Sei morto, hai combattuto, ti sei beccato quella raffica alla schiena che ha chiuso i giochi con la tua vita per offrire possibilità future a tre stronzi così. Contento? Ha avuto un senso la tua morte? Io credo di no. Ma forse tu potresti spiegarmi il contrario, quello che nella mia amarezza non vedo. Tornano alla mente letture feroci di Fenoglio, di quel gigante di Pavese e sembrano scritti antichi in qualche lingua morta e dimenticata.

A Cuba, intanto, il buon Saverio, ha aperto già da un paio d’anni un ristorante italiano che si chiama Bella Ciao. Le cameriere servono ai tavoli con il baschetto di Che Guevara, prevale il colore rosso e si respira un’aria, come dire, di Liberazione. La scritta del marchio ha il font della Coca Cola e non credo sia una scelta casuale. Un po’ come dire: “Cari americani, prendo per il culo uno dei vostri simboli più importanti con un messaggio radicalmente opposto”. Aprire oggi in Italia un ristorante con quel nome sarebbe un fallimento annunciato e forse fonte di problemi. Triste ironia della sorte: devi venire a Cuba per dare un nome ad un’attività che ricordi uno dei momenti più alti della storia italiana. Ormai una delle prime regole è quella di scegliere un nome che non si schieri. “Viva l’Italia”, accettabile ma troppo destrorso, chissà perché; “O sole mio!” troppo partenopeo, poi quelli sopra il Po lo boicotterebbero; “Er cuppolone”, troppo romano, lo boicotterebbero tutti. Invece Saverio, da buon livornese sanguigno e poco diplomatico, ha fatto una scelta di campo: Bella Ciao e fanculo a tutti. Mi piace Saverio. Mi piace chi non ha paura di schierarsi. Probabilmente la sua scelta è dettata da un ragionamento furbo: quanti degli italiani che vengono a Cuba conoscono la genesi di Bella Ciao? Il 95% direbbe che è un pezzo con cui Drupi è arrivato terzo a Sanremo, l’altro 5% si appellerebbe al quinto emendamento. Comunque il Bella Ciao è un ristorante bello davvero. Un fresco pergolato dove non di rado si incontrano italiani stanziali di quelli buoni. Ottimo servizio. Un menu sempre aggiornato con creazioni quotidiane e fantasie del momento. Un giorno ho perfino trovato il caciucco ed ero commosso come un ospite di Carramba che sorpresa. L’antipasto di mare misto è uno dei più buoni mangiati all’Avana, l’eco lontano (solo l’eco, sia chiaro, e lontano) del polpo sublime della mia amata Isola del Giglio, stesso concetto, stessa regione, non a caso. A mio giudizio è il miglior ristorante italiano all’Avana. Sarà che è il posto dove hanno preso vita, tra un bicchiere di vino e l’altro, i miei migliori progetti qui. Sarà la cordialità informale di Saverio che passa trafelato e sudato per i tavoli lanciando messaggi telegrafici che accendono universi: “… è rimasto il caciucco…”; “…ancora due porzioni allo scoglio…”; “… ci sono i maltagliati…”; “Alessà, se qui va male la Celac dobbiamo cominciare a preoccuparci…” – “Dici?” – “Dico. Era buono il pesce?”. Sarà tutto questo ma anche soltanto l’idea di fondo che serpeggia fra quei tavoli, l’illusione che quella partigiana sia stata una guerra vinta, una vittoria della parte migliore di un paese che ne ha fatto tesoro, e non un pezzo di storia dimenticato e tradito, che ha lasciato dopo di sè un’Italia peggiore e volgare che accompagna il suo vuoto con un motivetto che rimane nella testa, uno di quelli che si cantano nelle gite di classe, Bella Ciao, di Drupi, sì, mi pare proprio di Drupi, o no, aspè, ma non era di Toto Cutugno?
Ristorante “Bella Ciao” Calle 72 esq.a 19 Playa
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