15
Apr

Comici, spaventati guerrieri: Panfilo Epifanio.

Panfilo Epifanio
È sabato. Non ho nulla da fare. Il pomeriggio lo passo a bighellonare tra libri e un paio di cose da scrivere. Mi chiama Dalia e mi chiede se ho voglia di andare a vedere uno spettacolo comico al Karl Marx. Le dico che odio i comici. Quelli cubani specialmente. Mi dice che c’è Panfilo. Panfilo mi piace. Ogni lunedì fa una trasmissione in prima serata che si chiama “Vivir del cuento” che ha ascolti altissimi e lui è bravo. Mia figlia mi dà il tormento dalle retrovie: “dai papà, andiamo, andiamo…”. Insomma, vado. Il fenomeno degli umoristi cubani è in ascesa incontrollabile da qualche anno. Un fenomeno simile al reggaeton. Non c’è locale che non abbia nel suo programma settimanale il comico di turno. Io non li sopporto. Nella maggior parte dei casi una comicità di basso livello al servizio del luoghi comuni più triti, volgarità gratuita, superficialità a vagoni.

La comicità è una cosa importante. Una cosa seria, mi verrebbe da dire. In Italia sono bastate due trasmissioni, Drive in e quelle cacate del Bagaglino, per rovinare il gusto di generazioni. Io lo so bene. Si veniva da veri e propri geni come Totò, Alberto Sordi, Paolo Villaggio, Nino Manfredi e si è finiti coi Fichi d’India. Un’altra metafora del nostro declino. A Cuba, uno spettacolo umoristico è una specie di rito popolare. Prima di Panfilo arrivano altri comici minori che non mi fanno muovere neanche un muscolo della bocca. Soliti temi. Quello che manca. Isolare qualche luogo comune nel quale la gente possa rispecchiarsi e riderne. Un principio di satira contro il potere. Brutta stare bloccati mentre la gente intorno a te ride. Non lo faccio per snobismo ma “non me fanno ride!“. Lo dico a Dalia. Lei si preoccupa. “vogliamo andare via?”. Le dico di no. Penso alla comicità. Ricordo le pagine illuminanti del “Saggio sul comico” di Freud. Devo passare il tempo. La risata come una scarica energetico di un investimento emotivo che viene smontato bruscamente. Una cascata di energia che perde la sua base d’appoggio e detona in una risata. Bella quella visione così meccanica, idraulica, di un evento incontrollabile. Consiglio a tutti la lettura di quel saggio di Freud. Penso ai livelli più elementari di comicità. Il ridicolo. Quello che cade in mezzo ad una sala e la gente ride. Poi l’imitazione. Mi viene in mente Corrado Guzzanti che ha nobilitato il genere ed ha ucciso persone. Funari dopo la sua imitazione è morto. E poi l’imitazione del venditore di quadri: Staccolanana, Cagnola, Mutandari. Tutto è rimasto impresso. Penso a Crozza che non mi piace. Poi a salire. La cosiddetta satira. Sentimenti ambivalenti. La mia passione giovanile per gli articoli di Michele Serra. Tango, Cuore, Curzio Maltese, Stefano Benni. L’idea che mi sono fatto negli anni: che la satira sia funzionale al potere che attacca. Lo rafforza. Sempre? Forse non sempre. Gli anni mi impongono un relativismo d’ufficio. La satira è una complicità aggressiva. Un’alternativa al menare le mani. Ricordare Freud mi ha acceso una configurazione mentale da approccio psicanalitico alle cose. Mi fermo. Sul palco adesso ci sono due che imitano un cuoco cinese ed uno cubano. Luoghi comuni a gogo. Continuo a pensare. La satira come il gioco. Sublimazione del conflitto. Dove l’ho letto? Millenni fa. Chi si ricorda. Per questo non amo il gioco? Siamo in un’epoca dove si gioca tantissimo. Ma perchè? Playstation, console varie. Perchè? Forse vale proprio quel concetto: sublimazione del conflitto. Siamo molto aggressivi e quindi giochiamo tanto e facciamo tanta satira. Boh. Sarebbe meglio menare e basta? Non lo so. Adesso viene sul palco uno che fa l’ubriaco. È bravo a recitare ma non mi fa ridere la parodia dell’ubriaco. Perchè socializzare un problema? Qui gli ubriachi gonfiano le donne, danno coltellate, dicono cazzate. Non fanno ridere. Non rido. Mia figlia ride. Mi preoccupo ma poi penso che anch’io alla sua età vedevo Gino Bramieri. Vado avanti a pensare. Ricordo che mio padre era un genio della comicità aggressiva. Era la sua forza ed il suo enorme limite. Vedeva una persona ed in un secondo la smontava. Lasciava i pezzi per terra. Uccideva. Trovava i punti deboli e la uccideva. Penso che nella vita ho sempre cercato di affrancarmi da quella modalità anche se la ho nel sangue. Un modo di pulire il proprio dna. Fra tre generazione sarà tutto a posto. Vado avanti. Penso a quale sia il modello più alto di comicità. Mi vengono in mente tre nomi. Woody Allen, i fratelli Marx e Roberto Benigni. Il gioco con se stessi. L’autoironia. La danza delle parole. Altissimo livello ma non so trovare degli elementi distintivi. Forse solo intelligenza. Battute. Non imitazioni nè scenette ridicole. Battute di altissimo livello. Scardinare la logica in un istante. Togliere il tappeto sotto ai piedi di un castello costruito con cura e con talento. Penso a qualche battuta di Woody Allen che ricordo e finalmente rido. Poi ad alcune frasi di Groucho Marx e rido ancora, poi a Benigni. Arriva sul palco Panfilo Epifanio. Grande applauso. È il beniamino del pubblico. In realtà Panfilo è il personaggio che interpreta, lui si chiama Luis Silva. Potrebbe recitare senza stare nei panni di Panfilo ma tant’è. Alcune battute le conosco. Altre no. Mi fa ridere. Comicità. Che mistero. Basta essere intelligenti e cambia lo scenario. E la satira diventa dolce, e diventa questo gioco magico dell’energia che carica degli scenari fantastici e poi crolla come una cascata rinfrescante. Come una verità che cambia completamente la luce su un mondo e lo trasforma.

Se capitate a Cuba sintonizzatevi sul canale 8 il lunedì verso le 9. C’è Panfilo Epifanio che fa ridere. Lui sì.
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