09
Mar

Questo Blog

Questo blog poteva chiamarsi “Quello che piace a me, punto e basta” e forse avrebbe dichiarato con maggior forza lo spirito che lo fonda e che mi anima: quello di disegnare un percorso altamente soggettivo di ciò che piace a me a L’Avana. D’altro canto, dalla “Critica del giudizio” di Kant in poi, siamo stati liberati da un concetto di bello “a priori” e quindi, in poche parole, faccio come mi pare. L’Avana è la città che ho scelto per vivere e per scrivere. Secondo me (quante volte ripeterò secondo me nei mesi a seguire?) è la città più bella del mondo e non cerco un contraddittorio. Secondo me. E mi basta. L’Avana è una città (città? Non ne sono sicuro, meglio chiamarla mondo) con una vita culturale incredibile, talenti veri in ogni campo dell’arte, della cultura in generale, della musica. Ha un fermento creativo che non ho mai intercettato in tanti paesi del primo mondo. E accanto a questo, L’Avana possiede un bello, direi, involontario. Quello che non ti aspetti. Quello che ti prende i sensi con la guardia bassa.
Getti un’occhiata per sbaglio sulla tua destra e vedi un pavimento perfetto, uno sguardo che ti lascia senza respiro, gli occhi di un bambino che non sapresti descrivere. Ci vivo. E quindi cercherò di non scimmiottare quei turisti su cui amo ironizzare, quelli che vedo per strada armati di macchina fotografica digitale e che credono di aver trovato una chiave narrativa originale, un punto di vista rivoluzionario: la Cuba dei vicoli! Ve la risparmio. Ma non vi risparmio una scelta di campo: vedere il bello. Se non fossi moderatamente modesto direi: una scelta di vita. È semplice, sono istruzioni che diamo al nostro cervello: vedi quello che non va. E il nostro cervello èbravo, allenatissimo, nello scovare rughe e magagne del mondo. Per una volta: vedi quello va. Vedi quello che è bello. Vedi quello che faticosamente ci avvicina a dio. Pardon, al sacro. Che poi è quello che m’interessa. Tanto è pieno di gente che adora fare le pulci alla bruttezza e se fai un fischio ne trovi a vagoni di brutti panorami e dei loro cantori. Quindi il bello. Quello che ci rimette a posto. Come l’alcol in certe notti di tempesta. Come le chiacchiere con un amico. Come i baci. Come le carezze ad un figlio. Come guarire.
Non ho nessun piano. Ho una serie di idee che abbracciano il mondo intero. Certi film, certe opere teatrali, certi piatti, certi locali, certi libri, certe persone, certe donne, certe occasioni perdute, certi punti di vista, certe parole, certi arrivi, certe partenze, certe birre. Nessuna aspirazione ad essere una guida, ma tuttavia il desiderio di raccontare quello che posso condividere, oggi, qui. Sarebbe operazione troppo crudele quella di scrivere: “un anno fa ho visto questo e quest’altro, voi non c’eravate… Impiccatevi!”. Cercherò di muovermi nelle strane pieghe dell’attualità in modo che questo blog possa, per lo meno, essere una specie di appoggio, un incipit, un punto di partenza per qualche tipo di viaggio. Non sono un marchettaro. Non in questa sede almeno. Niente contro, ma considero questo spazio che nasce come una nicchia al riparo da certe logiche. Per intenderci: sarà difficile che parlerò bene di un’opera o di un ristorante per soldi. Quindi, ristoratori e teatranti, non ci provate! Ovviamente dipende dalla quantità di soldi (ognuno di noi ha una prostituta che si nasconde dietro alle sue migliori intenzioni) ma cercheròdi resistere o per lo meno di alzare la mia soglia di corruttibilità sopra i cinque dollari. Scherzo, si è capito?Probabilmente esprimerò opinioni e preferenze discutibili e confutabili. Spesso il mio gradimento per certi locali dipende da dettagli minuscoli: l’assenza di camerieri leccaculo, un’acconciatura, non cadere in espressioni tipo: “…su un letto di patate” nel menu. Sai che? Non me ne importa nulla. Non amo i blog democratici e questo mi convince a procedere proprio per la sua unilateralità programmatica. Si perde molto tempo a discutere ed io ho poco tempo.
Sono belli gli alberi di L’Avana. Come quelli che vedo adesso dal portale della mia casa. Grondano rami discendenti come tendini di un corpo che lotta nel fango. Rami e radici si confondono e mi sembrano la metafora di qualcosa che ora mi sfugge. Li guardo spesso mentre vado a correre in Quinta e vinco ogni volta la tentazione di sdraiarmi là sotto a proteggermi dal tempo che passa. Sono belli e saggi. E come i saggi creano un cono d’ombra nel quale è bello riposare e ripararsi dalle strade in fiamme.
Per quello che conta: buona lettura.
Comments ( 0 )

    Leave A Comment

    Your email address will not be published. Required fields are marked *