Diego Maradona, De zurda, Telesur: alcune riflessioni.

La nuova trasmissione De Zurda e quello che resta di Maradona

Telesur è una delle più belle televisioni del pianeta. Ti fa pensare che la tv possa anche non essere un mezzo obbligatoriamente idiota. A volte basta svincolarlo da un’idea di mercatino dove vendere monnezza e piazzare una zoccola seminuda per attrarre consumatori e il gioco è fatto. Nella programmazione di Telesur la trasmissione di gran lunga migliore sotto vari punti di vista (estetico, antropologico, medico e narcotico) è De zurda. De zurda (letteralmente “di mancina” alludendo alla gamba e alla posizione politica)   è una trasmissione calcistica che parla di calcio latinoamericano in prevalenza e di calcio più in generale attraverso la pimpante conduzione di Diego Maradona e del giornalista Victor Hugo qualcosa.
Andiamo indietro di sei mesi circa. Nasce De zurda in occasione dei mondiali di calcio di Brasile 2014. Un Diego svuotato in tutta fretta di grassi polinsaturi in qualche clinica svizzera, invita in studio una serie di ceffi amici suoi conosciuti nel corso della carriera, come noto votata alla sobrietà, e rievoca vicende mostruose accennando solo a tratti a buchi neri che si intuiscono profondissimi. Passano personaggi del calibro di Stoichkov, Careca, Rivelinho, Valderrama, Romario, altri latinoamericani sconosciuti ai più, forse il suo carrozziere, fannulloni, parrucchieri, falliti. Ogni tanto qualche scheggia impazzita come De Piero che sembra Don Mazzi nel centro dell’inferno e poi di nuovo compari suoi. Lo schema è sempre lo stesso: lodi senza ragione all’ospite; rievocazione di qualcosa di inedito che avrebbe fatto meglio a rimanerlo; momenti di commozione chimica; abbracci interminabili fuori copione; Victor Hugo impietrito ed appeso ad un sorriso che lo tiene in vita; nero; sipario; altro ospite. Ovviamente non ho perso una puntata. Sembrava una telecamera nascosta sul salotto di casa Cutolo, un misto tra il Processo del lunedì ed il processo al mago Alexander.

Comunque passano sei mesi. Torna De zurda. Grande attesa. Di nuovo l’accoppiata Diego-Victor Hugo. Ne faranno delle belle. Parte la diretta ed è cambiato tutto. Tutto. Diego in sei mesi sembra essersi mangiato Del Piero a trance, e poi Rivelinho e poi chiunque altro gli abbia chiesto un autografo. Cerca, attraverso improbabili occhiali da sole vasti come un parabrezza della Vespa 50 special, di non far notare la tragedia. In sei mesi un morfing veloce per una transizione da Pippo Santoanastaso ad Aldo Fabrizi. Spennellate di tinta nera rendono la sua testa come il fondale di un teatrino dei burattini siciliano, e poi una trama di rughe legittime gonfie come il collo dei Draghi di Commodo. Diego, cosa cazzo ti è successo? È mai possibile in sei mesi tutto questo? Ma la vera tragedia è altrove. In fondo chi se ne frega dell’aspetto: per decenni abbiamo dovuto considerare normale un tizio lampadato, con la bandana e con due orecchie rammendate come due saltimbocca alla romana e ora non concediamo a Diego un momento di appannamento? Il problema è la testa. Diego non parla più. Diego non pensa più. Biascica come Maurizio Costanzo e dice una parola ogni quarto d’ora. Slegata da quella del quarto d’ora precedente. Un’agonia. L’empatia totale del pubblico di un intero continente è con Victor Hugo. Non lo augurerei ad Hitler un lavoro del genere. Arrossisce. Ridacchia al nulla. Incalza teneramente con domande che rimangono nel vento, ricuce una logica impossibile. Dentro piange. Non è più una trasmissione. È un padiglione di qualche ospedale maledetto. È la fine di tutto. Ho passato una trasmissione intera ad immaginare insieme a mia figlia cosa si fosse mangiato Diego. Lei diceva che aveva ingoiato tre bombole del gas. Io, una muta di Setter. A un certo punto arriva un pischello guarito dalla leucemia e Diego si alza. Scoppia ovviamente a piangere. Sembra un frigo Ariston trasportato su un carrello a due ruote. Abbraccia il bambino per secondi interminabili. Tutti temono per il bambino. Per primo Victor Hugo che cerca di salvare la creatura dalla morsa infernale. Poi Diego lo libera, si risiede e dice: “Io… io… lui… – verso incomprensibile – noi… è un momento…. – piange -“. Poi danno a Diego un pallone da firmare che agguanta come un Auricchio e impiega un altro quarto d’ora per apporre uno scarabocchio. Finisce De zurda e smetto di ridere. Nina torna ogni tanto sul discorso delle bombole del gas. Poi poco a poco si addormenta.
Io penso nell’ordine: A) che non è una cazzata quella secondo cui i neuroni non si ricreano. B) che veramente con le nostre facoltà e col nostro corpo certe volte facciamo davvero carne da porco in modo indecente al punto che dovrebbero toglierci la potestà su noi stessi C) che lo psichiatra di Diego sta sbagliando tutto. Almeno i dosaggi li sta toppando in pieno. D) che un genio (per Maradona la parola genio è indicata più che per chiunque altro) deve morire presto. Mi dispiace ma Diego doveva morire là, quel giorno di alcuni anni fa quando lo hanno rimesso in vita per miracolo. Non so in quale situazione mostruosa si fosse cacciato ma era la sua situazione, era il suo posto nel mondo, l’ultimo capitolo. Ha fatto poesia col corpo. Ha messo in crisi le leggi della fisica. Ha tirato rigori irripetibili. Ha dato nuovi confini ad un’arte, quella del calcio, spostandone l’orizzonte in un punto così lontano che ci vorranno secoli per avvicinarsi di nuovo da quelle parti. Per i più giovani spero sia chiaro che Messi, Ronaldo e questi bravi giocatori di oggi sono come moscerini di fronte al suo genio straripante. Doveva morire là. E forse, nella sua nebbia interiore di oggi, è lui il primo a saperlo. Secco come un monumento a se stesso, la sua storia incredibile ed assurda. E non questa esposizione quasi impudica, questa specie di accanimento terapeutico che permette a due persone qualunque, e ad altre decine di milioni davanti alla tv, di immaginare un essere umano zavorrato da bombole del gas, da mute di setter ingoiate, di ironizzare su una divinità e, in un certo senso, profanarla.

Le 5 domande su L’Avana – Questa settimana risponde Alberto Lentini

“Alberto Lentini, giornalista italiano appassionato di Cuba”

L’avana, 25 marzo 2015

Cos’è il bello a L’Avana per te?

Il tramonto sul Malecòn. Vale il viaggio a L’Avana.

Dove ti piace andare con la persona che ami?

Al cimitero di Colòn nel reparto cinese.

Se L’Avana fosse qualcosa da mangiare o da bere, cosa sarebbe per te?

Una parmigiana.

Qual è la strada o il quartiere più bello di L’Avana secondo te?

Ho una piazza preferita: Plaza de las Armas per i suoi alberi e i suoi contrasti.

Ci consigli un locale o un luogo dove andare?

Un posto che io ho scoperto sul Malecòn dove sono andato con un amico italiano, Davide, si chiama Bar San Juan, su Infanta, vicino a calle 25.

La vita dopo la morte

È tutto a posto: esiste la vita dopo la morte. Fine delle angosce, fine del pessimismo, fine delle religioni. Ora non ho tutti i dettagli ma è sicuro. Abbiate la pazienza di leggere queste righe fino alla fine e saprete tutto sul vostro destino.
Dunque, vorrei che fosse chiaro che a Cuba tutti quegli spettacoli con donne vestite come Moira Orfei che mostrano la loro bellezza al ritmo di una musica qualunque sono specchietti per le allodole. Servono per togliere dei soldi a canadesi scorticati dal sole e dall’alcol con uno spettacolo mediocre facendo loro credere che Cuba si muova così. Si muove così il loro immaginario da quattro soldi. Il Tropicana ( e mille altri posti simili) è un locale turistico e non solo per i prezzi. È turistico perché crea una realtà che risponde alle aspettative del visitatore, nada mas. Un po’ come i centurioni appostati come rapaci sotto al Colosseo. Monnezza.

Bene, come non mi stancherò mai di ripetere, a Cuba esiste una realtà artistica che passa sotto traccia rispetto al baraccone turistico e che esprime sovente una profondità ed una bellezza che lasciano senza fiato. Un’idea di donna e donne in carne ed ossa lontane anni luce da quell’esposizione anatomica di frattaglie senza vita dei locali più gettonati. Lo dico dopo aver assistito al nuovo spettacolo della Compagnia Retazos nel bellissimo Teatro Martì, luogo storico, appena ristrutturato in un leggerissimo stile liberty che lo rende una specie di cavità all’interno di un cake cubano tutto merengue e panetela. Viene voglia di mordere le poltrone. Io vado pazzo per la compagnia Retazos. Divido la mia vita in un’era PR e in una DR. Oggi, nell’anno 1 DR posso dire che questa compagnia è riuscita a rompere, poco più di un anno fa, la mia avversione cancerosa contro tutto ciò che avesse a che vedere col teatro. Il mio vecchio slogan “una caserma al posto di ogni teatro” e “lavori forzati per gli autori di teatro” non ha più senso. Mi emoziono. Li ho conosciuti per sbaglio. Mesi fa Marco Lo Russo, vero artista italiano della fisarmonica ed amico, mi invita a vedere la prova generale di uno spettacolo che avrebbe presentato il sabato successivo. Un incontro tra la fisarmonica e la poesia in movimento della compagnia Retazos. Presentata così, quei vecchi slogan hanno iniziato a rimbombare nella mia testa come mantra tibetani. Ma poi ho trovato il coraggio di sedermi là e sospendere il giudizio. Bene. Emozioni. Una cascata di cose belle e nessuna banale, nessuna scontata. Una serie di sberle di Mike Tyson e tu sei Alvaro Vitali messo su quel ring senza essere stato avvisato. Ho pianto. Pianto ad una prova generale. Da non credere. Pianto per gente che si muoveva al ritmo di musica. Al ritmo è una parola grossa. Questo gruppo ha superato da tempo l’idea di ritmo e tutto diventa una danza sul baratro della fine, sul baratro di ciò che diventa assurdo un secondo dopo, una danza continua su questo magma del quale continuamente cerchiamo il verso. Penso alla morte. A quegli intrecci inaspettati con l’amore, con il rompicapo per niente spassoso del tempo. La mia testa vomita nomi di filosofi dimenticati, una poesia di Giovanni Giudici, una canzone semplice, gli occhi di una donna. Esco di fretta. Quel giorno, dopo quella prova generale esco di fretta. Faccio i complimenti a Marco e alla direttrice della compagnia, Isabel Bustos, che Marco mi presenta. Resto così, a godermi l’eco di quell’emozione nuova, dell’alba di una nuova era personale.
Dopo quella prova generale ho avuto modo di vedere molti altri spettacoli di Retazos ed ogni volta sono uscito con la netta sensazione di aver assistito ad una manifestazione di arte enorme. E quando l’arte è enorme non può non convergere in qualche modo con la spiritualità. Dunque, per non venir meno alla mia promessa dell’incipit in verità vi dico: dio in questa fase della storia dell’uomo si è incarnato in una tizia che si chiama Alina Ramirez. Dire che è una ballerina della Compagnia Retazos è come dire che Gesù era uno scemotto con la barba che bazzicava Betlemme. Alina Ramirez é un’artista geniale. Isabel Bustos è  intelligente e lo sa. Fosse per lei, forse, le lascerebbe il palco libero e le direbbe: “Alina, fai quello che ti pare, poi chiudi la porta…”, ma non lo fa. Ogni cerimonia ha bisogno della sua liturgia e quindi Alina è in una compagnia e divide lo spazio con altre ballerine bravissime. Ma lei è un’artista. Ne sentirete parlare. E se non ne sentirete parlare è perché qualcuno la avrà crocifissa. La differenza tra il ballare e fare arte. Ce l’ho ancora negli occhi. Resta a lungo negli occhi. L’altro giorno mi ha detto che non può essere tutto qui. Me lo ha detto ballando. Che non può finire tutto col cuore che smette di battere. Me l’ha detto in un momento preciso del secondo tempo. Non saprei spiegarvi con esattezza come ma ho precisa ancora con me quella sensazione che mi ha fatto dire “non finisce tutto qui, non finisce…”.
Ho avuto la fortuna di conoscere Alina Ramirez personalmente. Qualche mese fa ha onorato con la sua presenza un’attività che avevo organizzato per la settimana della cultura italiana a Cuba e nella quale si parlava di pazzia e lo ha fatto attraverso una performance indescrivibile che ha lasciato tutti a bocca aperta. Parlandoci ho conosciuto una ragazza giovane, timida e modesta. Quasi inconsapevole, leggera, come una divinità allegra. Di persona finisce sempre che si dicono fesserie. Beh, con queste righe voglio riparare: ti adoro, ti adoriamo.
Non so, si è capito che consiglio gli spettacoli del gruppo Retazos? Andateci. Rompete la pigrizia. Non ficcatevi in qualche serata idiota, andate in calle Amargura numero 61 tra San Ignacio e Mercaderes, a L’Avana Vecchia, ed assistete a qualunque cosa Retazos proponga. Vale il prezzo di un intero viaggio.  

Bambini al Museo Nacional de Bellas Artes

Una delle cose più odiose che un paese possa fare per la sua gente è quella di rendere il proprio patrimonio artistico inaccessibile. I musei vaticani sono una bella storia ma il prezzo del biglietto taglia fuori fette sempre più grandi di popolazione che decidono saggiamente di spendere quei soldi per sfamare un figlio piuttosto che regalarli a quei simpatici esserini vestiti di nero. Parlo dei musei vaticani perchè mi stanno particolarmente simpatici ma il problema riguarda molta parte dei musei italiani e del mondo. La fruizione dell’arte è fondamentale. L’accesso ad essa è, secondo me, più cruciale della banda larga per tutti. Che me ne faccio della banda larga se poi la uso per andarmi a scaricare l’ultimo film di Muccino o l’ultima meravigliosa canzone di Pitbull? I buoi sono già scappati. Il proprio senso del bello è stato già sfasciato a colpi di cazzate. Penso a questo mentre sto seduto per terra nel grande cortile interno del Museo Nacional de Bellas Artes di L’Avana (davanti al Museo de la Revolucion, adesso l’indirizzo esatto non lo so… Chiedete, mica sono un un vigile urbano).

Fa caldo e non mi va di fare comunella con nessuno. Devo aspettare un’ora e mezza che mia figlia finisca la prima lezione del suo primo laboratorio di storia dell’arte. 200 bambini divisi per fasce d’età, seguiti da professori qualificati e pazienti che sviluppano programmi tematici per orientare i bambini, appunto, lungo percorsi teorico-pratici relativi all’arte. Questa volta il tema è “Arte e giochi”. Ma in passato si è parlato di arte egizia, di impressionismo, di scultura. Mi piace. È dichiarata l’intenzione di non voler far emergere le doti artistiche di nessuno. Quelle se ci sono usciranno fuori altrove. È condividere le cose belle a fasce d’età per le quali l’alternativa più a portata di mano sono i culi che Pitbull esibisce nei suoi video come quarti di bue ai mercati generali. Niente contro i culi, sia chiaro, ma mi sembra così compiuto il senso di una comunità quando permette di scegliere facilmente, senza dover mettere su qualche piatto della bilancia ideale, soldi reali, e rinunciare. Già, perché dimenticavo di dire che tutto questo è gratis. Tutto. Dai fogli su cui mia figlia ha disegnato i suoi giochi immaginari, ai colori, al prezioso supporto dei professionisti incaricati. Bello, no? Stavo là seduto e mi ripetevo: bello, no? E sono dozzine le proposte simili a questa per i bambini havaneri. Pensavo anche a cose un po’ più velenose, in realtà. Pensavo al fatto che la parola “genio” andrebbe tassata. 100 euro. Vedi come passa la voglia di usarla. Il genio è raro. È storto e brutto. E si manifesta senza preavviso come un’erbaccia che trova senso tra due rocce brutte. Una cosa così. 4/5 geni per secolo. Non di più. Il resto sono umili mestieranti, spesso bravi ma non geni. Un piccolo fiotto di veleno ma per dire che se nascono 4/5 geni per secolo, tutti gli altri miliardi hanno il diritto di andare a vedere ciò che hanno visto quei signori là.

Penso al fatto che andrebbe tolto il diritto d’autore. Lo penso, quasi mi convinco, poi penso che dovrebbe essere così per tutti tranne che per i miei libri. Non si dovrebbe fare arte per soldi. Svincolare questi due mondi. Questa me la devo segnare. Che faccio? lo scrivo? Rifletto. Potrei trovare una soluzione patetica dicendo: togliamo il diritto d’autore anche ai miei libri, ve lo concedo, ma parallelamente dateme una mano, il mio numero di Postepay è… Ritorno alla realtà. I bambini sono sudati. I più piccoli fanno un girotondo rumorosissimo, mentre quelli più grandi guardano i primi con una certa sufficienza come a dire: “che noia questi piccoletti…” ma vorrebbero fare il girotondo anche loro. Anche io, tutto sommato vorrei farlo. Al Museo Nacional de Bellas Artes di L’Avana propongono laboratori continui: volendo un bambino potrebbe entrare a 6 anni ed uscire a 15 dopo aver fatto un’esplorazione a 360 gradi del mondo dell’arte. Gratis. Un’alternativa reale a Pitbull e a quei quattro mentecatti del reggaeton. Non credo di aver mai letto questo su Repubblica. E neanche sui più frequentati forum che riguardano Cuba. Lì quintali di materia grigia vengono messi al lavoro su interrogativi esistenziali kierkegaardiani tipo: “Ma se io faccio venì la mi regazza cubbana pe turismo ad Aprilia, poi la posso fa rimanè se la faccio sposà co’ mi cognato che sta carcerato?” oppure “Er Samsung 201c5 a Playa me pia solo du’ tacche. Nun me dite mo che è corpa dell’imbargo” oppure “Cioè, anhaicapito come stanno i cubbani, mica cell’hanno trasmissioni che danno fastidio come Striscia la notizia o Le iene…”.

Questo è il primo granello di bello che mi andava di regalare. Scomodo il Buddha per ricordare un’immagine che mi è sempre piaciuta e che riguarda una metafora che lui usava per descrivere le persone quasi sagge. Diceva: “quelli con poca polvere sugli occhi”. Un granello alla volta la polvere diminuisce, penso io.

Questo Blog

Questo blog poteva chiamarsi “Quello che piace a me, punto e basta” e forse avrebbe dichiarato con maggior forza lo spirito che lo fonda e che mi anima: quello di disegnare un percorso altamente soggettivo di ciò che piace a me a L’Avana. D’altro canto, dalla “Critica del giudizio” di Kant in poi, siamo stati liberati da un concetto di bello “a priori” e quindi, in poche parole, faccio come mi pare. L’Avana è la città che ho scelto per vivere e per scrivere. Secondo me (quante volte ripeterò secondo me nei mesi a seguire?) è la città più bella del mondo e non cerco un contraddittorio. Secondo me. E mi basta. L’Avana è una città (città? Non ne sono sicuro, meglio chiamarla mondo) con una vita culturale incredibile, talenti veri in ogni campo dell’arte, della cultura in generale, della musica. Ha un fermento creativo che non ho mai intercettato in tanti paesi del primo mondo. E accanto a questo, L’Avana possiede un bello, direi, involontario. Quello che non ti aspetti. Quello che ti prende i sensi con la guardia bassa.
Getti un’occhiata per sbaglio sulla tua destra e vedi un pavimento perfetto, uno sguardo che ti lascia senza respiro, gli occhi di un bambino che non sapresti descrivere. Ci vivo. E quindi cercherò di non scimmiottare quei turisti su cui amo ironizzare, quelli che vedo per strada armati di macchina fotografica digitale e che credono di aver trovato una chiave narrativa originale, un punto di vista rivoluzionario: la Cuba dei vicoli! Ve la risparmio. Ma non vi risparmio una scelta di campo: vedere il bello. Se non fossi moderatamente modesto direi: una scelta di vita. È semplice, sono istruzioni che diamo al nostro cervello: vedi quello che non va. E il nostro cervello èbravo, allenatissimo, nello scovare rughe e magagne del mondo. Per una volta: vedi quello va. Vedi quello che è bello. Vedi quello che faticosamente ci avvicina a dio. Pardon, al sacro. Che poi è quello che m’interessa. Tanto è pieno di gente che adora fare le pulci alla bruttezza e se fai un fischio ne trovi a vagoni di brutti panorami e dei loro cantori. Quindi il bello. Quello che ci rimette a posto. Come l’alcol in certe notti di tempesta. Come le chiacchiere con un amico. Come i baci. Come le carezze ad un figlio. Come guarire.
Non ho nessun piano. Ho una serie di idee che abbracciano il mondo intero. Certi film, certe opere teatrali, certi piatti, certi locali, certi libri, certe persone, certe donne, certe occasioni perdute, certi punti di vista, certe parole, certi arrivi, certe partenze, certe birre. Nessuna aspirazione ad essere una guida, ma tuttavia il desiderio di raccontare quello che posso condividere, oggi, qui. Sarebbe operazione troppo crudele quella di scrivere: “un anno fa ho visto questo e quest’altro, voi non c’eravate… Impiccatevi!”. Cercherò di muovermi nelle strane pieghe dell’attualità in modo che questo blog possa, per lo meno, essere una specie di appoggio, un incipit, un punto di partenza per qualche tipo di viaggio. Non sono un marchettaro. Non in questa sede almeno. Niente contro, ma considero questo spazio che nasce come una nicchia al riparo da certe logiche. Per intenderci: sarà difficile che parlerò bene di un’opera o di un ristorante per soldi. Quindi, ristoratori e teatranti, non ci provate! Ovviamente dipende dalla quantità di soldi (ognuno di noi ha una prostituta che si nasconde dietro alle sue migliori intenzioni) ma cercheròdi resistere o per lo meno di alzare la mia soglia di corruttibilità sopra i cinque dollari. Scherzo, si è capito?Probabilmente esprimerò opinioni e preferenze discutibili e confutabili. Spesso il mio gradimento per certi locali dipende da dettagli minuscoli: l’assenza di camerieri leccaculo, un’acconciatura, non cadere in espressioni tipo: “…su un letto di patate” nel menu. Sai che? Non me ne importa nulla. Non amo i blog democratici e questo mi convince a procedere proprio per la sua unilateralità programmatica. Si perde molto tempo a discutere ed io ho poco tempo.
Sono belli gli alberi di L’Avana. Come quelli che vedo adesso dal portale della mia casa. Grondano rami discendenti come tendini di un corpo che lotta nel fango. Rami e radici si confondono e mi sembrano la metafora di qualcosa che ora mi sfugge. Li guardo spesso mentre vado a correre in Quinta e vinco ogni volta la tentazione di sdraiarmi là sotto a proteggermi dal tempo che passa. Sono belli e saggi. E come i saggi creano un cono d’ombra nel quale è bello riposare e ripararsi dalle strade in fiamme.
Per quello che conta: buona lettura.